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Intervista alla Dott.ssa Nilufar Amir Djafari su ciò che sta accadendo in Iran

di Simone Margheri
2 Marzo 2026
In Esteri
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Intervista alla Dott.ssa Nilufar Amir Djafari su ciò che sta accadendo in Iran
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Intervista alla Dott.ssa Nilufar Amir Djafari su ciò che sta accadendo in Iran

Gli ultimi sviluppi in Iran segnano un passaggio che potrebbe essere storico. Dopo gli attacchi che hanno colpito i vertici della Repubblica Islamica e la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, il Paese vive una fase di profonda incertezza.

La domanda che ci facciamo è semplice ma decisiva: siamo davanti all’inizio di un vero cambiamento o solo a una riorganizzazione del potere?

Per capirlo, ne parliamo con un’amica, la Dott.ssa Nilufar Amir Djafari Rezaieh, che da anni riflette con competenza e passione sul futuro dell’Iran.
Anzitutto buongiorno, Nilufar. E speriamo davvero che possa esserlo anche per il popolo iraniano.

Alla luce della morte di Khamenei, secondo te il sistema ha ancora la forza di autorigenerarsi oppure si è aperta una frattura che questa volta non potrà essere ricomposta?

Il sistema della Repubblica Islamica è stato costruito proprio per sopravvivere ai leader. Non è una dittatura personale classica: è un’architettura ibrida in cui il potere è distribuito tra Guida Suprema, Consiglio dei Guardiani, magistratura, fondazioni economiche e soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

La morte di Ali Khamenei è uno shock non solo emotivo, ma il meccanismo di successione è previsto dalla Costituzione tramite l’Assemblea degli Esperti. La vera domanda non è se il sistema possa autorigenerarsi — può farlo — ma a quale prezzo di coesione interna. Se le élite restano compatte, il sistema regge. Se emergono divisioni tra componente clericale e apparato militare, allora si apre una frattura reale.

Molti temono che l’operazione militare possa rivelarsi un successo solo apparente. Se dovesse nascere un consiglio di transizione, lo considereresti un passaggio reale verso un cambiamento o piuttosto un modo per conservare gli equilibri interni del regime?

Storicamente, nei regimi ideologici consolidati, i consigli di transizione servono spesso a gestire il passaggio senza modificare l’assetto profondo.
In Iran un eventuale consiglio potrebbe essere uno strumento di riequilibrio interno tra fazioni oppure un tentativo di “normalizzazione” per ridurre la pressione esterna. Molto dipenderebbe da chi lo controlla: se dominato dai Pasdaran, sarebbe continuità; se emergesse una componente più tecnocratica o pragmatica, potrebbero aprirsi spiragli.

Negli ultimi giorni di vita di Khamenei, alcuni giornalisti hanno scritto che non si fidasse più dei Pasdaran e che avesse chiesto appoggio ai Fatemiyoun, milizie sciite legate all’Iraq. Si tratta di notizie non confermate, ma indicative delle tensioni interne ipotizzate.

Quanto è concreto il rischio che questa fase finisca per rafforzare proprio l’ala più dura, quella militare e securitaria?

È uno scenario concreto. Il rischio, a mio avviso, non è tanto un colpo di Stato classico, quanto una militarizzazione progressiva del sistema, con il clero relegato a una funzione di legittimazione simbolica.

Esiste la possibilità che l’esercito possa prendere il sopravvento sul potere religioso? E, se accadesse, sarebbe uno scenario meno oppressivo o solo una diversa forma di autoritarismo?

Più che l’esercito regolare (Artesh), sono i Pasdaran ad avere il peso reale. Se il potere religioso si indebolisse, l’IRGC potrebbe diventare il perno dominante.
Ma attenzione: non sarebbe automaticamente meno oppressivo. Potrebbe trasformarsi in un autoritarismo nazionalista-militare, meno ideologico in senso religioso ma potenzialmente più centralizzato e meno tollerante sul piano politico.

L’attacco americano-israeliano è arrivato il giorno dopo l’azione del Pakistan a Kabul. È una coincidenza o possono esserci connessioni strategiche che a noi sfuggono?

In regioni come Medio Oriente e Asia meridionale, le coincidenze temporali sono rare. Tuttavia, un coordinamento diretto non è automatico.

Attori come Pakistan, Israele e Stati Uniti operano su piani strategici differenti. Può esistere un allineamento di interessi contingenti senza un coordinamento operativo diretto. Spesso ciò che appare come una regia unica è in realtà una convergenza tattica temporanea. Questo è il mio pensiero personale.

Le proteste guidate dalle donne possono trovare nuova energia o rischiano di essere schiacciate dall’emergenza?

Il movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini ha mostrato qualcosa di nuovo: non era solo protesta economica, ma culturale e identitaria.
In una fase di incertezza politica possono verificarsi due scenari opposti: l’emergenza securitaria schiaccia il dissenso, oppure l’indebolimento del centro crea spazio.

Molto dipenderà dal grado di repressione immediata.

Qui entra anche un elemento simbolico: la figura di Farah Diba (Farah Pahlavi). Nella diaspora e in parte dell’opinione pubblica urbana è riemersa una nostalgia per l’epoca pre-1979, percepita come più laica e più aperta sul piano dei diritti femminili.

Se la crisi si approfondisse, potrebbero emergere tre filoni nel campo del cambiamento: riformismo interno al sistema, repubblicanesimo laico e opzione monarchica legata alla dinastia Pahlavi.

Il punto decisivo è che l’energia delle proteste femminili nasce da una trasformazione sociale reale. Lo sbocco dipenderà dalla capacità delle varie opzioni di organizzarsi politicamente, non solo simbolicamente.

Un intervento esterno rafforza o indebolisce le istanze di cambiamento interno?

Storicamente, l’intervento esterno in Iran tende a rafforzare la narrativa del “nemico straniero” e a compattare settori della popolazione attorno allo Stato.
Il rischio è che l’opposizione venga percepita come strumento esterno. Il cambiamento duraturo, se avverrà, sarà probabilmente endogeno, non imposto.

Quale ruolo dovrebbe avere oggi la diaspora iraniana? Può limitarsi a raccontare o deve assumersi una responsabilità politica più diretta?

La diaspora ha tre possibili funzioni: memoria e racconto, pressione diplomatica, costruzione di reti politiche alternative.

Il punto critico è la legittimità interna. Se appare troppo distante dalla società reale iraniana, perde efficacia. Se riesce a coordinarsi con attori interni, può diventare rilevante.

Guardando ai giovani iraniani, esiste davvero una base culturale pronta per un cambiamento profondo e duraturo?

Culturalmente sì.
Demograficamente l’Iran di oggi è completamente diverso da quello della rivoluzione islamica: è urbano, istruito, con forte esposizione digitale globale.

Il cambiamento culturale è già avvenuto in larga parte. La questione non è la disponibilità sociale, ma la struttura del potere coercitivo. Lo Stato iraniano può continuare a imporre obbedienza anche contro una maggioranza sociale contraria, grazie a un sistema multilivello: militare, giudiziario, informativo, con limitazioni a Internet, censura mediatica e leve economiche.

La storia insegna che quando una società cambia più rapidamente delle sue istituzioni, la tensione prima o poi produce una trasformazione. La tempistica, però, è imprevedibile.

Nilufar, ti ringraziamo per la disponibilità e per la lucidità con cui affronti questi temi così delicati. L’augurio è che l’Iran possa finalmente liberarsi da ogni forma di oppressione e che le nuove generazioni possano vivere in una società aperta e libera.

Humata, Hukhta, Hvarshta.
“Buoni pensieri, buone parole, buone azioni.”
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