Il vero Woke dovrebbe essere questo
Negli ultimi giorni l’impero industriale e tecnologico di Elon Musk è entrato in una nuova fase storica con la fusione di due dei suoi asset più strategici: SpaceX e xAI.
L’operazione crea un colosso del valore stimato di circa 1.250 miliardi di dollari e viene letta come un tentativo di accelerare non solo nella corsa all’intelligenza artificiale, ma anche nella dimensione spaziale dell’industria high-tech
L’obiettivo dichiarato dall’imprenditore è costruire data center nello spazio, superando i limiti delle infrastrutture terrestri, gravate da costi energetici e di raffreddamento crescenti e da vincoli ambientali sempre più stringenti. Secondo Musk, la domanda globale di elettricità per i moderni sistemi di IA non potrà essere soddisfatta da soluzioni basate sulla Terra senza imporre oneri insostenibili a comunità e ambiente, spingendo verso soluzioni che sfruttino l’energia solare quasi costante nello spazio e la capacità di elaborazione orbitale.
Questa visione radicale, che mette insieme esplorazione spaziale, intelligenza artificiale e infrastrutture di calcolo lontane dal pianeta, riflette non solo l’ambizione di Musk di dominare tecnologie di frontiera, ma anche una sfida culturale profonda: ripensare l’energia e l’industria oltre i confini terrestri
È un progetto che guarda alla fisica, all’economia e alla geopolitica in una sola visione integrata, rompendo con la tradizionale idea che ogni soluzione debba essere ancorata alla superficie terrestre.
Eppure questa prospettiva radicale si confronta con la realtà dell’Europa, e in particolare dell’Italia, dove l’eredità delle scelte energetiche passate pesa ancora sul sistema produttivo e sui costi industriali.
Il referendum italiano del 1987, in seguito all’incidente di Černobyl’, pose fine all’energia nucleare civile nel Paese, determinando la chiusura degli impianti esistenti e bloccando nuovi sviluppi
Questo divieto storico ha inciso sulla struttura del mix energetico nazionale e ha contribuito a mantenere i costi dell’elettricità tra i più elevati in Europa, con dipendenza dall’importazione di energia nucleare da Francia e Slovenia per coprire una domanda che altrove si sostiene con una combinazione di fonti nucleari, rinnovabili e fossili.
L’effetto sui costi energetici delle imprese, combinato con fattori come la burocrazia, i “cunei fiscali” e la lentezza delle riforme strutturali, è percepito da molti economisti e imprenditori come un freno alla competitività e alla ripresa industriale italiana
Nel contesto europeo più ampio, la sfida è ancora più vasta: l’Unione Europea nel suo complesso deve confrontarsi con un gap di innovazione e capacità industriale rispetto alle grandi potenze globali, Stati Uniti e Cina, particolarmente nei settori ad alta intensità tecnologica, dalla ricerca e sviluppo alle tecnologie spaziali e di difesa.
Il rapporto sulla competitività europea curato da Mario Draghi e presentato nel 2024 evidenzia questa esigenza di colmare ritardi strutturali in investimenti e governance per permettere all’Europa di restare protagonista in un mondo in rapida trasformazione.
Proprio Draghi, nel corso di un recente discorso, ha rilanciato l’allarme sulla situazione globale, affermando che l’ordine mondiale fondato sulle regole e sugli equilibri del dopoguerra sta mutando, e che l’Europa senza una forte integrazione politica, industriale e militare rischia di essere “spappolata” tra grandi potenze
Per Draghi l’uscita da questa vulnerabilità passa attraverso un’Unione Europea più unita, anche federalmente, capace di competere sul piano economico e strategico con Stati Uniti, Cina e altre grandi aree globali.
In questo quadro si inseriscono le più recenti iniziative di politica commerciale dell’UE, volte a diversificare i partner e ridurre la dipendenza da mercati dominanti o da elementi instabili. Il 27 gennaio 2026 l’Unione Europea e l’India hanno concluso un accordo di libero scambio storico, il cosiddetto India–EU Free Trade Agreement, frutto di quasi vent’anni di negoziati.
Questo trattato prevede la riduzione o eliminazione dei dazi su oltre il 96 % delle linee tariffarie commerciali e mira a raddoppiare il volume degli scambi bilaterali entro il 2032, rafforzando i legami economici e politici tra Bruxelles e Nuova Delhi
L’accordo coinvolge un mercato con circa due miliardi di consumatori e rappresenta un passo significativo verso un modello di cooperazione commerciale più aperto e diversificato, riducendo al contempo l’esposizione europea a pressioni protezionistiche esterne.
Accordi analoghi sono in corso anche con altre macroregioni, compresi i paesi del Mercosur e diverse nazioni dell’America Latina, mentre il dialogo con gli Stati Uniti sul commercio e sulle tariffe resta complesso e oscillante, riflettendo le tensioni di un ordine economico internazionale in trasformazione.
Il vero punto, però, è il tempo. Le grandi potenze non aspettano che l’Europa risolva i propri dibattiti interni. Gli Stati Uniti investono, la Cina pianifica, altri attori emergenti si organizzano
Continuare a rifugiarsi in categorie culturali del passato significa accettare un declino lento ma strutturale.
Il vero Woke, oggi, è prendere atto che il mondo è tornato competitivo, duro e tecnologicamente determinato. Non capirlo non è una colpa morale. È un errore politico.
