IL VENEZUELA DI MADURO IN ITALIA
C’è qualcosa di profondamente distorto nel modo in cui una parte della sinistra italiana ha reagito, in questi giorni, agli eventi venezuelani.
Distorto sul piano politico, fragile su quello giuridico, imbarazzante su quello morale.
L’intervento degli Stati Uniti contro Nicolás Maduro non trova giustificazioni.
È un atto di forza che viola la sovranità di uno Stato e che, per modalità e logica, assomiglia più alle ingerenze sovietiche nell’Europa dell’Est che agli standard democratici occidentali che Washington dichiara di difendere
Un’azione unilaterale che indebolisce il diritto internazionale e contribuisce a normalizzare l’idea che la forza possa sostituire le regole.
Ma è proprio qui che emerge l’ipocrisia. Perché la violazione della sovranità nazionale non è mai stata, nemmeno per la sinistra, un tabù assoluto. Nel 1999 l’Italia partecipò alla guerra in Kosovo sotto il governo D’Alema, il più a sinistra della storia repubblicana. Un intervento militare privo di mandato ONU, giustificato apertamente con finalità umanitarie: fermare i crimini del regime serbo, destituire Slobodan Milošević, impedire che restasse impunito. L’Italia mise a disposizione basi, uomini e mezzi senza ambiguità.
Milošević fu poi arrestato, processato all’Aja e riconosciuto responsabile dei crimini commessi nei Balcani. Dunque l’idea che ogni violazione della sovranità sia automaticamente illegittima non regge alla prova della storia recente, soprattutto se invocata oggi da chi ieri la sospese senza esitazioni in nome dei diritti umani
Il problema, tuttavia, non è Trump. Il problema è ciò che accade a Roma, non a Caracas.
Negli ultimi giorni un grande sindacato dei lavoratori ha scelto di scendere in piazza con una disinvoltura geopolitica né richiesta né dovuta, che ne snatura definitivamente la natura reale. Prima a sostegno dei movimenti pro-Pal, poi — dopo che alcuni di quegli ambienti sono finiti sotto inchiesta per apologia e finanziamento del terrorismo, inclusi i sussidi ai familiari dei kamikaze — un rapido cambio di scenario, una nuova causa, un nuovo nemico, un nuovo regime da difendere. Questa volta Maduro.
Al netto del merito, la domanda sorge spontanea: in tutto questo, come vengono rappresentati i lavoratori italiani? In che modo un sindacato che dovrebbe occuparsi di salari, contratti, sicurezza sul lavoro e precarietà trae legittimità dal prendere posizione su dossier di politica internazionale che neppure gli Stati affrontano con coerenza?
E soprattutto: il Partito Democratico, principale forza della sinistra parlamentare, è ufficialmente in piazza con la CGIL di Landini, o ha preferito delegare la rappresentanza simbolica al sindacato mantenendo una distanza prudente, per evitare l’ennesimo corto circuito politico, l’ennesimo caso in cui, dopo slogan e fotografie, ci si ritrova a prendere le distanze in fretta, negando legami e responsabilità?
La domanda non è secondaria: chi fa oggi la politica della sinistra italiana? I partiti o il sindacato?
Il paradosso si è materializzato in modo plastico quando le manifestazioni pro-Maduro sono state contestate dai venezuelani stessi. Non da editorialisti o analisti, ma da persone che quel Paese lo hanno vissuto. Quando chi dici di difendere ti accusa apertamente di stare dalla parte del suo oppressore, il problema non è più di comunicazione. È di realtà.
Ed è qui che il dibattito scivola nel dogma. Basta confrontarsi, anche solo in rete, con una parte di questo attivismo ideologizzato per rendersi conto dell’assenza di qualsiasi capacità analitica
L’iperinflazione venezuelana, il collasso economico, la distruzione del sistema produttivo, la carenza cronica di beni essenziali e persino di benzina nel Paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo non sarebbero imputabili alle politiche di Chávez prima e Maduro poi. Sarebbe tutta colpa dell’embargo. Un embargo che da anni viene aggirato attraverso Cina, Russia e altri canali. Un embargo che non spiega otto milioni di profughi, ospedali senza medicinali, elezioni senza alternanza, repressione sistematica del dissenso e un’economia trasformata in sistema di rendita e corruzione.
Quando si arriva a negare l’evidenza empirica per salvare una narrazione ideologica, non si sta più facendo politica. Si sta facendo fede
E forse è anche per questo che la CGIL registra da anni una costante e apparentemente inarrestabile emorragia di iscritti. Perché iscriversi a un sindacato che si occupa di Palestina, Maduro e geopolitica globale, quando non riesce più a essere percepito come uno strumento efficace di tutela del lavoro?
A questo punto, per chi cerca militanza simbolica su cause lontane, l’offerta è ampia: ONG, movimenti internazionali, associazioni ambientaliste. Un sindacato dovrebbe essere altro
Quando un’organizzazione perde il contatto con la sua funzione primaria, perde anche consenso. E quando, nel farlo, finisce per difendere regimi contestati persino da chi li ha subiti, il problema non è solo di linea politica. È di identità. E quando i venezuelani contestano i manifestanti pro-Maduro, la reazione non dovrebbe essere l’indignazione. Dovrebbe essere il dubbio. Perché se chi ha vissuto una dittatura ti dice che stai sbagliando, forse il problema non è l’imperialismo. Forse è la tua l’ideologia.

