Il Tramonto dell’illusione Britannica
C’è qualcosa di profondamente malinconico nel vedere il Regno Unito del 2026.
Dieci anni dopo il sussulto referendario che doveva restituire al Paese il pieno controllo della sovranità (Take Back Control), la nazione appare come un pugile suonato, chiuso in un angolo dove i colpi non arrivano più dall’esterno, dai burocrati di Bruxelles o dai flussi migratori, ma dal cuore pulsante delle proprie istituzioni.
È la parabola discendente di una potenza che ha cercato nel politically correct la propria redenzione, solo per ritrovarsi nuda di fronte a una realtà ben più cinica
L’arresto dell’ex principe Andrea, proprio nel giorno del suo 66esimo compleanno, non è solo una cronaca giudiziaria. Potrebbe definirsi l’eutanasia di un’immagine.
Re Carlo III, nel tentativo disperato di salvare la ditta “Windsor”, ha scelto la via della trasparenza chirurgica
Via i titoli, via gli onori, via persino le chiavi di casa alla Royal Lodge per il fratello minore, ex-principe. Ma questa “monarchia snella”, depurata da ogni ramo secco e da ogni imbarazzo morale, rischia di diventare una monarchia vuota.
Il rigore etico di Carlo sembra la risposta postuma a decenni di privilegi vissuti nell’ombra.
Mentre il Re si affanna a dimostrare che “la legge è uguale per tutti”, il Paese percepisce il gelo di un’istituzione che, per sopravvivere, deve divorare i suoi stessi membri
L’esemplarità etica è diventata l’ultima trincea di una Corona che non può più permettersi il lusso dell’umanità, nemmeno nelle sue colpe.
Se il casato Windsor piange, Westminster non ride.
Lo scandalo che ha travolto Peter Mandelson, l’architetto del New Labour, ripescato da Keir Starmer come ambasciatore a Washington e oggi finito in manette, è il sigillo definitivo sul fallimento di una certa classe dirigente
Qui il paradosso britannico si fa lancinante. Per anni il governo ha predicato il vangelo del rigore, della trasparenza e del “nuovo corso” post-conservatore. Eppure, sotto la vernice fresca del governo Starmer, riemergono i fantasmi del passato fatti di informazioni riservate svendute a Jeffrey Epstein, massaggi di Stato e speculazioni finanziarie all’ombra della crisi del 2008.
Il politically correct sbandierato nelle piazze e nei talk show si scontra con l’opacità dei corridoi del potere, dove la vecchia guardia continuava a giocare con le stesse regole di sempre, incurante dei proclami etici
Sullo sfondo, l’economia della Brexit continua a recitare il ruolo della “cura di realtà”. Una crescita dell’1,6% che supera l’Eurozona è un palliativo che non nasconde la ferita di un PIL ridotto dell’8% rispetto al potenziale. Il Regno Unito è oggi un Paese più sovrano, certamente, ma è una sovranità che assomiglia a un isolamento burocratico.
L’introduzione del sistema ETA è il simbolo plastico di questa nuova era. Sono stati alzati i ponti levatoi, ma dentro il castello le mura stanno cadendo a pezzi
La sfida della credibilità inglese non si vince con i comunicati di Buckingham Palace o con le scuse formali di Downing Street. La parabola discendente della Gran Bretagna è il risultato di un corto circuito tra ciò che il Paese vuole apparire, moderno, inclusivo, eticamente inattaccabile, e ciò che le sue élite sono rimaste che risultano tristemente autoreferenziali e opache.
Il Regno Unito del 2026 non è una certo una nazione allo sbando, ma è una nazione che ha finito gli alibi
La Brexit doveva essere l’inizio di una nuova ascesa. Si sta rivelando lo specchio in cui la classe dirigente britannica è costretta a guardare le proprie rughe.
Ed è sempre più evidente che il prestigio, oggi, non è più un diritto di nascita garantito dalla Union Jack, ma un credito che il mondo non sembra più disposto a concedere a scatola chiusa.
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