Il Medioevo dell’Iran e il pianto di chi ha visto l’orrore
Non mi piacciono le retoriche. Non sono il tipo che si commuove facilmente davanti a un racconto, ma stasera, 9 aprile, nella Sala Vangi di Palazzo Pretorio a Barberino di Mugello, ho pianto lacrime vere.
Ho pianto davanti a un orrore che nemmeno il peggior film horror saprebbe orchestrare, perché quello che Leila Farahbakhsh ha riversato su di noi in un’ora e un quarto di testimonianza non era finzione
Era il resoconto del naufragio di una civiltà.
L’Iran, erede di un passato prestigioso e raffinato, è oggi un Paese sprofondato in un medioevo brutale, un vuoto a perdere dei diritti umani che dura da quasi cinquant’anni sotto il giogo della Repubblica Islamica.
L’immagine più devastante, quella che ti strappa le viscere, riguarda l’impossibilità persino di piangere i propri morti. Da mesi il regime impedisce i funerali. E allora le madri, le mogli, le sorelle, in un atto di resistenza che rasenta la follia lucida, mettono in scena dei finti matrimoni.
Ballano sui cadaveri dei propri cari, celebrando la loro morte come fosse un’unione, pur di poter dare loro un ultimo saluto
Abbiamo visto una ballerina danzare realmente per celebrare un funerale mascherato. È un’immagine che non si cancella. E’ la gioia simulata per nascondere un dolore che il potere vuole rendere anonimo.
In questo “fiume in piena” delle parole di Leila fatte di foto, nomi, racconti e volti, emerge la ferocia contro il corpo femminile. Donne picchiate e marchiate con l’acido per una ciocca di capelli fuori dal velo, donne stuprate a tal punto da dover togliere l’utero, donne che valgono legalmente la metà di un uomo e che non possono muoversi senza il consenso del marito o il padre.
Ma la repressione non risparmia nessuno. Atleti uccisi mentre tentavano la fuga, medici e infermieri bastonati selvaggiamente per il solo “crimine” di aver curato feriti non in linea con i dettami del regime, intere aree geografiche cancellate, dove gli abitanti non hanno scuole né identità anagrafica.
Uomini e donne fantasmi che possono sparire nel nulla senza che nessuno possa reclamarli. Persino gli animali non sono esenti dalla furia del potere
I cani, considerati “impuri”, vengono sottratti ai padroni e uccisi sistematicamente.
Mentre il popolo muore, come accaduto l’8 e il 9 gennaio scorso, quando migliaia di manifestanti sono stati falciati a sangue freddo, i vertici del regime mandano i propri figli a vivere nel lusso e nella libertà degli Stati Uniti. Un’ipocrisia che brucia come il sole di agosto a mezzogiorno.
Leila non fa sconti a nessuno, nemmeno alla nostra sinistra estremista europea
Le sue parole sono state un macigno:”Volete islamizzare l’Europa? Volete diventare come l’Iran? Io non vi capisco”.
È un monito durissimo contro chi, per cecità ideologica, non comprende che per il popolo iraniano l’Occidente (Israele e USA in primis) rappresenta oggi l’unico baluardo di salvezza, l’unica speranza per abbattere un arsenale di oppressione che in questi giorni di guerra ha persino oscurato internet per impedire al mondo di vedere e agli iraniani di sapere.
L’evento, organizzato dall’Università dell’Età Libera del Mugello con il contributo storico di Davide Trentacoste e la ballerina Clara Burgio, non è stato una semplice conferenza.
È stata una discesa negli inferi
Uscendo dalla Sala Vangi, resta una consapevolezza amara. Quella che chiamiamo “resistenza” in Iran non è uno slogan da social, ma una lotta per la sopravvivenza biologica e spirituale. Stasera abbiamo visto il volto del male, ma anche il coraggio sovrumano di chi, nonostante tutto, continua a ballare tra le macerie di una libertà negata.
Leggi anche:
