IL CAMPO LARGO IN CORTO CIRCUITO CON I FATTI DI BERLINO E IL DOPPIO STANDARD SULLA LEGITTIMA DIFESA DELLO STATO
La vicenda di Berlino offre uno spunto di riflessione che va ben oltre i confini della Germania e ci porta a confrontare due modi profondamente diversi di affrontare episodi drammatici che coinvolgono le forze dell’ordine.
Abdul Ballout, 21 anni, è stato ucciso durante un’operazione di polizia nel quartiere berlinese di Spandau, dopo uno scontro a fuoco con gli agenti. Secondo il Ministero federale dell’Interno tedesco si è trattato di un attentato terroristico di matrice islamista. Ballout era già noto alle autorità: nel 2025 era stato arrestato in Libano dopo aver tentato di raggiungere l’ISIS in Siria.
Di fronte a un episodio di questo genere, in Germania il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulla minaccia terroristica e sulla sicurezza nazionale. Nessuna piazza ha accusato preventivamente gli agenti di abuso di potere, nessuna campagna politica ha parlato di “esecuzione”, nessuna richiesta immediata di sospensione degli operatori coinvolti
Questo non significa che in Germania le forze dell’ordine siano sottratte al controllo della magistratura. Se emergono elementi che lo giustificano, anche lì vengono svolte le necessarie indagini. La differenza è un’altra: il punto di partenza sembra essere la presunzione che gli agenti abbiano agito nell’esercizio delle proprie funzioni fino a prova contraria, e non il sospetto automatico.
In Italia, invece, troppo spesso accade l’opposto.
Ogni intervento concluso con conseguenze tragiche sembra trasformarsi immediatamente in un processo mediatico. Gli agenti finiscono sotto i riflettori ancora prima che i fatti vengano ricostruiti. L’iscrizione nel registro degli indagati, che in molti casi rappresenta un atto tecnico necessario per consentire gli accertamenti e garantire il diritto di difesa, viene percepita dall’opinione pubblica come una sorta di condanna anticipata. Il risultato è una narrazione che rischia di delegittimare chi ogni giorno indossa una divisa.
Vicende come quella dei poliziotti coinvolti nell’uccisione del rapinatore che aveva poco prima assassinato il brigadiere dei Carabinieri Carlo Legrottaglie, così come altri casi in cui operatori delle forze dell’ordine hanno affrontato lunghi procedimenti giudiziari prima di vedere riconosciuta la legittimità del proprio operato, hanno alimentato un diffuso senso di sfiducia tra chi è chiamato a garantire la sicurezza dei cittadini
A questo si aggiunge un clima politico sempre più teso.
Negli ultimi mesi Torino, Bologna e la Val di Susa sono state teatro di violenti scontri con le forze dell’ordine. Parallelamente, l’inchiesta sul centro sociale Askatasuna di Torino ha portato alla luce intercettazioni nelle quali alcuni appartenenti al gruppo parlavano della necessità di provocare una reazione della polizia durante le manifestazioni. Saranno i processi ad accertare le responsabilità individuali, ma quelle conversazioni hanno inevitabilmente riacceso il dibattito sulle frange più radicali dell’antagonismo.
Per questo molti osservatori chiedono alla politica una presa di posizione più netta e senza ambiguità contro ogni forma di violenza organizzata
In questo contesto, diversi esponenti del centrodestra hanno criticato la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ritenendo tardive o insufficienti alcune manifestazioni di solidarietà nei confronti delle forze dell’ordine dopo gli episodi di violenza avvenuti durante le manifestazioni.
A questa polemica si aggiunge il ricordo dell’attentato di Modena del 16 maggio scorso, nel quale è rimasta gravemente ferita Monica Esposito, deceduta dopo mesi di sofferenze. In quell’occasione il sindaco di Modena, esponente del Partito Democratico, organizzò una manifestazione nella quale l’episodio venne ricondotto al gesto di un folle, escludendo una matrice terroristica islamista e sottolineando che l’autore, pur di origini marocchine, era cittadino italiano. Si tratta di una valutazione politica, certamente discutibile e opinabile, che continua ad alimentare il confronto pubblico e che, secondo molti critici, rappresenta un approccio ormai ricorrente da parte di alcune amministrazioni di centrosinistra di fronte a episodi di particolare gravità.
Ed è qui che emerge un secondo corto circuito, forse meno discusso ma altrettanto significativo
Negli stessi cortei che il campo largo ha sostenuto o non ha voluto prendere nettamente le distanze, si sono viste spesso sfilare insieme bandiere arcobaleno e bandiere palestinesi. Un accostamento che meriterebbe una riflessione più approfondita. Secondo organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, nella Striscia di Gaza governata da Hamas le persone LGBT continuano a denunciare persecuzioni, discriminazioni e gravi limitazioni dei propri diritti e il rischio concretobper la propria incolumità fisica. Chi manifesta in nome dei diritti civili dovrebbe quindi interrogarsi su questa evidente contraddizione, anziché ignorarla in nome di una solidarietà che rischia di apparire selettiva.
L’Italia ha bisogno di un’opposizione forte, credibile e preparata. Un’opposizione che eserciti il proprio ruolo senza trasformare ogni intervento delle forze dell’ordine in uno scontro ideologico, senza applicare pesi e misure diversi a seconda delle circostanze e senza evocare derive autoritarie in assenza di elementi concreti.
Difendere lo Stato di diritto significa pretendere trasparenza e accertare eventuali responsabilità quando esistono. Ma significa anche riconoscere che chi rischia la propria vita per garantire la sicurezza dei cittadini merita rispetto e la presunzione di aver agito secondo legge fino a prova contraria
Perché uno Stato democratico si misura anche dalla fiducia che ripone nelle proprie istituzioni. E senza quella fiducia non si indebolisce soltanto la sicurezza dei cittadini: si mette a rischio anche la tenuta sociale e democratica dell’intero Paese.
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