“Idiota patentata”. E l’Italia scopre di essere nel mirino

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“Idiota patentata”. E l’Italia scopre di essere nel mirino

Gli insulti di Solovyov non sono uno sfogo, sono una strategia

L’ennesimo attacco verbale arrivato dalla galassia propagandistica del Cremlino – questa volta per bocca di Vladimir Solovyov contro Giorgia Meloni – non è un episodio isolato, né tantomeno folkloristico. È un tassello preciso di una strategia: la guerra ibrida portata avanti dalla Russia di Vladimir Putin per indebolire, delegittimare e dividere le democrazie europee.l

Vale la pena fermarsi un momento su chi è Solovyov, perché conoscerlo aiuta a capire il peso di quello che è accaduto. Classe 1963, il Dipartimento di Stato americano lo ha definito “il più energico propagandista del Cremlino”. Per la copertura dell’annessione della Crimea nel 2014 ha ricevuto una medaglia direttamente da Putin, e nel dicembre scorso è stato decorato con l’onorificenza “per meriti per la madrepatria”, insieme alla portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Non è un opinionista sopra le righe: è un funzionario del regime con la giacca della falce e martello. Nell’agosto del 2022, in onda su Russia-1, si è autodefinito “un terrorista” invocando la distruzione delle città ucraine insieme ai loro abitanti. È sotto sanzioni di UE, USA, Canada e Gran Bretagna dal 2022. Nel marzo dello stesso anno la polizia italiana gli ha sequestrato due ville sul lago di Como del valore di 8 milioni di euro. Un uomo che odiava abbastanza l’Italia da venire ad abitarci.

Nel corso del suo programma Polnyj Kontakt, Solovyov si è rivolto a Meloni in italiano — un dettaglio tutt’altro che casuale — definendola “vergogna della razza umana, bestia naturale, idiota patentata, una cattiva donnuccia”, per poi aggiungere: “Il tradimento è il suo secondo nome. Ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà.” Il fatto di scegliere la lingua italiana davanti a un pubblico russo è la conferma che il messaggio era indirizzato a noi, non a loro.

Non è la prima volta. Agli inizi del 2025, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova aveva attaccato duramente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo che questi aveva paragonato l’aggressione di Mosca all’Ucraina al progetto autoritario del Terzo Reich

Prima ancora, Solovyov aveva rivolto insulti analoghi a Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, colpevole di aver protestato contro la prevista partecipazione del conduttore russo a un programma Rai. Il bersaglio cambia, la logica resta identica: colpire figure istituzionali credibili per erodere la fiducia interna e alimentare dubbi nell’opinione pubblica.

Questa strategia si nutre di una narrativa costruita negli anni: quella secondo cui l’aggressione russa all’Ucraina non sarebbe una guerra di invasione, ma una “operazione speciale” volta a liberare il Paese da un presunto regime deviato

Una narrazione che ha preso di mira direttamente Volodymyr Zelensky, descritto dalla propaganda russa con accuse grottesche – nazista, cocainomane, burattino dell’Occidente – del tutto prive di riscontri. Solovyov stesso, sulla strage di Bucha, ha insinuato pubblicamente che fossero stati gli inglesi a commettere le atrocità documentate dai corpi ritrovati nelle strade. La realtà è un’altra: nel marzo 2026 il Consiglio dell’UE ha adottato sanzioni contro nove individui ritenuti responsabili del massacro, tra cui il colonnello generale Aleksandr Chayko e altri alti ufficiali militari russi che comandavano le truppe nella zona.

Le loro azioni, secondo il Consiglio, costituiscono crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Non propaganda, ma fatti verificati

In questo contesto, la posizione di Giorgia Meloni è stata chiara fin dall’inizio: sostegno all’Ucraina e condanna dell’aggressione russa. Una linea coerente con quella della maggior parte dei partner europei e della NATO. Ed è proprio questa coerenza a renderla un bersaglio. Un anno fa Solovyov aveva già postato su Telegram una foto di Meloni con Macron, definendoli “cavalieri dell’Apocalisse”. Ieri gli insulti sessuali in diretta. La parabola è chiara.

Perché la guerra ibrida non si combatte solo con carri armati e missili, ma con parole, disinformazione, insinuazioni. E se il Cremlino investe tempo, risorse e visibilità per attaccare leader italiani, una ragione c’è: l’Italia è uno dei pochi Paesi europei dove una parte dell’opinione pubblica resta permeabile a queste narrazioni

Un certo sottobosco politico — trasversale, dai settori del Movimento 5 Stelle fino ad ambienti vicini a Matteo Salvini o al generale Roberto Vannacci — ha in più occasioni ripreso o legittimato elementi della narrativa putiniana. C’è però chi, anche stavolta, ha scelto il registro del “non ingigantire”: il deputato di Futuro Nazionale Rossano Sasso ha commentato che bisognava evitare di gettare benzina sul fuoco. Giudizio bizzarro, per insulti sessuali trasmessi in prima serata da una televisione di Stato straniera contro il capo del governo italiano.

Nel frattempo, mentre si parla di NATO “aggressiva”, la realtà racconta altro: droni e velivoli russi che violano o sfiorano gli spazi aerei di Polonia ed Estonia, e sistemi di difesa occidentali impiegati per proteggere i cieli europei. Anche questo contribuisce a spiegare perché l’Italia, e il suo governo, siano finiti nel mirino

C’è poi un elemento che merita attenzione. Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, critiche verso Meloni per presunti mancati allineamenti, arrivano in una fase delicata del conflitto e della diplomazia internazionale.

Coincidenze? I

n politica internazionale, raramente lo sono. Non a caso, Solovyov ha cucito i due fili insieme nello stesso sproloquio: accusarla di aver tradito Trump e di essere una “carogna fascista” è servire due piatti con un solo cucchiaio.

In chiusura, due considerazioni nette

La prima: se la propaganda putiniana è così priva di argomenti da doversi rifugiare nell’insolenza e nel turpiloquio, questo attacco va letto come una conferma della nettezza e dell’efficacia delle posizioni assunte. Ma va anche letto come un segnale d’allarme: se il Cremlino investe così tanto sull’Italia, è perché ritiene di poter incidere. E questo dovrebbe preoccupare più degli insulti stessi.

La seconda: oggi più che mai, chi continua a minimizzare l’aggressione russa o a delegittimare la resistenza ucraina non sta facendo “controinformazione”, ma rischia di diventare — consapevolmente o meno — uno strumento di questa guerra ibrida

A Giorgia Meloni è arrivata la solidarietà trasversale: dal capo dello Stato Mattarella, che le ha fatto pervenire un messaggio di indignazione, ai presidenti di Camera e Senato, fino alle opposizioni. Non sono mancati, però, distinguo e silenzi che non passano inosservati, soprattutto da chi negli anni ha mostrato ambiguità nei confronti di Mosca.

A questa solidarietà si aggiunge anche quella di chi scrive: perché al di là delle appartenenze politiche, qui è in gioco qualcosa di più grande — la tenuta democratica e la capacità di distinguere tra realtà e propaganda

E forse è arrivato il momento, per tutti, di scegliere da che parte stare davvero.

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