Va di moda da qualche tempo brandire la nozione di identità contro lo spettro del populismo sovranista. È divenuto lo slogan di moda ai piani alti di Bruxelles oltre che nei luoghi ovattati e inattingibili dove si celano i grandi burattinai degli eurocrati oggi in affanno. “Non bisogna lasciare la nazione ai nazionalisti”, ha recentemente sibilato Mario Monti sulle colonne del Corriere, lo stesso quotidiano in cui comparve l’editoriale “Un podestà straniero”, a poche settimane di distanza dal golpe finanziario del 2011 che mise da parte l’allora impresentabile Berlusconi. Un quotidiano stranamente profetico, e un editorialista visionario, da far ombra al mitico Tiresia. Del resto, Monti non è solo. La sua voce riecheggia quella di Attali, che a sua volta anima il burattino Macron, che non a caso, da ultimo, se n’è uscito con una affermazione alquanto significativa: “Io credo in un’Europa dei popoli con identità forti ma credo in un’Europa sovrana. Ci sono quelli che ci credono e quelli che non ci credono. Sono questi i nazionalisti”.

Dunque: identità contro nazionalismo. Ecco la sostanza del grande aggiornamento del software eurocratico cui stiamo assistendo in tempi di crisi e di tramonto di un’intera classe dirigente bruxelloise, trascinata suo malgrado nel gorgo di una campagna elettorale per la prima volta dopo decenni davvero autentica. Qual è il senso di questa antitesi? È presto detto. L’oligarchia eurocratica è disposta a convivere con identitari da osteria, a condizione che questi personaggi rumorosi, grotteschi, persino razzisti, si tengano l’identità e non reclamino per sé la sovranità. Agli uni il dialetto, il folklore, l’ampolla padana, i calzoni bavaresi, agli altri il comando, la decisione, il potere, la sovranità.

È questo il contesto nel quale, non a caso, assistiamo al rifiorire del progetto delle macro-regioni, ovvero all’idea di accorpare spezzoni di territori unificati da supposte identità etniche o affinità linguistiche che frantumano gli Stati e li sostituiscono con queste entità sub-sovrane. Da ultimo è stata proposta la creazione di una sorta di collettività europea di Alsazia, un condominio franco-tedesco, eretto in una regione storicamente contesa, in barba alla storia e al senso comune. Roba da far impallidire la boule de suif del celeberrimo racconto di Maupassant.

Si dirà: è il segno dei tempi, sono le conquiste di un’Europa che ha definitivamente messo in soffitta la guerra e le rivalità da cortile tipiche dei contrapposti nazionalismi. Può essere. Senonché, ai meno ingenui, questa appare soltanto una delle molteplici manifestazioni del tentativo di attuare un sub-nazionalismo regionalistico del tutto incapace, per pura impotenza, di esercitare la benché minima sovranità, e per questo del tutto funzionale alla creazione di una perfetta Europa federale.

Anni or sono, Leopold Kor, un teorico austriaco del secessionismo, aveva dato alle stampe un libriccino intitolato “Spezzare le Nazioni”, nel quale sosteneva la tesi seguente: il dramma dell’Europa sono gli Stati-Nazione, causa di conflitti e contese senza fine. Occorre rimediare alla cupio dissolvi europea innescata dal nazionalismo dividendo le grandi nazioni in parti piccole e innocue.

Al bando, dunque, le gradi Nazioni esistenti, a favore di regioni e principati, dai nomi del resto nobili ed evocativi: Burgundia, Piccardia, Navarra, Alsazia, Lorena, Saar, Lombardia, Catalogna, Galizia, Cornovaglia, etc. Fin qui tutto bene. Ma, come sempre, in cauda venenum. Queste unità identitarie e folkloriche sarebbero naturalmente incapaci di sovranità, non potrebbero esercitarla e neppure la pretenderebbero. Sarebbero entità autonome ma non indipendenti. La sovranità resterebbe demandata all’Europa e alle sue oligarchie.

Questa, in sintesi, la campagna elettorale che ci attende: da un lato, i sovranisti euroscettici, che vorrebbero abbattere l’Europa o forse dar vita a un’’Europa dei popoli, senza tuttavia essere in grado di tematizzarla; dall’altro, le oligarchie eurocratiche, costrette a giocare in difesa, impugnando l’identità e la nazione contro il populismo sovranista. In fondo, l’unica cosa che conta, come al solito, è il potere. Chi, come, e in quali condizioni, potrà esercitarlo. In barba ai bavaresi, ai catalani, e persino a Schumann e ad Adenauer, del resto rassegnati da tempo a rivoltarsi nella tomba.

P.S. Non sarà sfuggito ai meno distratti che il probabile successore di Angela Merkel alla CDU pare destinato a essere un certo Friedrich Merz, niente meno che il responsabile per la Germania di Black Rock. Non male davvero per una classe dirigente che tenta di rilegittimarsi in nome della democrazia e del manifesto di Ventotene. Dimenticavo: Merz, guarda caso, ha dichiarato espressamente di voler combattere il populismo puntando maggiormente sulla identità nazionale. Tout se tient.

E' Professore associato di Storia del diritto medievale e moderno all'Università degli Studi di Firenze. Autore dei volumi: Un cattolico protestante: la crisi della separazione tra Stato e Chiesa nelle lettere inedite di Raymond Saleilles a Louis Birot, 1906-1909 (2005) - Democrazia sociale e diritto privato: la terza Repubblica di Raymond Saleilles (1855-1912) (2010) - "Soave amico del vento a Tindari": Salvatore Pugliatti, 1903-1976 : profilo di un giurista neo-classico (2012).