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Home Economia

I mercati non mentono. E danno torto a chi prevedeva il disastro con il governo Meloni C’era chi giurava che con Giorgia Meloni

di Simone Margheri
10 Maggio 2026
In Economia
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Destra
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I mercati non mentono. E danno torto a chi prevedeva il disastro con il governo Meloni

C’era chi giurava che con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi l’Italia sarebbe diventata la pecora nera d’Europa: spread alle stelle, mercati in fuga, investitori in cerca di porti più sicuri. Previsioni che oggi fanno una figura barbina.

Il 2025 ha chiuso con il FTSE MIB ai massimi dal 2001, con una capitalizzazione complessiva della Borsa italiana salita oltre i mille miliardi di euro, pari al 47,2% del PIL

Da quando Meloni è stata nominata premier, le prime quaranta aziende per capitalizzazione hanno registrato un aumento medio del 110%. Non è un rimbalzo di giornata. È una rivalutazione strutturale.

Lo spread racconta la stessa storia. A maggio 2025 il differenziale BTP-Bund è sceso sotto la soglia psicologica dei 100 punti — un livello toccato solo quattro volte negli ultimi quindici anni.

Negli stessi mesi i BTP si sono rivelati i titoli di Stato più stabili d’Europa, con l’Italia che aveva già collocato il 47% del proprio fabbisogno annuo, prima in Europa per valore assoluto. Oggi, a inizio maggio 2026, lo spread è rientrato sotto gli 80 punti e il FTSE MIB ha toccato quota 48.558 punti

Le agenzie di rating hanno fatto il resto. Nel 2025 S&P Global ha promosso l’Italia da BBB a BBB+, seguita da Fitch, da DBRS e infine da Moody’s che, dopo ventitré anni, ha alzato il rating a Baa2. Un quadro unanime che non si vedeva da decenni. S&P ha spiegato la decisione sottolineando la stabilità politica del governo Meloni, la sua maggioranza parlamentare solida e le limitate minacce di opposizione, fattori che hanno contribuito a preservare la fiducia dei mercati finanziari.

Tutto il contrario di quello che ci si aspettava, stando alla vulgata della sinistra italiana

Certo, il contesto non è privo di ombre. La crescita del PIL resta contenuta, il debito pubblico rimane uno dei più alti d’Europa, e le sfide legate ai dazi e alla produttività industriale non si risolvono con un comunicato stampa. Va anche detto che una parte della riduzione dello spread è legata ai rialzi del Bund più che al calo del BTP. L’onestà intellettuale impone di dirlo.

Ma detto questo, il quadro complessivo è quello che è, e non lo dice la propaganda di governo: lo dicono Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch, i fondi istituzionali e le piazze finanziarie di mezzo mondo

Il Superbonus 110%, fortemente voluto da Giuseppe Conte e presentato come una misura capace di ripagarsi da sola, ha lasciato in eredità un peso enorme sui conti pubblici, avvelenando i pozzi e rendendo di fatto impossibile qualsiasi manovra espansiva ulteriore.

È vero che durante i governi Conte c’era la pandemia, ma proprio per questo sarebbe servita ancora più prudenza su una misura che invece ha gonfiato il debito senza produrre quella crescita strutturale promessa che di fatto ha solo confermato le teorie liberiste, “nessun pasto è gratuito” e questo lo stiamo pagando tutti noi a beneficio di pochi

Anche il PNRR, costruito dai governi Conte e Mario Draghi tra conferenze stampa e aspettative altissime, non ha generato all’atto pratico il salto economico annunciato.

Nel frattempo, chi ha scelto la prudenza di bilancio come bussola — senza annunci miracolosi — ha ottenuto qualcosa di più duraturo: credibilità. E la crescita di oggi è sostenuta soprattutto da investimenti privati e da mercati che percepiscono l’Italia come un Paese più stabile, più prevedibile e politicamente più serio.

I mercati, lo sappiamo, non fanno comizi. Non guardano i talk show. Guardano i numeri, la continuità e la capacità di un Paese di stare in piedi senza dover ricorrere ogni pochi anni a governi tecnici d’emergenza

E quei numeri, oggi, stanno dicendo qualcosa di preciso. Chi non vuole sentirlo è libero di continuare con slogan e tifo ideologico. Ma i mercati non mentono.

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Tags: FinanzeGIORGIA MELONIIN EVIDENZAITALIAMERCATI
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