Giani scopre il Cubo nero

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Giani scopre il Cubo nero

Chi è senza peccato scagli il primo cubo nero.

Il caso del cosiddetto Cubo Nero torna al centro del dibattito politico fiorentino dopo le parole del presidente della Regione, che ha definito l’edificio “figlio di un padre incerto”.

Una formula suggestiva, capace di catturare titoli e attenzione mediatica, ma che ha finito per sollevare una questione ancora più scomoda: davvero non si sa chi abbia autorizzato quell’intervento?

O, più semplicemente, oggi conviene far finta di non ricordarlo?

L’edificio sorto sulle ceneri dell’ex Teatro Comunale non è comparso per generazione spontanea. Non è un errore del destino, né un incidente urbanistico capitato per caso in una città distratta.

È il risultato di atti amministrativi precisi, di autorizzazioni firmate, di controlli che avrebbero dovuto esserci e che, se ci sono stati, non hanno impedito uno scempio che oggi quasi tutti, a parole, riconoscono

La definizione di “padre incerto” suona efficace, ma rischia di trasformarsi in un elegante modo per diluire le responsabilità. Perché il punto non è stabilire se esista o meno una paternità politica: quella è scritta negli atti.

Il punto è capire come e perché si sia arrivati a questo risultato

Ed è esattamente qui che si inserisce l’intervento del consigliere Massimo Sabatini, con un tono graffiante che rompe il coro delle dichiarazioni prudenti.
Sabatini non si limita a commentare.

Rivendica di aver letto le carte, di aver costruito un dossier, di aver verificato documenti ufficiali

E soprattutto smonta l’alibi dell’ignoranza. Se chi era in carica sostiene di non aver mai autorizzato quell’intervento, commette un doppio errore: politico, perché governava; amministrativo, perché il potere di vigilanza sul titolo edilizio spetta al Comune. Non alla Soprintendenza, non a un ente astratto, non a un destino cinico e baro. Al Comune.

Il consigliere centra il bersaglio quando distingue tra il “chi” e il “come”. I dubbi non sono sulla firma finale, ma sulle modalità, sui controlli, sulle omissioni

Prima non si blocca una trasformazione che modifica materiali e colori rispetto al piano originario; poi si fa finta di non vedere ciò che sta accadendo in cantiere; infine non si mette nero su bianco una contrarietà che pure viene proclamata a parole. Se davvero quell’edificio era ritenuto inaccettabile, perché non esistono atti formali che lo attestino?

Perché non sono stati esercitati i poteri di vigilanza?

C’è poi la questione economica, troppo spesso messa in secondo piano. La vendita dell’immobile e le modalità con cui è stata gestita aprono interrogativi sulla tutela dell’interesse pubblico.

Ma il disastro estetico, quello che oggi è sotto gli occhi di tutti lungo il Lungarno, si consuma negli anni più recenti, durante gli ultimi tre mandati amministrativi. Qui non si parla di un errore ereditato senza possibilità di intervento: si parla di scelte, di controlli mancati, di inerzie.

Il tentativo di spostare l’attenzione su un generico passato o su responsabilità diffuse appare sempre più fragile

Quando la politica si dichiara orfana delle proprie decisioni, il problema non è solo urbanistico: è culturale. È l’idea che basti una dichiarazione a posteriori per prendere le distanze da ciò che si è contribuito a rendere possibile.

Sabatini, con il suo attacco diretto, costringe tutti a tornare ai fatti.

Ricorda che esistono termini, che esistono poteri sostitutivi, che la Regione non può limitarsi a parlare ma deve agire se ritiene che vi siano irregolarità o margini di intervento. E soprattutto riafferma un principio elementare: le responsabilità amministrative non evaporano con il passare del tempo né con il cambio di narrazione.

Ora la parola passerà alla magistratura, come è giusto che sia

Ma il piano politico resta. E su quel piano non basta riconoscere che la “rigenerazione” non è venuta bene. Occorre spiegare perché non è stata fermata quando era ancora possibile intervenire.

In questa vicenda, le opposizioni hanno svolto un lavoro che va riconosciuto. Hanno studiato gli atti, sollevato domande, costruito dossier, incalzato le istituzioni quando altri sceglievano il silenzio o la cautela. Non stanno a guardare, non si limitano a commentare a cose fatte.

A Firenze, come dimostra il caso Sabatini, esiste un’opposizione vigile e determinata, capace di trasformare l’indignazione diffusa in iniziativa politica concreta

Ed è anche grazie a questo controllo serrato che la città può sperare di non ritrovarsi, domani, di fronte a un altro “figlio di padre incerto” cresciuto nell’ombra delle responsabilità negate.

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