Stranieri quasi 8 pesci su 10 consumati in Italia, dove già dallo scorso Aprile è scattato il “Fish Dependence Day“, simbolicamente la fine di pesce, molluschi e crostacei da approvvigionamento interno e l’inizio della dipendenza dal pesce estero. Principale conseguenza di tutto questo è lo “spaccio” di pescato d’importazione per nostrano, anche al ristorante. La denuncia arriva da Coldiretti Impresapesca in occasione del Fish Dependence Day in Europa, e l’organizzazione dei pescatori non manca di sottolineare che i prodotti provenienti dall’estero hanno anche meno garanzie rispetto al pescato Made in Italy, costituendo spesso anche un pericolo per la salute.

Nei mari italiani si pescano ogni anno circa 180 milioni di chili di pesce, cui vanno aggiunti gli oltre 140 milioni di kg prodotti in acquacoltura – spiega Coldiretti Impresapesca – mentre le importazioni dall’estero hanno ormai superato il miliardo di chili1. Una situazione che lascia spazio agli inganni. Dal Pangasio del Mekong venduto come Cernia al filetto di Brosme spacciato per Baccalà, fino all’Halibut o alla Lenguata senegalese commercializzati come Sogliola. Una frode in agguato sui banchi di vendita in Italia e diffusa soprattutto nella ristorazione, dove non vige l’obbligo di indicare la provenienza. Ma tra i trucchi più diffusi in Italia ci sono anche – continua Coldiretti Impresapesca – il Polpo del Vietnam spacciato per nostrano, lo Squalo smeriglio venduto come Pesce spada, il Pesce ghiaccio al posto del Bianchetto, il Pagro invece del Dentice rosa o le Vongole turche e i gamberetti provenienti da Cina, Argentina o Vietnam dove peraltro è permesso il trattamento con antibiotici che in Europa sono vietati poiché pericolosi per la salute.

Un rischio confermato dai dati del Rassf, il sistema europeo di allerta rapido che, su un totale di 399 allarmi alimentari segnalati nel 2018 nel nostro Paese, ha visto ben 154 casi riguardare proprio il pesce (ben 101!) ed i molluschi bivalvi (53), ovvero circa il 40% del totale2. “In testa alla black list – denuncia Coldiretti – ci sono le importazioni dalla Spagna, da cui sono arrivati ben 51 allarmi tra pesce con presenza eccessiva di metalli pesanti o contaminato con il parassita Anisakis e molluschi infettati da Escherichia coli e Salmonella, ma si sono registrati anche casi di presenza di cadmio in seppie e calamari. Al secondo posto si piazzano invece gli arrivi dalla Francia con 39 casi, di cui ben 26 riguardanti la presenza del batterio Norovirus nelle ostriche ma anche dell’Anisakis e dei crostaci con solfiti. Al terzo posto l’Olanda, anche qui con pesce contaminato da Anisakis e molluschi in cui si sono registrati casi di Norovirus“.

Ma – ricorda Coldiretti – sono molti anche i pericoli in agguato sul pesce che arriva in Italia dagli altri continenti, a partire da quello tunisino dove sono stati rilevati elevati contenuti di istamina causa di intossicazioni alimentari, a quello della Namibia e da Taiwan con presenza di mercurio. Dalla Nuova Zelanda è arrivato addirittura pesce scaduto mentre quello delle Far Œr è risultato infettato da Anisakis mentre nei crostacei provenienti dall’India sono stati scoperti coloranti non dichiarati“.

Per non cadere in inganni pericolosi per la salute occorre garantire trasparenza ai consumatori, estendendo l’obbligo dell’indicazione di origine anche ai menu dei ristoranti con una vera e propria ‘carta del pesce’“, ha dichiarato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, nel sottolineare che “passi in avanti sono stati fatti sull’etichettatura nei banchi di vendita ma il pesce ora deve essere accompagnato anche dall’indicazione della data in cui è stato pescato“.

Il consiglio di Coldiretti Impresapesca è quello di verificare sempre sul bancone l’etichetta, che per legge deve includere l’area di pesca (Gsa). Le provenienze da preferire sono quelle dalle Gsa 9 (Mar Ligure e Tirreno), 10 (Tirreno centro meridionale), 11 (mari di Sardegna), 16 (coste meridionali della Sicilia), 17 (Adriatico settentrionale), 18 (Adriatico meridionale), 19 (Jonio occidentale), oltre che dalle attigue 7 (Golfo del Leon), 8 (Corsica) e 15 (Malta). Per quanto riguarda il pesce congelato sussiste invece l’obbligo di indicare la data di congelamento e, nel caso di prodotti ittici congelati prima della vendita e successivamente venduti decongelati, la designazione ‘decongelato’.


analisi su dati Istat relativi al 2018

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