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Europa al Bivio, tra lo “Stato di Diritto” in Polonia e le piazze in rivoltato

di Silvia Castellani
3 Novembre 2026
In Attualità
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patriota europeo
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Europa al Bivio, tra lo “Stato di Diritto” in Polonia e le piazze in rivolta.

La democrazia europea sta vivendo una delle stagioni più opache e tumultuose della sua storia recente. Non si tratta più soltanto di divergenze geopolitiche o di dibattiti accademici sui trattati di Maastricht o di Lisbona.

La crisi ha varcato i cancelli dei palazzi del potere, si è insediata nelle aule dei tribunali costituzionali ed è esplosa nelle piazze delle principali capitali del continente

Dalla Polonia alla Francia, passando per la Spagna e l’Italia, il collante ideale e istituzionale che per decenni ha tenuto unita l’Unione Europea sembra logorarsi giorno dopo giorno, stritolato tra la morsa dei populismi, la polarizzazione ideologica e una crescente, profonda disillusione popolare. Il simbolo più evidente e allarmante di questa deriva arriva da Varsavia.

Le recenti immagini del presidente della Corte Costituzionale polacca che sfida apertamente le forze dell’ordine urlando il suo “Fatemi entrare”, bloccato da un cordone di polizia, non sono soltanto la cronaca di una tensione locale

Rappresentano la crepa più profonda mai registrata nel cuore delle istituzioni di un Paese membro.
​Da un lato vi è il governo di coalizione guidato da Donald Tusk, insediatosi con la promessa di “ripulire” l’apparato statale dalle pesanti eredità del precedente esecutivo conservatore e nazionalista del PiS (Diritto e Giustizia). Un’azione che Bruxelles ha spesso guardato con favore, interpretandola come un ritorno ai canoni dello “Stato di diritto” dopo anni di derive illiberali e di scontri proprio con la Commissione Europea sulla nomina e l’indipendenza dei giudici.

Dall’altro lato, tuttavia, il blocco conservatore e presidenziale grida apertamente al colpo di Stato istituzionale, denunciando epurazioni sommarie, forzature procedurali e la totale politicizzazione della giustizia

​Il paradosso è feroce. Per ripristinare le regole democratiche e lo Stato di diritto, si rischia di calpestare le stesse garanzie costituzionali e la separazione dei poteri. Quando le forze dell’ordine presidiano o impediscono l’accesso ai massimi organi di garanzia dello Stato, la democrazia non si difende. Si sospende. E questo precedente polacco lancia un segnale inquietante a tutta l’Unione, dimostrando come le istituzioni di garanzia possano facilmente trasformarsi in armi di fazione. Ma la Polonia è solo la punta visibile di un iceberg che si estende ben oltre i confini dell’Europa orientale. Se a Varsavia tremano i palazzi del potere, in Francia, Spagna e Italia a tremare sono le strade.

Le piazze europee sono tornate a essere luoghi di scontro permanente, alimentate da un malessere sociale ed economico che non accenna a placarsi

​In Francia, le rivolte urbane, le proteste cicliche contro le riforme delle pensioni, il carovita e la radicalizzazione dello scontro politico tra un blocco centrista arroccato e le ali estreme (sia a destra che a sinistra) raccontano di un Paese spaccato in due, incapace di trovare una sintesi sociale. La Repubblica francese, culla dei diritti moderni, appare oggi come una pentola a pressione pronta a esplodere a ogni minimo scossone economico o legislativo.
​

In Spagna, la polarizzazione politica ha raggiunto livelli di tensione tali da paralizzare la normale dialettica parlamentare, con una frattura territoriale e istituzionale acuita dai patti di governo, dalle amnistie e da un clima di perenne delegittimazione reciproca tra le forze politiche tradizionali

​In Italia, pur con dinamiche differenti, il disagio si riflette nella disaffezione cronica dei cittadini verso le urne, con tassi di astensionismo record che dovrebbero fare suonare campanelli d’allarme in ogni sede istituzionale, e in una tensione sociale latente legata alla precarizzazione del lavoro, al crollo del potere d’acquisto delle famiglie e a un sistema di welfare percepito come inadeguato di fronte alle grandi transizioni ecologiche e digitali imposte da Bruxelles.
Il denominatore comune di questa crisi diffusa è il fallimento della grande promessa originaria dell’Unione Europea.

La prosperità condivisa, la stabilità permanente e la convergenza sociale sono venuti meno, e con loro il sogno di una Europa forte e unita

​Nato come il più grande progetto di pace e cooperazione della storia moderna, capace di abbattere i confini e di garantire standard di vita elevati attraverso la forza della legge e del mercato comune, il sogno europeo si scontra oggi con la dura realtà di un mondo in transizione e profondamente diseguale. Per milioni di cittadini, l’Europa non è più percepita come uno scudo protettivo contro le crisi globali (dalle pandemie alle guerre, dall’inflazione energetica alla concorrenza spietata dei colossi globali), ma come un’entità tecnocratica, distante, percepita spesso come rigida sui vincoli di bilancio ma incapace di offrire risposte concrete e solidali alle emergenze quotidiane.

​Questa percezione di distanza alimenta inevitabilmente il populismo e l’euroscetticismo

Quando i cittadini non vedono più nello Stato e nelle istituzioni sovranazionali dei garanti del proprio benessere e della propria sicurezza, tendono a rifugiarsi nei nazionalismi, nella chiusura identitaria o nella radicale contestazione delle regole democratiche.

​La crisi che attraversa la Polonia e le tensioni che scuotono le piazze d’Occidente non possono essere liquidate come semplici incidenti di percorso o come turbolenze congiunturali. Sono i sintomi di una mutazione profonda.

​L’Unione Europea si trova oggi a un vero e proprio bivio storico

Da una parte rischia la deriva dell’irrilevanza e della disgregazione interna, ridotta a un agglomerato di Stati in rotta di collisione permanente, incapaci di parlarsi se non attraverso i veti incrociati e le emergenze gestite alla giornata.

Dall’altra parte, l’unica via d’uscita praticabile richiede un coraggio politico che oggi sembra tragicamente assente, che e’ quello di ripensare radicalmente il patto sociale europeo, restituendo centralità ai diritti dei cittadini, alla coesione territoriale e a una democrazia che non sia solo una facciata formale o un insieme di procedure burocratiche, ma sostanza viva capace di incidere positivamente sulla vita reale delle persone

​Se le istituzioni europee e nazionali continueranno a ignorare il grido d’allarme che sale dalle aule giudiziarie bloccate e dalle piazze in rivolta, il “sogno” rischierà di trasformarsi definitivamente in un ricordo sbiadito, sostituito dalla dura legge della frammentazione e del caos.

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Tags: EUROPAPRIMO PIANOTecnocrazia
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