Essere di destra è divenuto rischioso
Ormai nella deriva ideologica polarizzata e a tratti totalitaria che sta pervadendo la politica, essere di destra può essere annoverata come causa di pericolo.
Pericolo di morte civile – perché se sei di destra devi sempre dimostrare qualcosa in piu, o subire la censura dei benpensanti o ancora doverti giustificare solo perché esisti.
E purtroppo anche pericolo di morte fisica come è accaduto in Francia allorché un giovane ragazzo è stato pestato a morte solo per aver difeso due donne, militanti di destra, che protestavano in occasione di un evento organizzato dal partito di Macron
Questi manifestanti sono stati aggrediti da un gruppo di antifascisti che evidentemente non si sono fermati nemmeno di fronte a due donne.
E, quando il giovane Quentin è intervenuto per difendere le militanti dall’aggressione squadrista degli antifascisti, lo hanno preso a calci e pugni fino a ridurlo in fin di vita (il ragazzo è morto poco dopo).
Una vicenda tragica che porta necessariamente a interrogarsi su che cosa è diventato il confronti politico oggi. Troppo facile pensare che si tratti di un caso (fortunatamente) isolato, omettendo invece di affrontare il palese sdoganamento della violenza come mezzo di contrapposizione politica
Qualcosa che non vorremmo vedere mai e che invece sta crescendo di quantità e purtroppo intensità. Ma,rispetto ad altre epoche della nostra storia europea, con delle dinamiche assai specifiche e contraddittorie.
Prendiamo gli anni 70 in Italia. Periodo complesso come ci insegnano gli studiosi, nel quale la violenza politica era assai praticata e talvolta rivendicata con orgoglio da formazioni estremiste di destra e di sinistra.
Purtroppo con diverse vittime
Ma allora la contrapposizione era frontale e durissima. La sinistra imperversava nelle scuole e nelle università.
Il marxismo era l’ideologia che sorreggeva questi movimenti e sappiamo bene come questa ideologia non abbia mai rinnegato la violenza.
Anzi, la considerava la levatrice della storia, madre del processo rivoluzionario.
Di contro, gli estremisti di destra si richiamavano esplicitamente al fascismo mussoliniano che del pari non rinnegava la violenza e, anzi ne faceva ampio uso
Perciò nei rapporti di Forza dove invero prevaleva la sinistra, l’idea che si potesse colpire fisicamente l’avversario politico non era escluso – almeno in via teorica – come atto politico. Molti hanno pagato con la vita il loro essere di destra.
Ci siamo buttati alle spalle questo periodo con tutti i suoi traumi o almeno così pensavamo.
Oggi Purtroppo quella speranza potrebbe essere smentita e l”incubo della violenza politica potrebbe tornare
Ve ne sono tutte le avvisaglie in Italia come altrove (come dimostra il tragico caso francese). Ma ad un più attento esame, occorre sottolineare come fra ieri e oggi vi siano delle differenze sostanziali che aiutano a capire che la cornice di riferimento è cambiata. Le ideologie sono crollate, i vecchi partiti che vi si ispiravano sono scomparsi. La destra è diventata destra di governo e persino le ali estreme né teorizzano né sostanzialmente mettono in atto una strategia di lotta violenta.
La sinistra ha praticamente rinnegato il marxismo e ha abbracciato la teoria della non violenza (almeno in teoria).
Eppure sotto la cenere di un Fair play democratico che non è mai stato sentito veramente, il fuoco brucia ancora e le scintille si fanno via via più pericolose
Ma se possiamo dire che la destra non si rende protagonista di alcun episodio marcatamente violento salvo rarissimi casi, preferendo semmai rifugiarsi nel folklore nostalgico, a sinistra sempre più crescono frange di estremisti che sovente fanno ampio ricorso a simili atti distruttivi. E se, mentre negli anni 70, la sinistra parlamentare ben presto prese le disranze, oggi accade quasi il contrario.
Frange di sinistra istituzionale sono molto restiw a condannare seriamente fenomeni come gli attacchi alle Forze dell’Ordine, distruzione di città, preferendo accompagnare parole di circostanza da attenuanti più o meno sociologiche per spiegare la violenza
Sempre più spesso nelle manifestazioni e nei cortei dove tali episodi si verificano troviamo parlamentari o comunque esponenti che marciano al suono delle medesime parole d’ordine.
O ancora, sempre più spesso si moltiplicano richiami simbolici al terrorismo rosso contro i membri del Governo attualmente in carica di Giorgia Meloni.
Spesso capita che i banchetti o le sedi dei partiti di centrodestra vengano assaltati e vandalizzati
E, anche in questi casi, da parte della sinistra istituzionale giungono ben poche condanne. Ma se ci si limitasse al silenzio della sinistra rispetto alle violenze esercitate dagli estremisti, la cosa seppur grave potrebbe persino essere tollerata (seppur con disgusto).
Sfortunatamente non è così.
Perché se si va a indagare più a fondo scopriamo l’esistenza di un filo rosso, flebile ma vivo, fra questo tipo di atteggiamenti violenti e una continua narrazione che, in particolare dal 2022 cioè da quanto il centrodestra ha vinto le elezioni, si fa via via più accentuata e accompagna l’azione politica di una certa sinistra.
Questa narrazione si nutre di fantasmi del passato evocando continuamente il fascismo, archetipo ideologico nel quale inquadrare praticamente tutte le azioni del governo Meloni, e quindi invocando la rivolta sociale come strategia sistemica. Insomma possiamo dire che le battaglie politiche oggi portate dalle opposizioni di sinistra sono sempre più fondate sulla delegittimazione dell’avversario che non su progetti propri
Quest’ultimo non è più portare di una diversa visione del mondo altrettanto legittima e in competizione nel gioco democratico, ma è visto come un mostro diabolico, residuato del passato da abbattere.
La mostrificazione della destra poi fa da pendant con la percezione che invece la sinistra ha di se stessa quale erede dei partigiani che liberarono il paese dalla dittatura, quindi dei buoni per antonomasia.
Nella riedizione manichea di una guerra permanente che dura dal 1945, se l’avversario politico non è più legittimo portatore di istanze politiche ma solo un fascista, magari ripulito e un doppiopetto, la linea è quella del partigiano e di Piazzale Loreto
Insomma se queste sono le condizioni tutto diventa lecito: l’attacco personale, la strumentalizzazione di vicende private, la giustizia come arma politica ecc. In questo contesto dunque anche la violenza che, certo non è predicata né voluta, diviene però una variabile Assolutamente possibile.
Più facile dunque che gruppi estremisti si propongano di tradurre in fatti la reductio ad maleficum che da quella narrazione deriva
Ma, poiché il collegamento tra questi segmenti concettuali non è diretto perché almeno a parole la sinistra rinnega e condanna la violenza, occorre un collante ideologico idoneo a stemperare le criticità delle conseguenze di quel collegamento e dei suoi risvolti morali.
Ed ecco che si ripesca una categoria diventata ormai mitica, cioè quella dell’antifascismo.
L’antifascismo Senza fascismo è il ricorso all’eterno ritorno del patrimonio valoriale della sinistra, pietra militare della loro Storia ma al contempo unico residuo progettuale in assenza di idee e progetti spendibili
In nome di questo antifascismo sempre presente e usato come clava, il passato si riattualizza continuamente in modo multiforme (la riforma della magistratura è autoritaria, i decreti Sicurezza sono fascisti, le riforme costituzionali mirano all’uomo forte al comando erede del Duce ecc.) e costruisce il substrato ideologico per cui “uccidere un fascista nn è reato” come gridavano negli anni 70.
E se è indubbio che storicamente l’antifascismo su un valore, in nome di questo valore così deformato, ancora oggi, si può morire ma anche evidentemente uccidere.
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