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Home Economia

Energia: termodinamica, potere e sicurezza. La nostra intervista al fisico Roberto Battiston

di Jacqueline Facconti
7 Settembre 2026
In Economia
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Energia: termodinamica, potere e sicurezza. La nostra intervista al fisico Roberto Battiston
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Energia: termodinamica, potere e sicurezza. La nostra intervista al fisico Roberto Battiston

Al Festival della Mente di Sarzana, il fisico analizza il sistema energetico globale attraverso tre lenti — vincoli fisici, dipendenze geopolitiche e osservazione satellitare — per leggere crisi come quella ucraina e iraniana e la transizione verso le fonti rinnovabili

Tra le voci più attese della ventiseiesima edizione del Festival della Mente c’è quella di Roberto Battiston, fisico delle particelle, ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana e oggi presidente dell’European Space Science Committee (ESSC). Il suo intervento adotta un approccio interdisciplinare: analizza il sistema energetico globale non solo come problema tecnico-ingegneristico, ma come sistema complesso in cui vincoli termodinamici, infrastrutture fisiche e rapporti di potere geopolitico sono interdipendenti. 

Il fil rouge è che la transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili non riguarda soltanto le tecnologie di conversione, ma ridisegna gli equilibri strategici globali — dalle guerre in Ucraina e in Iran alla competizione per i minerali critici.

1973: quando il vincolo fisico si è rivelato un vincolo politico

Battiston individua l’origine della sua riflessione in un episodio storico preciso: le domeniche a piedi imposte dalla crisi petrolifera del 1973, in seguito all’embargo dei paesi OPEC verso i paesi sostenitori di Israele nella guerra del Kippur. Il dato fisico interessante, sottolinea, è che la disponibilità di energia primaria nel sottosuolo non era mutata: “Il petrolio non era scomparso dal sottosuolo e i motori non avevano smesso di funzionare. Erano cambiati i rapporti politici che ne regolavano l’accesso.” 

Lo shock, in altre parole, non fu geologico ma istituzionale — una distinzione che nella letteratura di sicurezza energetica separa la scarsità fisica (resource scarcity) dalla scarsità indotta da decisioni di mercato o embargo (supply disruption).

Da fisico e Docente universitario, Battiston formalizza il punto separando due piani distinti: le leggi della termodinamica stabiliscono quali trasformazioni energetiche sono possibili — quanta energia utile si può estrarre da una data fonte — ma non determinano la struttura di proprietà, i prezzi o l’accesso a quella risorsa. 

“Non basta chiedersi quanta energia abbiamo a disposizione. Bisogna domandarsi chi la controlla, a quali condizioni la rende disponibile e quanto siamo liberi di farne a meno. L’energia è capacità di agire: anche per questo è potere.“, sottolinea lo stesso Professore. 

Infrastrutture critiche e vulnerabilità delle rotte: i casi Ucraina e Iran

Il conflitto in Ucraina viene analizzato da Battiston su due canali distinti di impatto. Il primo è diretto e infrastrutturale: gli attacchi sistematici alla rete elettrica — centrali termoelettriche, sottostazioni di trasformazione, linee di trasmissione ad alta tensione — hanno colpito le condizioni materiali di vita della popolazione civile, un pattern che la letteratura sui conflitti definisce coercizione infrastrutturale. 

Il secondo canale è economico-diplomatico: la riduzione dei flussi di gas naturale verso l’Europa, veicolati storicamente attraverso i gasdotti che attraversano il territorio ucraino e il Mar Baltico, ha trasformato una relazione contrattuale di lungo periodo in una leva di pressione politica sui paesi importatori.

Il conflitto che coinvolge l’Iran illustra invece una terza categoria di vulnerabilità, quella logistica: la concentrazione dei flussi di greggio in choke point marittimi come lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio scambiato via mare a livello globale. Le interruzioni dei traffici in quel tratto di mare, spiega Battiston, “trasmettono gli effetti della guerra ben oltre il luogo in cui si combatte“, propagandosi ai mercati internazionali attraverso il meccanismo dei prezzi. 

Ne discende, per Battiston, un corollario di policy: la sicurezza energetica non può ridursi alla diversificazione dei fornitori, ma richiede una riduzione strutturale della domanda tramite efficienza energetica, elettrificazione a basse emissioni, potenziamento delle reti e dei sistemi di accumulo. “La transizione va pensata anche come una politica di sicurezza e di libertà.“

Minerali critici: una dipendenza strutturalmente diversa da quella fossile

Sul rischio che la transizione verso le rinnovabili sostituisca la dipendenza dagli idrocarburi con una nuova dipendenza dai minerali critici — litio, cobalto, nichel, terre rare — Battiston non nega la concentrazione geografica del rischio, richiamando in particolare il ruolo dominante della Cina nei passaggi intermedi delle filiere: non tanto nell’estrazione grezza, quanto nella raffinazione dei materiali e nella manifattura dei componenti ad alto valore aggiunto (celle fotovoltaiche, magneti permanenti, catodi per batterie).

Introduce tuttavia una distinzione fisica rilevante, legata alla natura non dissipativa dei metalli rispetto a quella dissipativa dei combustibili: il petrolio e il gas vengono ossidati in combustione e devono essere continuamente riestratti e riacquistati; i metalli critici, una volta incorporati in un impianto o in una batteria, vi permangono per l’intera vita utile del dispositivo e possono essere in parte recuperati a fine ciclo tramite riciclo urban mining. 

Da qui la sintesi di Battiston: “Una crisi dei minerali ostacola soprattutto la costruzione di nuovi impianti e dispositivi; una crisi del combustibile può fermare quelli già in funzione.” La conclusione operativa è di evitare sia l’illusione di un’autosufficienza assoluta sia l’equivalenza semplicistica fra le due dipendenze: servono filiere diversificate, investimenti in ricerca su materiali sostitutivi, capacità di riciclo e rapporti commerciali più equi con i paesi produttori.

La variabile distributiva: non solo decarbonizzazione, ma equità

Al centro dell’intervento c’è una riformulazione della domanda energetica: non “con quanta energia vivremo“, ma “in quale mondo vivremo” mentre cambia il modo in cui l’energia viene prodotta, distribuita e utilizzata. Per Battiston la transizione non è un problema puramente ingegneristico di sostituzione tecnologica — turbine eoliche al posto di centrali a carbone, veicoli elettrici al posto di motori a combustione interna — ma un processo che può lasciare intatti, o al contrario ridisegnare, i rapporti di potere e le disuguaglianze economiche preesistenti.

Le variabili distributive che pone sono misurabili: accesso differenziato all’efficientamento energetico degli edifici, allocazione dei capitali destinati ai nuovi investimenti infrastrutturali, riconversione occupazionale nei settori ad alta intensità di carbonio, ruolo dei paesi fornitori di materie prime — partner dello sviluppo industriale o territori su cui esternalizzare i costi ambientali dell’estrazione. “Non considererei riuscita una transizione che proteggesse il clima abbandonando le persone“, afferma, “e non considererei progresso la promessa di consumi materiali illimitati dentro un pianeta limitato.”

Telerilevamento satellitare: dall’osservazione alla verifica quantitativa

Sul contributo delle tecnologie spaziali alla transizione — ambito di cui si occupa oggi in quali di Presidente dell’ESSC, dopo essere stato alla guida dell’ASI — Battiston respinge la dicotomia tra osservazione passiva e strumento d’azione: “Osservare bene è spesso la condizione per agire efficacemente.” Porta a esempio il monitoraggio delle emissioni fuggitive di metano — un gas climalterante con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) molto superiore alla CO2 su un orizzonte a 20 anni. 

I dati spettroscopici acquisiti dai satelliti del programma europeo Copernicus consentono di rilevare pennacchi di emissione, localizzarne le sorgenti puntuali (impianti, gasdotti, discariche) e segnalarle agli enti responsabili; il sistema di allerta MARS (Methane Alert and Response System) utilizza questi dati per tracciare nel tempo l’efficacia degli interventi di mitigazione. “Il satellite non ripara una condotta”, chiarisce Battiston, “ma può indicare dove intervenire e contribuire a verificare il risultato.”

Oltre al metano, sottolinea, le piattaforme satellitari sostengono la pianificazione, il monitoraggio e la gestione operativa delle infrastrutture energetiche su scala continentale. Ma la funzione più rilevante, a suo giudizio, è quella di rendere verificabili in modo indipendente le dichiarazioni sulla riduzione delle emissioni: “Fra dichiarare di ridurre le emissioni e ridurle davvero c’è una differenza che dobbiamo poter misurare. Lo spazio ci offre anche questo: la possibilità di distinguere una transizione reale da una transizione semplicemente ben raccontata.”

Conclusione: l’energia come mezzo, non come fine

Alla domanda su quale idea lasciare al pubblico del Festival della Mente, Battiston riporta la discussione dal piano tecnico a quello dei fini: l’energia è uno strumento — serve a curarsi, abitare, muoversi, studiare, costruire relazioni sociali — e non un indicatore di progresso in sé. Il livello dei consumi, sostiene, non è di per sé una metrica di benessere; lo è piuttosto la qualità della vita ottenibile e condivisibile a parità di risorse impiegate.

“La scienza può mostrarci le possibilità e i limiti; non può sostituirsi alla responsabilità delle scelte“, conclude. “Il futuro non sarà deciso soltanto dall’efficienza di una batteria o di una centrale, ma anche dall’idea di convivenza che metteremo dentro quelle tecnologie.” La sintesi con cui chiude, e che dà il senso al suo intervento a Sarzana, richiama per contrasto un principio cardine della fisica, quello di conservazione: “L’energia si conserva; un mondo abitabile, invece, dobbiamo conservarlo noi.”

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Tags: BattistonENERGIAEuropean Space Science CommitteeFestival della Mente di SarzanaIN EVIDENZA
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