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Home Economia

È UFFICIALE ANCHE PER LA CGIL LA TOSCANA È IN CRISI ECONOMICA

di Simone Margheri
5 Febbraio 2026
In Economia
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Salario minimo, in Italia tutto tace: colpa dei padroni, ma anche della miopia dei sindacati

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È UFFICIALE ANCHE PER LA CGIL LA TOSCANA È IN CRISI ECONOMICA.

Ma tranquilli abbiamo il rdcr e l’assessore alla felicità. Che cosa potrebbe mai andare storto?

Come ama dire l’avvocato Catania.

Battute a parte un nuovo focus dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della CGIL (Ires-CGIL) ha delineato uno scenario economico toscano caratterizzato da segnali concreti di crisi strutturale e stagnazione prolungata

Il rapporto, presentato all’inizio di febbraio a Firenze, mette in evidenza un quadro in cui la crescita del prodotto interno lordo regionale nel 2025 si attesta attorno allo 0,3%, dato inferiore alla media nazionale e segnala la persistenza di debolezze profonde nell’economia locale.

Il report sottolinea come il PIL reale del 2025 sia appena superiore a quello del 2007 e del 2019, indice di uno sviluppo fermo da oltre quindici anni e di un processo di deindustrializzazione che ha penalizzato tratti storicamente forti del tessuto produttivo toscano

L’analisi evidenzia come la Toscana abbia progressivamente adottato un modello economico fondato su terziarizzazione debole, turismo, servizi a basso valore aggiunto e rendita immobiliare, a fronte di un crollo degli investimenti produttivi e di una contrazione strutturale della manifattura.

Negli ultimi cinque anni la dinamica degli investimenti fissi lordi è stata costantemente inferiore a quella nazionale e nel 2025 è rimasta al +0,7% contro una media italiana del +2,4%, contribuendo a un circolo vizioso di bassa produttività, salari deboli e stagnazione economica.

Dal lato del mercato del lavoro, il tasso di occupazione mostra aumenti, ma si registra un peggioramento della qualità dell’occupazione: diminuiscono i lavori stabili e ben retribuiti, mentre cresce il fenomeno del lavoro povero e precario

In Toscana sono circa 200.000 le persone che guadagnano meno di 1.000 euro al mese e si registra un forte incremento delle ore di cassa integrazione, sia ordinaria sia straordinaria, con particolare concentrazione nell’industria e nei comparti manifatturieri tradizionali.

Il focus Ires conclude che, senza un cambio profondo del modello di sviluppo, con politiche industriali pubbliche incisive e investimenti produttivi, la Toscana rischia di consolidare una stagnazione di lungo periodo, incapace di garantire diritti, salari dignitosi e prospettive alle nuove generazioni

Per adesso nessuna risposta diretta dalla Regione Toscana.

Nonostante la nettezza delle diagnosi e la gravità dei dati, non risultano finora dichiarazioni o risposte ufficiali della Giunta regionale della Toscana o del suo presidente, Eugenio Giani, che affrontino direttamente i contenuti più critici del focus Ires-CGIL.

Il rapporto è stato rilanciato dalla stampa locale e sindacale, ma nelle principali agenzie e nei media non sono emerse contro-repliche articolate da parte dell’esecutivo regionale sui punti chiave del documento

In un clima politico locale in cui la dialettica istituzionale appare spesso polarizzata da questioni di visibilità e simbolismi politici, può quasi sorprendere – se non ironizzare – su alcune priorità percepite dell’amministrazione regionale: la discussione pubblica si concentra su iniziative quali l’aumento del numero dei consiglieri regionali con l’inclusione di una figura come “il consigliere della felicità”.

Se questa è la priorità dominante di Giani e della sua giunta, allora problemi come una crisi economica strutturale e la stagnazione produttiva potrebbero sembrare di secondaria importanza rispetto a questioni di rappresentanza politica

In questa cornice, si potrebbe osservare, con un pizzico di sarcasmo, che evidentemente la non-felicità degli oltre 200.000 lavoratori con salari sotto i mille euro e dei cassaintegrati – molti dei quali, tra l’altro, potrebbero aver sostenuto politicamente l’attuale maggioranza regionale – è meno urgente dell’introduzione di un nuovo consigliere dedicato alla felicità.

E tuttavia si tranquillizzino i toscani: la stagnazione economica e il declino dell’industria manifatturiera non sono davvero un problema dal momento che esiste il reddito di cittadinanza regionale a supporto del welfare.

Se fino a 23 milioni di euro l’anno verranno destinati al reddito di inserimento regionale, l’alternativa di spingere risorse verso investimenti produttivi, sostegno alle imprese, innovazione e crescita reale appare subordinata ad altri obiettivi di spesa

E mentre i contribuenti toscani finanziano strumenti come reddito regionale e oltre cento milioni di euro destinati a strutture sanitarie considerate da alcuni inefficienti, chiunque osi suggerire che quei fondi potrebbero essere impiegati in modo più produttivo – ad esempio per investimenti industriali o riduzione degli sprechi – rischia subito di essere etichettato come “pericoloso fascista” nel dibattito pubblico regionale.

Tuttavia, questa ironia mette in evidenza un punto fondamentale: la crisi economica toscana non può essere affrontata solo con misure assistenziali o simboli politici, ma richiede una visione di politica economica orientata alla crescita reale

Questi dati non erano completamente inattesi. Già mesi prima delle elezioni regionali, osservatori e analisti indipendenti avevano segnalato segnali di debolezza strutturale nell’economia toscana, mettendo in guardia sul ruolo ridotto degli investimenti, sulla fuga di capitali e competenze verso aree a minori costi e sulle difficoltà della manifattura nell’attrarre nuova produzione e occupazione di qualità.

Non è necessario essere economisti di fama internazionale o maghi con la palla di cristallo per vedere che la creazione di posti di lavoro stabili e ben remunerati non si ottiene con sussidi una-tantum o trasferimenti assistenziali, ma con investimenti reali, sostegni mirati alle imprese e un ambiente competitivo

In una regione dove il costo della vita e delle attività produttive è elevato, man mano che gli stipendi restano bassi, la manodopera tende a spostarsi verso mercati meno costosi e più dinamici.
Se e quando il presidente Giani dovesse finalmente fornire una risposta articolata al focus Ires, è facile prevedere che parte del ragionamento – come spesso accade nella retorica politica – sarà incentrata sulla congiuntura nazionale e sulle presunte mancanze del governo centrale, con l’argomentazione che politiche nazionali sfavorevoli penalizzano gli investimenti e la crescita in Toscana.

Tuttavia, un confronto con altri territori italiani mostra un quadro non uniforme: mentre in Toscana il PIL cresce in modo modesto e sotto la media nazionale, altre regioni del paese registrano performance più robuste sia in termini di crescita economica sia in occupazione stabile

Secondo elaborazioni di centri studi nazionali, regioni come Emilia-Romagna e Lombardia evidenziano tassi di crescita economica superiori alla media nazionale e una performance occupazionale più solida nel 2026, grazie a una base produttiva industriale e a un maggiore livello di investimenti.
Inoltre, in materia di investimenti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, esiste una corsa contro il tempo per completare progetti entro la fine del 2026, e in Toscana non mancano segnali di ritardi e incertezze, soprattutto in settori chiave come l’istruzione e le infrastrutture scolastiche.

L’attuazione dei progetti PNRR, pur essendo avanzata, vede ancora una quota significativa di opere in fase di esecuzione o in bilico, con il rischio concreto che queste non vengano completate nei termini previsti

Se questa dovesse essere la risposta, allora i cittadini toscani, davanti ai numeri e alla diagnosi economica, dovrebbero semplicemente guardarsi allo specchio e ripetere a se stessi la storica massima: chi è causa del proprio male, pianga se stesso.

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Tags: CGILCRISIFAMIGLIEIN EVIDENZAREGIONE TOSCANA
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