Dopo Yalta la ricerca permanente del nemico necessario
Dopo la fine dell’equilibrio di Yalta si diffonde la paura del vuoto.
Il nemico necessario
Fra il 1989 e il 1991 ebbe improvvisamente termine il periodo della Guerra Fredda. Michail Gorbačëv con Glasnost e Perestroika aveva già indebolito il controllo sovietico dall’interno. Poi, dopo il crollo del regime della RDT, venne rimosso il Muro di Berlino nel novembre 1989 e i regimi dell’Est caddero uno dopo l’altro come un domino. Nel 1990 si sciolse il Patto di Varsavia, nel 1991 si dissolse l’URSS in un processo di smembramento che a quel punto era apparso inarrestabile.
Quello che pochi ricordano è che in Occidente, insieme all’euforia, serpeggiò anche un grande smarrimento. La domanda che tornava era sempre la stessa: e adesso? Per 45 anni il mondo era stato semplice da leggere. Due blocchi, regole chiare, deterrenza nucleare. Era l’ordine di Yalta, cinico ma stabile. Con la fine di quell’equilibrio cadde anche il collante che teneva insieme l’Occidente.
I più preoccupati furono i realisti della politica estera e i militari. Perché senza l’URSS veniva meno la ragione principale per tenere le basi americane in Germania, in Italia, in tutta Europa. E senza un nemico esterno, cosa avrebbe tenuto uniti europei che fino a quel momento erano divisi? Henry Kissinger fu tra i più espliciti. Disse che era meglio un nemico prevedibile che il caos. Sull’unità tedesca aveva lo stesso timore di Giulio Andreotti. Nel 1990 arrivò a dire che la Germania unita sarebbe stata o un gigante benevolo o la causa della prossima guerra europea, e che non c’era via di mezzo. Propose anche di rallentare la riunificazione e dare garanzie all’URSS. Non lo ascoltò nessuno.
Margaret Thatcher odiava il comunismo, ma temeva ancora di più una Germania riunita ed economicamente dominante. Organizzò due vertici segreti, uno con Mitterrand e uno con Gorbaciov, proprio per provare a frenare Helmut Kohl. Mitterrand era forse il più spaventato di tutti. Per lui la Francia aveva senso solo dentro un asse con una Germania divisa. Senza l’URSS, la Germania non avrebbe più avuto bisogno della Francia. Alla fine si rassegnò, ma mise come condizione che la Germania unita entrasse subito nella CEE e poi nell’euro. Era un modo per legarla. L’ idea dell’ euro nacque da questo timore francese.
Zbigniew Brzezinski e altri strateghi americani si fecero la stessa domanda: senza un avversario, l’Europa o si spacca o va per conto suo. Da lì nacque l’idea di allargare subito NATO e UE verso Est. Non tanto per esportare democrazia, ma per tenere gli Stati Uniti dentro l’Europa e la Russia fuori.
Anche le sinistre europee persero una parte della loro identità e dovettero reinventarsi. E ci fu chi pianse la fine di un esperimento. Nel frattempo nel Pentagono e nell’industria bellica americana cresceva un altro problema. Per decenni il bilancio militare era stato giustificato dalla paura. Senza URSS, al Congresso come si sarebbero spiegati 300 miliardi l’anno? Dick Cheney nel 1992 disse in modo molto diretto che bisognava trovare un nuovo nemico per tenere i fondi. Lockheed, Boeing, Raytheon rappresentavano milioni di posti di lavoro legati ai contratti statali. La pace avrebbe significato licenziamenti in massa. E poi, senza URSS, perché la Germania avrebbe dovuto continuare a comprare armi americane e ospitare basi USA? Perché l’Italia sarebbe dovuta restare sotto l’ombrello NATO invece di fare da sola?
Ogni volta che negli anni 70 con Nixon e Breznev e negli anni 80 con Reagan e Gorbaciov si era parlato di distensione, nei corridoi del Pentagono era scattato il panico. La distensione voleva dire meno armi, meno alleanze, meno controllo. L’ideale per quel sistema era un conflitto a bassa intensità, gestibile. Non la pace vera.
Così negli anni 90 comparvero subito i nuovi nemici. Prima gli stati canaglia, poi le guerre nei Balcani, poi il terrorismo islamico e la Guerra al Terrore. E infine il ritorno della Russia come avversario totale. Oggi si sta preparando il terreno anche per la Cina. Cambia il nome, non la struttura.
Questa è realpolitik. Un’egemonia senza avversario perde legittimità. La protezione ha bisogno di minacce. George Kennan, l’architetto del contenimento, arrivò a dire: abbiamo creato un mostro, ora non sappiamo più vivere senza di esso.
Nel marzo 1992 trapelò sul New York Times un documento del Pentagono chiamato Defense Planning Guidance. Era stato scritto sotto Bush padre, con Cheney segretario alla Difesa e Paul Wolfowitz. L’obiettivo era dichiarato in modo brutale: impedire la nascita di un nuovo rivale che potesse diventare grande quanto l’URSS. Non importava chi. Dovevano essere controllate l’Europa occidentale, l’Asia orientale, l’ex URSS e il sud-ovest asiatico.
Con il crollo dell’URSS partì anche la richiesta dei dividendi della pace. Clinton voleva tagliare del 33% la spesa militare, altri parlavano di 50%. Il Pentagono doveva quindi dare una giustificazione per tenere i budget alti. La risposta fu la supremazia preventiva. L’idea che gli Stati Uniti, non l’ONU, dovessero restare garanti della pace. Un senatore democratico la definì Pax Americana: un sistema di sicurezza globale dove le minacce alla stabilità vengono soppresse o distrutte dal potere militare USA.
Lo scandalo fu enorme perché sembrava un piano di dominio imperiale. Cheney e Libby dovettero addolcire il testo per farlo passare. La versione finale di gennaio 1993 era meno esplicita, ma l’impostazione restò. Dentro l’amministrazione ci fu scontro. Alcuni diplomatici lo bocciarono come troppo arrogante. I critici lo chiamarono imperialismo benevolo. I maggiori sostenitori erano Wolfowitz e Cheney. Il concetto era chiaro: il sistema mondiale deve restare centrato su di noi e useremo la forza per evitarne alternative. Non colonialismo, egemonia totale.
Dopo il 1991 l’Occidente aveva perso il nemico strutturale. Poi arrivò l’11 settembre 2001 e per molti ambienti strategici fu una svolta provvidenziale. Negli anni 90 i budget militari erano calati. Dopo l’11 settembre la spesa USA raddoppiò in 10 anni. Afghanistan, Iraq, Guerra al Terrore, basi, contratti, armi. Il nemico c’era di nuovo. Lo stesso Cheney nel 2002 disse che l’11 settembre aveva cambiato tutto, che ora si sapeva per cosa si stava combattendo.
Il terrorismo ebbe come conseguenza anche quella di funzionare da collante all’alleanza atlantica. Siamo tutti nel mirino. Giustificò NATO, basi USA in Europa, intelligence condivisa. E fece nascere la guerra preventiva. Con la dottrina Bush del 2002 gli Stati Uniti potevano colpire prima, ovunque. Una cosa che con la Russia non si poteva fare per il rischio nucleare, ma con le reti terroristiche sì. George Kennan già nel 1998 aveva avvertito: se creiamo un nemico globale e vago, potremo combatterlo all’infinito. Cinico, ma funzionava. Soldi, legittimità, unità.
Un altro pezzo di questa storia è l’Ucraina. L’idea di inglobarla sia nella NATO che nell’ UE non nasce nel 2014 o nel 2022. Nasce subito dopo il 1991. La strategia americana era chiara: niente vuoti di potere in Eurasia. Brzezinski nel 1997 nel libro La Grande Scacchiera lo scrisse senza giri di parole. Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Con l’Ucraina la Russia può ancora aspirare a essere una potenza globale. L’imperativo era togliere a Mosca la possibilità di tornare grande.
Negli anni 90 entrarono nella NATO ex membri del Patto di Varsavia: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Poi i Baltici, addirittura ex URSS. Ogni allargamento veniva venduto come stabilizzazione dell’Europa dell’Est. L’Ucraina restava l’ultimo grande buco tra NATO e Russia. Al vertice di Bucarest del 2008 Bush spinse forte: Ucraina e Georgia diventeranno membri NATO. Francia e Germania dissero subito no, per paura di provocare la Russia. Ma la porta restò aperta.
Per l’Europa l’Ucraina valeva 40 milioni di abitanti, grano, industria, cuscinetto geopolitico. Dal 2009 partì il Partenariato Orientale con l’obiettivo di un accordo di associazione e libero scambio. Poi arrivò Euromaidan. Per Mosca non era allargamento democratico, era accerchiamento militare. Putin nel 2007 a Monaco aveva detto che l’allargamento della NATO non aveva nulla a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza, era una seria provocazione. Nel 2021 chiese garanzie scritte che l’Ucraina non entrasse mai nella NATO.
Dentro i documenti e i cablogrammi di quegli anni il rischio russo era scritto nero su bianco. George Kennan nel 1997 disse che espandere la NATO era l’errore più fatale della politica americana del dopo Guerra Fredda, perché avrebbe suscitato una reazione nazionalista e militarista in Russia. William Burns, ambasciatore USA a Mosca nel 2008, scrisse in un telegramma declassificato che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era la linea rossa più brillante per l’élite russa, vista come una sfida diretta ai principi su cui il paese si reggeva.
Eppure la linea prevalente a Washington era: facciamolo ora, finché la Russia è debole. Se aspettiamo sarà troppo tardi. Il rischio era considerato accettabile. Agosto 2008, guerra in Georgia. Febbraio 2022, la Russia entra in Ucraina. Francia e Germania avevano previsto la reazione e volevano evitarla. USA e paesi dell’Est pensavano che fosse un costo da pagare per chiudere l’Europa post-sovietica.
Così è stata costruita, quasi scientificamente, una nuova Guerra Fredda. Questa volta senza nemmeno la scusa dello scontro ideologico. Si è preso in prestito Samuel Huntington e la sua teoria dello scontro di civiltà, uscita nel 1993 su Foreign Affairs e poi nel libro del 1996. L’idea che i conflitti futuri non sarebbero stati più tra ideologie ma tra civiltà. Un alibi perfetto per trovare sempre nuovi nemici esistenziali.
Il grande timore del 1991 era che senza nemico il sistema si inceppasse. E infatti è successo. Ogni volta che si è aperto uno spazio di distensione, è servito subito un nuovo avversario per giustificare alleanze, budget, presenza militare. Prima stati canaglia, poi terrorismo, poi Russia, ora Cina.
Yalta era un ordine ingiusto, ma era un ordine. Toglierlo ha significato riscrivere tutto. E in quella riscrittura abbiamo perso l’equilibrio, non solo in Europa. Abbiamo perso anche la capacità di pensare un mondo senza dover per forza individuare un nemico da cui difendersi.
Occorre ricordare che l’OMC, nata nel 1995, doveva essere proprio “il contrario della Guerra Fredda”. Il suo fine erano regole uguali per tutti, niente blocchi, commercio che lega anche i nemici. L’idea era: se fai affari con me è più difficile che mi fai la guerra.
Poi invece, dagli anni 2010 in poi abbiamo usato proprio il commercio come arma. E l’OMC ci è finita in mezzo.
Dopo il 2014 con la Crimea e poi soprattutto dal 2022 con la guerra in Ucraina, USA e UE hanno messo alla Russia il pacchetto di sanzioni più duro della storia. Beni, tecnologia, energia. Tutto ciò è andato oltre le regole OMC perché l’articolo 21 dell’OMC prevede “eccezioni per la sicurezza nazionale”. Quindi tecnicamente è legale, ma di fatto svuota il principio del libero scambio.
Tagliare le banche russe da SWIFT nel 2022 è stato il colpo più forte. SWIFT non è dell’OMC, è una società belga. Ma l’effetto è stato lo stesso. È stato
escluso un grande paese dal sistema dei pagamenti globali. Messaggio chiaro: se ti comporti così ti stacchiamo dalla rete. Risultato: Russia, Cina, India, Brasile hanno iniziato a lavorare a sistemi alternativi. CIPS cinese, SPFS russo. Si sta creando un “SWIFT parallelo”.
Agli stessi anni risale la guerra commerciale USA-Cina: dazi al 25% su centinaia di miliardi di merci. L’OMC ha perso 3 cause vinte dalla Cina, ma gli USA hanno bloccato la nomina dei giudici dell’organo d’appello. Dal 2019 l’OMC non può più dirimere le controversie. È paralizzata. Motivo ufficiale: “l’OMC favorisce la Cina”. Motivo reale: serviva più libertà di fare sanzioni e dazi senza che un giudice ti dicesse di no. Tutto questo spacca l’idea dell’OMC di un mercato unico globale.
Quindi: abbiamo rischiato di danneggiare il commercio internazionale per ritrovare un nemico
Con il ritorno della tensione internazionale il commercio è tornato a essere uno strumento di potere. Di conseguenza l’OMC, che è fatta per togliere potere agli Stati, è diventata un ostacolo. George Kennan diceva “abbiamo creato un mostro”. In questo caso il “mostro” è il sistema globale interdipendente. Quando hai bisogno di colpire un nemico, la prima cosa che fai è usare proprio quell’interdipendenza: gas, chip, banche, porti, gasdotti. Ritrovato il nemico abbiamo scelto di usare anche il commercio per combatterlo. E l’OMC ne ha pagato il prezzo.
Dopo la fine dell’equilibrio di Yalta si diffonde la paura del vuoto.
Il nemico necessario
Fra il 1989 e il 1991 ebbe improvvisamente termine il periodo della Guerra Fredda. Michail Gorbačëv con Glasnost e Perestroika aveva già indebolito il controllo sovietico dall’interno. Poi, dopo il crollo del regime della RDT, venne rimosso il Muro di Berlino nel novembre 1989 e i regimi dell’Est caddero uno dopo l’altro come un domino. Nel 1990 si sciolse il Patto di Varsavia, nel 1991 si dissolse l’URSS in un processo di smembramento che a quel punto era apparso inarrestabile.
Quello che pochi ricordano è che in Occidente, insieme all’euforia, serpeggiò anche un grande smarrimento. La domanda che tornava era sempre la stessa: e adesso? Per 45 anni il mondo era stato semplice da leggere. Due blocchi, regole chiare, deterrenza nucleare. Era l’ordine di Yalta, cinico ma stabile. Con la fine di quell’equilibrio cadde anche il collante che teneva insieme l’Occidente.
I più preoccupati furono i realisti della politica estera e i militari. Perché senza l’URSS veniva meno la ragione principale per tenere le basi americane in Germania, in Italia, in tutta Europa. E senza un nemico esterno, cosa avrebbe tenuto uniti europei che fino a quel momento erano divisi? Henry Kissinger fu tra i più espliciti. Disse che era meglio un nemico prevedibile che il caos. Sull’unità tedesca aveva lo stesso timore di Giulio Andreotti. Nel 1990 arrivò a dire che la Germania unita sarebbe stata o un gigante benevolo o la causa della prossima guerra europea, e che non c’era via di mezzo. Propose anche di rallentare la riunificazione e dare garanzie all’URSS. Non lo ascoltò nessuno.
Margaret Thatcher odiava il comunismo, ma temeva ancora di più una Germania riunita ed economicamente dominante. Organizzò due vertici segreti, uno con Mitterrand e uno con Gorbaciov, proprio per provare a frenare Helmut Kohl. Mitterrand era forse il più spaventato di tutti. Per lui la Francia aveva senso solo dentro un asse con una Germania divisa. Senza l’URSS, la Germania non avrebbe più avuto bisogno della Francia. Alla fine si rassegnò, ma mise come condizione che la Germania unita entrasse subito nella CEE e poi nell’euro. Era un modo per legarla. L’ idea dell’ euro nacque da questo timore francese.
Zbigniew Brzezinski e altri strateghi americani si fecero la stessa domanda: senza un avversario, l’Europa o si spacca o va per conto suo. Da lì nacque l’idea di allargare subito NATO e UE verso Est. Non tanto per esportare democrazia, ma per tenere gli Stati Uniti dentro l’Europa e la Russia fuori.
Anche le sinistre europee persero una parte della loro identità e dovettero reinventarsi. E ci fu chi pianse la fine di un esperimento. Nel frattempo nel Pentagono e nell’industria bellica americana cresceva un altro problema. Per decenni il bilancio militare era stato giustificato dalla paura. Senza URSS, al Congresso come si sarebbero spiegati 300 miliardi l’anno? Dick Cheney nel 1992 disse in modo molto diretto che bisognava trovare un nuovo nemico per tenere i fondi. Lockheed, Boeing, Raytheon rappresentavano milioni di posti di lavoro legati ai contratti statali. La pace avrebbe significato licenziamenti in massa. E poi, senza URSS, perché la Germania avrebbe dovuto continuare a comprare armi americane e ospitare basi USA? Perché l’Italia sarebbe dovuta restare sotto l’ombrello NATO invece di fare da sola?
Ogni volta che negli anni 70 con Nixon e Breznev e negli anni 80 con Reagan e Gorbaciov si era parlato di distensione, nei corridoi del Pentagono era scattato il panico. La distensione voleva dire meno armi, meno alleanze, meno controllo. L’ideale per quel sistema era un conflitto a bassa intensità, gestibile. Non la pace vera.
Così negli anni 90 comparvero subito i nuovi nemici. Prima gli stati canaglia, poi le guerre nei Balcani, poi il terrorismo islamico e la Guerra al Terrore. E infine il ritorno della Russia come avversario totale. Oggi si sta preparando il terreno anche per la Cina. Cambia il nome, non la struttura.
Questa è realpolitik. Un’egemonia senza avversario perde legittimità. La protezione ha bisogno di minacce. George Kennan, l’architetto del contenimento, arrivò a dire: abbiamo creato un mostro, ora non sappiamo più vivere senza di esso.
Nel marzo 1992 trapelò sul New York Times un documento del Pentagono chiamato Defense Planning Guidance. Era stato scritto sotto Bush padre, con Cheney segretario alla Difesa e Paul Wolfowitz. L’obiettivo era dichiarato in modo brutale: impedire la nascita di un nuovo rivale che potesse diventare grande quanto l’URSS. Non importava chi. Dovevano essere controllate l’Europa occidentale, l’Asia orientale, l’ex URSS e il sud-ovest asiatico.
Con il crollo dell’URSS partì anche la richiesta dei dividendi della pace. Clinton voleva tagliare del 33% la spesa militare, altri parlavano di 50%. Il Pentagono doveva quindi dare una giustificazione per tenere i budget alti. La risposta fu la supremazia preventiva. L’idea che gli Stati Uniti, non l’ONU, dovessero restare garanti della pace. Un senatore democratico la definì Pax Americana: un sistema di sicurezza globale dove le minacce alla stabilità vengono soppresse o distrutte dal potere militare USA.
Lo scandalo fu enorme perché sembrava un piano di dominio imperiale. Cheney e Libby dovettero addolcire il testo per farlo passare. La versione finale di gennaio 1993 era meno esplicita, ma l’impostazione restò. Dentro l’amministrazione ci fu scontro. Alcuni diplomatici lo bocciarono come troppo arrogante. I critici lo chiamarono imperialismo benevolo. I maggiori sostenitori erano Wolfowitz e Cheney. Il concetto era chiaro: il sistema mondiale deve restare centrato su di noi e useremo la forza per evitarne alternative. Non colonialismo, egemonia totale.
Dopo il 1991 l’Occidente aveva perso il nemico strutturale. Poi arrivò l’11 settembre 2001 e per molti ambienti strategici fu una svolta provvidenziale. Negli anni 90 i budget militari erano calati. Dopo l’11 settembre la spesa USA raddoppiò in 10 anni. Afghanistan, Iraq, Guerra al Terrore, basi, contratti, armi. Il nemico c’era di nuovo. Lo stesso Cheney nel 2002 disse che l’11 settembre aveva cambiato tutto, che ora si sapeva per cosa si stava combattendo.
Il terrorismo ebbe come conseguenza anche quella di funzionare da collante all’alleanza atlantica. Siamo tutti nel mirino. Giustificò NATO, basi USA in Europa, intelligence condivisa. E fece nascere la guerra preventiva. Con la dottrina Bush del 2002 gli Stati Uniti potevano colpire prima, ovunque. Una cosa che con la Russia non si poteva fare per il rischio nucleare, ma con le reti terroristiche sì. George Kennan già nel 1998 aveva avvertito: se creiamo un nemico globale e vago, potremo combatterlo all’infinito. Cinico, ma funzionava. Soldi, legittimità, unità.
Un altro pezzo di questa storia è l’Ucraina. L’idea di inglobarla sia nella NATO che nell’ UE non nasce nel 2014 o nel 2022. Nasce subito dopo il 1991. La strategia americana era chiara: niente vuoti di potere in Eurasia. Brzezinski nel 1997 nel libro La Grande Scacchiera lo scrisse senza giri di parole. Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Con l’Ucraina la Russia può ancora aspirare a essere una potenza globale. L’imperativo era togliere a Mosca la possibilità di tornare grande.
Negli anni 90 entrarono nella NATO ex membri del Patto di Varsavia: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Poi i Baltici, addirittura ex URSS. Ogni allargamento veniva venduto come stabilizzazione dell’Europa dell’Est. L’Ucraina restava l’ultimo grande buco tra NATO e Russia. Al vertice di Bucarest del 2008 Bush spinse forte: Ucraina e Georgia diventeranno membri NATO. Francia e Germania dissero subito no, per paura di provocare la Russia. Ma la porta restò aperta.
Per l’Europa l’Ucraina valeva 40 milioni di abitanti, grano, industria, cuscinetto geopolitico. Dal 2009 partì il Partenariato Orientale con l’obiettivo di un accordo di associazione e libero scambio. Poi arrivò Euromaidan. Per Mosca non era allargamento democratico, era accerchiamento militare. Putin nel 2007 a Monaco aveva detto che l’allargamento della NATO non aveva nulla a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza, era una seria provocazione. Nel 2021 chiese garanzie scritte che l’Ucraina non entrasse mai nella NATO.
Dentro i documenti e i cablogrammi di quegli anni il rischio russo era scritto nero su bianco. George Kennan nel 1997 disse che espandere la NATO era l’errore più fatale della politica americana del dopo Guerra Fredda, perché avrebbe suscitato una reazione nazionalista e militarista in Russia. William Burns, ambasciatore USA a Mosca nel 2008, scrisse in un telegramma declassificato che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era la linea rossa più brillante per l’élite russa, vista come una sfida diretta ai principi su cui il paese si reggeva.
Eppure la linea prevalente a Washington era: facciamolo ora, finché la Russia è debole. Se aspettiamo sarà troppo tardi. Il rischio era considerato accettabile. Agosto 2008, guerra in Georgia. Febbraio 2022, la Russia entra in Ucraina. Francia e Germania avevano previsto la reazione e volevano evitarla. USA e paesi dell’Est pensavano che fosse un costo da pagare per chiudere l’Europa post-sovietica.
Così è stata costruita, quasi scientificamente, una nuova Guerra Fredda. Questa volta senza nemmeno la scusa dello scontro ideologico. Si è preso in prestito Samuel Huntington e la sua teoria dello scontro di civiltà, uscita nel 1993 su Foreign Affairs e poi nel libro del 1996. L’idea che i conflitti futuri non sarebbero stati più tra ideologie ma tra civiltà. Un alibi perfetto per trovare sempre nuovi nemici esistenziali.
Il grande timore del 1991 era che senza nemico il sistema si inceppasse. E infatti è successo. Ogni volta che si è aperto uno spazio di distensione, è servito subito un nuovo avversario per giustificare alleanze, budget, presenza militare. Prima stati canaglia, poi terrorismo, poi Russia, ora Cina.
Yalta era un ordine ingiusto, ma era un ordine. Toglierlo ha significato riscrivere tutto. E in quella riscrittura abbiamo perso l’equilibrio, non solo in Europa. Abbiamo perso anche la capacità di pensare un mondo senza dover per forza individuare un nemico da cui difendersi.
Occorre ricordare che l’OMC, nata nel 1995, doveva essere proprio “il contrario della Guerra Fredda”. Il suo fine erano regole uguali per tutti, niente blocchi, commercio che lega anche i nemici. L’idea era: se fai affari con me è più difficile che mi fai la guerra.
Poi invece, dagli anni 2010 in poi abbiamo usato proprio il commercio come arma. E l’OMC ci è finita in mezzo.
Dopo il 2014 con la Crimea e poi soprattutto dal 2022 con la guerra in Ucraina, USA e UE hanno messo alla Russia il pacchetto di sanzioni più duro della storia. Beni, tecnologia, energia. Tutto ciò è andato oltre le regole OMC perché l’articolo 21 dell’OMC prevede “eccezioni per la sicurezza nazionale”. Quindi tecnicamente è legale, ma di fatto svuota il principio del libero scambio.
Tagliare le banche russe da SWIFT nel 2022 è stato il colpo più forte. SWIFT non è dell’OMC, è una società belga. Ma l’effetto è stato lo stesso. È stato
escluso un grande paese dal sistema dei pagamenti globali. Messaggio chiaro: se ti comporti così ti stacchiamo dalla rete. Risultato: Russia, Cina, India, Brasile hanno iniziato a lavorare a sistemi alternativi. CIPS cinese, SPFS russo. Si sta creando un “SWIFT parallelo”.
Agli stessi anni risale la guerra commerciale USA-Cina: dazi al 25% su centinaia di miliardi di merci. L’OMC ha perso 3 cause vinte dalla Cina, ma gli USA hanno bloccato la nomina dei giudici dell’organo d’appello. Dal 2019 l’OMC non può più dirimere le controversie. È paralizzata. Motivo ufficiale: “l’OMC favorisce la Cina”. Motivo reale: serviva più libertà di fare sanzioni e dazi senza che un giudice ti dicesse di no. Tutto questo spacca l’idea dell’OMC di un mercato unico globale.
Quindi: abbiamo rischiato di danneggiare il commercio internazionale per ritrovare un nemico
Con il ritorno della tensione internazionale il commercio è tornato a essere uno strumento di potere. Di conseguenza l’OMC, che è fatta per togliere potere agli Stati, è diventata un ostacolo. George Kennan diceva “abbiamo creato un mostro”. In questo caso il “mostro” è il sistema globale interdipendente. Quando hai bisogno di colpire un nemico, la prima cosa che fai è usare proprio quell’interdipendenza: gas, chip, banche, porti, gasdotti. Ritrovato il nemico abbiamo scelto di usare anche il commercio per combatterlo. E l’OMC ne ha pagato il prezzo.
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