Disoccupati, poveri e mal pagati: lavoro e salari in Italia

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Il lavoro in Italia – Ad oggi presso il MISE sono aperti circa settanta tavoli di crisi, che coinvolgono oltre ottantamila lavoratori. Crisi che spesso vengono da lontano, anche amplificate dal Covid. Magari indotte dalla finanza speculativa che chiude impianti e licenzia lavoratori solo per migliorare i profitti degli azionisti e dei finanziatori. Vedi il dossier della GKN di Campi Bisenzio.

La miseria salariale si somma alla piaga del lavoro atipico, intermittente, a tempo determinato e part time.   Negli ultimi anni inoltre si e avuto un incremento dell’occupazione nel terziario e nei servizi. Ma non nel manifatturiero. Incremento che ha favorito il lavoro per brevi fasce orarie e l’esternalizzazione con orario minimo. Lavoro nero e false partite iva completano il brutto quadro.

I governi nel tempo hanno creato diverse misure. A partire degli ottanta Euro di Matteo Renzi che però non hanno sortito l’effetto sperato. Il denaro nelle tasche degli italiani non si è trasformato in consumi. Inoltre si è intravista una certa iniquità nella misura, incapace anche a contrastare la povertà. Infatti era commisurata al reddito personale e non a quello familiare e non veniva corrisposta ai redditi più bassi della zona no tax.

Il reddito di cittadinanza

Il sistema del reddito di cittadinanza è costato 20 miliardi di Euro. Formulato superficialmente, ha favorito gli abusi. In parte ha alleviato le sofferenze economiche di alcune famiglie, ma non ha assolto assolutamente la sua funzione di inserimento lavorativo.

Secondo l’INPS il 70% de reddito è stato fruito dalle stesse famiglie dall’inizio della misura a oggi. Nessuno di questi ha trovato lavoro in trentatré mesi. Le statistiche mostrano che su 100 soggetti beneficiari quelli “teoricamente occupabili” sono poco meno di sessanta. Di questi, quindici non sono mai stati occupati.  Venticinque hanno lavorato in passato. Solo meno di venti sarebbero di pronto impiego.

Tra i problemi dell’occupazione emerge anche l’incompatibilità tra domanda e offerta di lavoro. Infatti le statistiche indicano l’esistenza di due categorie di disoccupati.

Coloro che sfruttano al massimo il sistema dei sussidi per mantenere la contribuzione e il lavoro anche intermittente. Coloro, in crescita, che vengono progressivamente esclusi dal lavoro per il declino delle competenze. Il sussidio statale deve seguire e non anticipare la permanenza nel mondo del lavoro. Occorre un percorso formazione continua e premiale. Se non si contrasta politicamente  il mancato riscontro tra domanda e offerta di lavoro  questo sarà una zavorra per lo sviluppo e per la crescita dell’occupazione.

Altro fronte caldo riguarda gli stipendi. Infatti, secondo il Ministero del Lavoro,  più di un lavoratore su dieci ha un reddito sotto la soglia  di povertà. Circa un lavoratore su  quattro invece  ha un reddito sopra la soglia, ma comunque basso. Al netto di tutte le altre condizioni familiari. Complici della congiuntura, lavoro precario o part time e stagnazione della crescita economica che erode gli stipendi. Il salario minimo legale congruo, da fissare per legge o l’estensione dei contratti collettivi sarebbero una prima misura per contrastare l’impoverimento dei lavoratori.

 

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