Dalla piazza al dogma, il braccio armato dell’intolleranza
Si potrebbe parafrasare la frase di Forrest Gump “stupido è chi stupido fa” in “fascista è chi il fascista fa”, che smette di essere un gioco di parole ironico per diventare un’amara analisi sociologica, quando osserviamo quanto accaduto a Firenze sabato scorso alla inaugurazione del comitato Futuro Nazionale di Vannacci.
Se la democrazia è, per definizione, il terreno del confronto tra idee opposte, il tentativo di silenziare fisicamente o moralmente l’avversario politico rappresenta la negazione stessa di quel perimetro di libertà che si dichiara di voler proteggere
Il principio della libertà di espressione, sancito dall’Articolo 21 della nostra Costituzione, non è un menu à la carte da cui attingere solo quando le idee espresse sono in linea con il nostro sentire. La vera prova di tenuta democratica di una società non si misura nella libertà concessa a chi amiamo, ma in quella garantita a chi ci disgusta o con cui dissentiamo radicalmente.
Quando una certa sinistra scende in piazza non per contestare nel merito le tesi di Roberto Vannacci, ma per impedirne l’apertura di un comitato, sta operando una pericolosa inversione dei ruoli
In quel momento, il metodo, ovvero l’intolleranza verso l’altrui presenza nello spazio pubblico, sovrasta il merito, finendo per ricalcare proprio quei comportamenti autoritari che si prefigge di combattere.
Il clima che si respira attorno a figure polarizzanti come quella del Generale evidenzia una deriva preoccupante: la trasformazione del dissenso in censura preventiva
Dobbiamo sempre ricordare che le idee si ribattono solo con altre idee, i dati con i dati, i valori con i valori.
Togliere agibilità politica all’altro, etichettandolo come “impresentabile” per evitare di doverlo affrontare nel dibattito non è democrazia ma antidemocrazia.
L’antidemocraticità non risiede nell’avere idee conservatrici o controverse, ma nell’agire convinti che la propria “superiorità morale” autorizzi a sospendere i diritti civili altrui.
Se accettiamo che un gruppo possa decidere chi ha il diritto di aprire una sede e chi no, abbiamo già rinunciato alla democrazia in favore di un’egemonia della forza.
Esercitare metodi autoritari “per combattere il fascismo” e’ un cortocircuito logico che non solo vittimizza l’avversario, regalandogli, paradossalmente, una statura di martire della liberta’, ma logora le fondamenta delle istituzioni
Essere democratici oggi significa accettare la sfida del logos, ovvero lasciare che ogni voce si esprima, per poi lasciarla al giudizio degli elettori e della storia. Chi tenta di silenziare il prossimo, indipendentemente dalla bandiera che sventola, dimostra di avere paura non dell’avversario, ma della solidità delle proprie argomentazioni.
L’episodio di Firenze dimostra come una parte dello schieramento progressista abbia adottato una visione dogmatica
Chi non si allinea a certi canoni di pensiero “corretto” non è solo un avversario da battere alle urne, ma un “nemico” da cancellare dallo spazio pubblico.
Ma chi decide quali idee sono “accettabili” e quali no?
Nel momento in cui un gruppo si autoproclama arbitro del diritto di parola altrui, sta esercitando un potere autoritario, pur ammantandolo di retorica democratica.
Il rischio della ” Cancel Culture” applicata alla politica è la creazione di una società a compartimenti stagni, dove il dissenso viene percepito come un’aggressione personale o un pericolo per l’ordine pubblico.
Quando la sinistra, storicamente paladina delle libertà civili e della difesa delle minoranze (anche di pensiero), scivola verso l’intolleranza di piazza, smarrisce la sua missione originaria
Se il presupposto è che “certe idee non devono avere cittadinanza”, si spalanca la porta a una democrazia dimezzata, dove la libertà di parola è un privilegio concesso solo a chi è “moralmente compatibile” con chi grida più forte.
Tentare di silenziare un rappresentante eletto, o impedirgli di organizzarsi sul territorio, è un atto che scivola pericolosamente verso quel metodo
La vera sfida per una società matura non è gridare contro un comitato elettorale, ma avere la forza intellettuale di smontarne le tesi con la forza del ragionamento.
La libertà di parola è l’ossigeno della democrazia. Se iniziamo a filtrarlo per decidere chi può respirare, finiremo per soffocare tutti, nessuno escluso.
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