Da Monaco al 7 ottobre: quando Israele considera la memoria una questione di sicurezza
Il 5 Settembre è l’anniversario di uno degli atti di terrorismo Palestinesi più feroci nei confronti di civili israeliani .
Il 5 settembre 1972 doveva essere una giornata di sport. Le Olimpiadi come strumento di pacificazione dai tempi antichi doveva essere un’occasione solo di sport e di competizione leale
Non fu cosi. A Monaco, il terrorismo palestinese fece irruzione nel villaggio olimpico. Un commando di Settembre Nero prese in ostaggio membri della delegazione israeliana. Alla fine della crisi, morirono undici israeliani: atleti, allenatori e dirigenti. Quella strage divenne uno dei simboli del terrorismo palestinese degli anni Settanta e, per Israele, qualcosa di ancora più profondo: la dimostrazione che gli israeliani potevano essere considerati bersagli anche lontano dai confini dello Stato.
A distanza di oltre mezzo secolo, il parallelo con il 7 ottobre 2023 appare inevitabile, pur con tutte le differenze storiche e operative
Anche allora un attacco terroristico penetrò nel territorio israeliano, colpendo soprattutto civili e trasformando abitazioni, comunità e un festival musicale in luoghi di morte e di rapimento. Nell’attacco guidato da Hamas morirono almeno 1.200 persone e 251 furono prese in ostaggio.
Per la società israeliana, il punto di contatto non è soltanto il numero delle vittime. È la percezione di essere nuovamente davanti a un terrorismo che non considera il civile un soggetto da risparmiare, ma un obiettivo.
Ed è questa percezione che aiuta a spiegare una delle caratteristiche più controverse della risposta israeliana: la convinzione che la difesa non possa limitarsi a reagire all’attacco, ma debba cercare di impedire ai responsabili di organizzare il successivo
Dopo Monaco, il governo di Golda Meir autorizzò una campagna clandestina contro persone ritenute coinvolte nella strage. L’operazione, divenuta nota come Ira di Dio portò all’uccisione di diversi esponenti palestinesi ritenuti legati a Settembre Nero. La vicenda creò problematiche sul piano giuridico: non tutti gli obiettivi erano necessariamente responsabili diretti della strage e la campagna sollevò interrogativi sulla legittimità delle esecuzioni extragiudiziali.
Ma nella memoria israeliana quell’episodio rappresenta non tanto un’operazione di intelligence (certo, fu anche quello!) ma soprattutto costituì un messaggio chiaro: chi organizza attentati contro israeliani non può dare per scontato di essere al sicuro semplicemente perché si trova al di fuori del campo di battaglia
È una logica che, dopo il 7 ottobre, è tornata al centro della strategia israeliana. L’obiettivo dichiarato non è soltanto rispondere all’attacco subito, ma colpire le strutture, i comandanti e gli uomini ritenuti responsabili della capacità operativa di Hamas.
Negli ultimi anni Israele ha rivendicato l’uccisione di numerosi comandanti coinvolti nell’attacco del 7 ottobre o nella successiva gestione degli ostaggi
Ancora nell’agosto 2026, per esempio, l’esercito israeliano ha annunciato l’uccisione di Muhammad Mahmoud Marshad al-Qadi, comandante delle forze Nukhba accusato di avere guidato l’assalto al posto militare di Sufa e di avere avuto un ruolo nella detenzione degli ostaggi.
La somiglianza con Monaco, dunque, è evidente sul piano del metodo e del messaggio: identificare gli autori e i pianificatori di un attentato come una minaccia che deve essere neutralizzata, anche quando ciò richiede operazioni mirate lontano dal luogo originario dell’attacco
Ma proprio qui emerge la questione fondamentale. Il fatto che uno Stato abbia il diritto di difendere i propri cittadini significa che ogni mezzo utilizzato in nome della sicurezza sia automaticamente legittimo? Il diritto internazionale impone limiti anche nella lotta al terrorismo: distinzione tra combattenti e civili, proporzionalità, necessità e responsabilità per eventuali violazioni.
Naturalmente poi tra la teoria e la pratica vi è tutta la differenza del mondo soprattutto in un contesto di guerra urbana e di mimesi dei miliziani tra i civili e di civili che spesso proprio civili non sono
Per un Paese nato anche dall’esperienza storica della persecuzione degli ebrei, l’idea di affidare esclusivamente ad altri la propria sicurezza ha un significato particolare. Monaco fu anche una lezione sull’insufficienza della protezione internazionale: gli atleti israeliani erano ospiti di un grande evento mondiale, protetti dalla cornice olimpica, eppure furono assassinati.
Il 7 ottobre ha riaperto quella ferita. Ancora una volta, la distanza tra la convinzione che “questo non possa accadere” e la realtà di un attacco su larga scala si è dimostrata drammatica
Ed è forse questa la ragione per cui, in Israele, la memoria di Monaco non appartiene soltanto al passato. È parte di una concezione della sicurezza nazionale secondo la quale la deterrenza deve essere credibile e i responsabili degli attacchi devono sapere che il tempo non necessariamente cancella la responsabilità.
Esiste tuttavia un rischio
O si ha il coraggio e la forza per andare fino in fondo oppure tutto può rapidamentente trasformarsi in una spirale infinita nella quale ogni generazione eredita la vendetta della precedente.
Questione da affrontare seriamente per la stessa immagine pubblica di Israele la cui compromissione non può essere accettata in un’ottica di lungo periodo
Cinquantquattro anni dopo Monaco, la domanda resta dunque aperta. Come garantire la sicurezza non rinunciando a una prospettiva di pace credibile e possibilmente definitiva?
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