Censuratelo, intervista un fascista

La Santa Inquisizione della Stampa ha condannato un giornalista, Gianluca Versace, per aver mandato in onda un’intervista a un ristoratore buffo, Ferdinando Polegato, vestito in uniforme fascista, col fez e la camicia nera. Versace conduce un programma, Notizie oggi, di Canale Italia, molto seguito nel Nord-est che predilige gli irregolari, i controcorrente di ogni risma. Ha intervistato un fascista fuori tempo massimo, che era già stato intervistato da altri, da La Zanzara ad altri programmi, perché è giornalisticamente ghiotto avere uno che si veste così e si dichiara fascista e magari viene in video a miracol mostrare. Ma per l’Ordine dei giornalisti del Friuli-Venezia-Giulia Versace avrebbe dovuto più marcatamente dichiararsi antifascista e prendere le distanze dal marziano in camicia nera e dalle cose che stava dicendo. Si capisce che non solo in Versace ma anche in Polegato, c’è una dose di gioco e di presa in giro ma c’è chi ci casca in pieno. E il consiglio di disciplina dell’ordine triestino, venerdì scorso, dopo un iter di mesi nato da un esposto di un collega giornalista, ha deciso di condannare Versace e di comminargli “la censura per violazione dei doveri professionali per non aver preso chiaramente le distanze dall’affermazione di un ospite” in uniforme fascista che aveva attaccato duramente i politici, Capo dello Stato incluso. E ha depositato la sentenza presso il Procuratore generale della Corte d’Appello di Trieste e presso il consiglio regionale dell’Ordine giornalisti per richiederne i provvedimenti previsti.

Dal canto suo Versace, avvilito e furibondo, ripete che ospiterebbe nel suo programma anche un comunista che venisse con in mano falce e martello. Di Polegato dice che è una macchietta, un personaggio da fumetto e che quelle critiche estese al Presidente della Repubblica le ha ripetute in varie sedi, senza conseguenza alcuna. E di sé dice che è un liberale convinto, non ha simpatie fasciste, e proviene da una famiglia di democristiani.

Ma appena si sente vago odore di fascismo, fosse pure in forma paradossale, scatta qualcosa di antico e di feroce: la censura non solo per chi si dichiara fascista, ma anche per chi – pensando di esercitare il proprio diritto-dovere di informare – si limita a mostrare che nella ricca fauna dell’umanità, ci sopo pure quelli che viaggiano con cent’anni di ritardo.

Ci sovvengono le mille occasioni in cui vengono invitati pregiudicati, delinquenti, ex-brigatisti rossi e terroristi in video, negli atenei, nelle scuole, o che vengono intervistati sui giornali, alla radio, ovunque. Impunemente. Ci sovvengono poi le dichiarazioni atroci di giornalisti che auspicano massacri per i loro avversari politici (es. Piazzale Loreto per Salvini) e che nessun ordine si preoccupa di censurare. E le mille volte in cui i giornalisti contravvengono alla deontologia professionale, si rivelano inattendibili e falsificatori ma l’ordine soprassiede.

Ma basta invitare un ospite fascista, che più del Duce ricorda Corrado Guzzanti in Fascisti su Marte, per rianimare quella censura odiosa che in molti altri casi sembra ormai atrofizzata dal disuso. Scusatemi se insisto, ma se sopravvive ancora qualche traccia di fascismo nel nostro paese lo dobbiamo soprattutto a chi lo rianima ogni giorno, con questa respirazione bocca a bocca, a suon di censure, di condanne e di gran rilievo a figure marginali. Non sanno più distinguere la storia dalla sua caricatura.

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