“C’è ancora domani” – Un film di amore e di speranza

“C’è ancora domani” – Un film di amore e di speranza

Tanti sono stati i premi vinti. Tanti i riconoscimenti ottenuti. “C’è ancora domani” è un film da vedere e da gustare. Il lungometraggio che ci presenta sul grande schermo Paola Cortellesi, al suo primo lavoro da regista, regala una miriade di spunti, ognuno dei quali meriterebbe di per sé attenzione.

Perché il film, presentato in bianco e nero e con i protagonisti che parlano in romanesco, è realmente di spessore, a tratti ironico, a tratti drammatico, e ci offre una miriade di angolazioni da cui partire per analizzarlo.

La trama è incentrata sulla protagonista, Delia, sulla vita sua e dei suoi familiari, sulla misera casa, sull’amore, sui soldi, sulle violenze domestiche, sulla speranza di un futuro migliore per la figlia.

E’ rassegnata al suo destino, Delia: senza futuro, senza speranza. In apparenza.
Il film si svolge in una Roma devastata dalla guerra e dalla povertà, tra la fine di maggio e il 3 giugno 1946. La miseria anche umana dei protagonisti viene pennellata in maniera magistrale. Tutti gli attori sono stati eccezionali nelle loro interpretazioni e guidati con estrema maestria.

La data di lunedi 3 giugno 1946 non è una data a caso

E’ quella dell’ultima giornata di tornata elettorale, durante la quale le donne votarono per la prima volta in Italia.
Un giorno di 76 anni fa che rappresenta un enorme passo avanti nella parità di genere. Nell’immediato dopoguerra, il 30 gennaio 1945, il Consiglio dei Ministri esaminò per la prima volta la possibilità di estensione del voto alle donne. Fu però un anno dopo, con il decreto 74 del 10 marzo 1946, che le donne ebbero il via libera non solo di votare, ma anche di essere votate.L’età doveva essere 25 anni, e non 21 come previsto all’inizio del dibattito, ma non importava.

Il passo, anzi il salto in avanti, era stato fatto

Dalla tornata elettorale del giugno 1946 furono solo sei le prime donne elette per incarichi politici istituzionali in Italia, in questo caso sindaci del proprio Comune. A Oruno in provincia di Nuoro passò Margherita Sanna, a Borutta in provincia di Sassari Ninetta Bartoli (che sarebbe entrata più tardi in Parlamento), a Veronella in provincia di Verona Ottavia Fontana, a Fanano in provincia di Modena Elena Tosetti, a Tropea in provincia di Vibo Valentia Lydia Toraldo Serra.

Non importa di quale partito fossero, quale componente politica rappresentassero

Erano donne, che come tante altre, durante la guerra, con mariti e compagni al fronte, avevano svolto il lavoro nei campi e nelle fabbriche, avevano portato cibo e coperte alle brigate partigiane, avevano per necessità svolto compiti fino ad allora delegati agli uomini. Alla fine della seconda guerra mondiale nessuno poteva pensare che le donne non fossero capaci, perché il Paese lo avevano guidato loro.

Nel film Delia, nonostante la miseria e la scarsa istruzione, riesce a comprendere l’importanza del voto, capace di riscattare la strada delle umiliazioni e delle vessazioni quotidianamente somministrate dal marito-padrone, depresso perché aveva fatto “due guerre”.

La figlia Marcella, che il padre non voleva far studiare perché “femmina”, per Delia non doveva nella maniera più assoluta riporcorrere il suo modello di vita.

Delia deve nascondere la scheda elettorale arrivata per posta per paura che le venisse tolta la possibilità di andare a votare.

Una busta che la donna conserva alla stregua di una lettera di amore

Delia deve mentire al marito-carceriere per poter presentarsi al seggio. Quando con una bugia riesce ad uscire di casa, corre più forte che può, si nasconde nella folla per non farsi trovare da Ivano che voleva riportarla a casa.

A forza di botte

E’ tutto perfetto quel giorno delle elezioni: la camicetta nuova, il rossetto sulle labbra e perfino… l’arcigno suocero Ottorino deceduto il giorno prima. Delia si sente viva. E forte. Quando esce dal seggio incontra lo sguardo del marito che la cerca per riportarla a casa: Delia non abbassa gli occhi, ma lo sfida. E ad abbassare lo sguardo e a allontanarsi deluso, ci pensa lui.

Il film riesce a dipingere perfettamente la potenza delle donne

Nel silenzio, indotto dalla paura delle botte, Delia all’inizio del film sembra un pupazzo rassegnato privo di identità e incapace di gestire la propria esistenza. Invece con il dipanarsi della trama del film lo spettatore si rende conto che che è lei che tira le fila della sua sciagurata famiglia ed è lei che guida Marcella verso un nuovo modello di vita.

Delia nasconde i soldi che guadagna e non li consegna al marito-padrone ma alla figlia, per la sua futura indipendenza, non certo per acquistare un vestito da sposa. Delia fuma; Delia si incontra con amiche con cui ridere e confidarsi; Delia passa molto tempo con un suo vecchio spasimante, Nino, che le vuole bene e le propone di lasciare la sua vita per stare con lui; Delia incontra un soldato afroamericano che capisce le sue difficoltà familiari e la vuole aiutare.

Delia è viva, nonostante tutto e tutti

Nonostante gli schiaffi, le botte, le umiliazioni e le vessazioni.
Tutte noi siamo tante “donne ” di nome Marcella, figlie e nipoti di tante “donne” che si chiamano Delia.

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