Catastrofe Nazionale: l’Italia fuori dai Mondiali.
L’incubo si è materializzato ieri sera a Zenica. Nella finale playoff contro la Bosnia, gli Azzurri di Gattuso hanno pareggiato 1-1, con l’espulsione di Bastoni a complicare ulteriormente le cose.
Ai rigori la dea bendata ha deciso di guardare da un’altra parte: fatali gli errori di Esposito e Cristante
Terza eliminazione consecutiva dopo Russia 2018 e Qatar 2022. L’Italia, quattro volte campione del mondo, salterà per la terza volta di fila la Coppa del Mondo. L’assenza si protrarrà almeno fino al 2030.
Una tragedia di proporzioni bibliche
Peggio della guerra nucleare, chiaramente. Quella potrebbe scoppiare domani mattina e noi rischiamo di non accorgercene, presi come saremo a discutere se Gravina debba dimettersi o se sia meglio un commissariamento con annessa processione di sant’Antonio.
Gattuso, visibilmente distrutto, ha parlato di “mazzata” e ha chiesto scusa al Paese
Spinazzola ha difeso i giovani, Buffon ha parlato di “momento delicato”. Frasi già sentite, quasi da copione. Il presidente della FIGC ha rinviato tutto al Consiglio federale della prossima settimana, mentre già fioccano ipotesi di teste che rotolano, dimissioni e nuove elezioni federali.
Nel frattempo, ministri e sottosegretari possono tirare un sospiro di sollievo. Per qualche giorno nessuno li romperà con riforme, Pnrr, natalità o immigrazione. Il vero problema nazionale è un altro, e si chiama rigore sbagliato.
Non è solo calcio, è molto peggio. È il simbolo di un sistema in crisi cronica, tra commissari tecnici che si susseguono come i governi della Prima Repubblica, prestazioni altalenanti e un divario sempre più imbarazzante con le grandi nazionali.
Eppure, come sempre, l’Italia ha dimostrato di saper sopravvivere a cose ben più serie: guerre mondiali, crisi economiche, pandemie, spopolamento demografico, tensioni sociali e sfide geopolitiche di ogni tipo. Ha partorito Cesare, Leonardo, Michelangelo, Dante, Colombo e Verdi, e si è rialzata dopo cadute storiche che avrebbero seppellito nazioni intere.
Ma il calcio, quello sì che tocca le corde profonde dell’identità nazionale.
Winston Churchill diceva che gli italiani fanno le guerre come le partite di calcio e le partite di calcio come le guerre
Aveva ragione da vendere.
Possiamo perdere l’Istria, Fiume e la Dalmazia senza battere ciglio, ma una mancata qualificazione ai Mondiali diventa lutto nazionale con tanto di bandiere a mezz’asta e analisi interminabili in tv.
Su questo scriveremo pagine e pagine da tramandare ai figli e ai nipoti.
Sulle vere tragedie del Paese, invece, al massimo un tweet e poi si passa oltre
Oggi si piange, si polemizza, si invocano esecuzioni sommarie. Domani torneremo a litigare su tutto il resto? Mah, forse sto vaneggiando.
In fondo il calcio è uno dei pochi momenti in cui l’Italia si sente ancora davvero una nazione: unita nel tifo, unita nel dolore, unita nel complottismo arbitrale. Quando mai vedi così tanti tricolori in piazza?
Quando mai ci sentiamo così italiani come quando perdiamo?
L’Italia ha risorse infinite, una storia millenaria e un talento che, a tratti, fa ancora invidia al mondo. Serviranno tempo, umiltà e riforme serie nel settore giovanile e nel sistema calcio. Ma la bella patria ha già dimostrato di saper rinascere dalle sue ceneri.
Anche questa volta lo farà. Magari senza Mondiale nel 2026, ma con la rassicurante consapevolezza che, in fondo, non è il calcio a definire il nostro destino.l
Quindi lasciamo perdere il Piano Mattei, il Medio Oriente, le sanzioni alla Russia e il ruolo dell’Italia in Europa.
Concentriamoci sul 2030.
Perché su una cosa il sentimento popolare non sbaglia mai: quando si tratta di calcio, noi ci sentiamo ancora protagonisti assoluti del nostro riscatto nazionale.
Forza Italia.
(o almeno, forza quello che ne resta fino al prossimo spareggio).
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