Canto Infinito, la mostra di Jean-Marie Appriou a Palazzo Strozzi
Con Canto Infinito, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta la terza mostra personale inaugurata nel proprio Project Space, lo spazio espositivo dedicato alla ricerca contemporanea avviato nel maggio 2025.
Dopo le esperienze di Giulia Cenci e Andro Eradze, il direttore Arturo Galansino ha invitato Jean-Marie Appriou, artista francese nato a Brest nel 1986, oggi tra le voci più significative della scultura europea, a confrontarsi con uno degli ambienti più carichi di storia della città di Firenze.
Il progetto riunisce un insieme di opere inedite, tutte realizzate nel 2026 espressamente per questa occasione, che si dispongono nello spazio secondo una logica di sequenza e passaggio: non un’esposizione di oggetti, ma un percorso con una propria temperatura drammaturgica.
L’artista e la sua formazione accademica
La traiettoria formativa di Appriou porta già in sé i germi di quella tensione tra antico e contemporaneo che attraversa l’intera mostra. Decisivo, nella sua formazione, il rapporto con il maestro fonditore Adalberto Mecarelli, residente a Parigi, da cui l’artista ha assorbito il principio fondamentale che guida la sua pratica: ciò che conta in una scultura è l’energia che trasmette. Una lezione che risuona con evidenza davanti alle opere in mostra, capaci di generare una presenza fisica intensa e immediata, quasi magnetica.
Appriou lavora con un ventaglio ampio di materiali, bronzo, alluminio, vetro, argilla, cera, affrontati con un approccio fortemente tattile.
Le sue superfici non nascondono il processo: le tracce della lavorazione, le saldature, i segni del fare sono visibili e intenzionali. In questo senso, l’artista si colloca in una genealogia che va da Rodin a Sterling Ruby, un riferimento esplicito che egli stesso cita: nelle opere di Ruby, come nelle sue, i segni del lavoro non vengono occultati ma esibiti come parte del linguaggio. Non si tratta di un’estetica dell’incompiuto, ma di un’etica della trasparenza e, ha dichiarato Appriou, di un uso dell’ironia.
Il titolo e l’orizzonte simbolico
Canto Infinito evoca un flusso senza inizio né fine, una dimensione in cui tempo, materia e immaginazione si trovano in costante trasformazione. Il titolo è al contempo dichiarazione poetica e programma critico: le opere non illustrano una narrazione, ma abitano momenti di transizione, soglie tra stati opposti, terra e acqua, luce e oscurità, permanenza e mutamento.
Il riferimento alla Divina Commedia è dichiarato e strutturale. La mostra accoglie i visitatori con una grande installazione monumentale, una porta in bronzo e acciaio del peso di cinque tonnellate, che inevitabilmente richiama la tradizione delle porte fiorentine, da quelle del Battistero alle speculazioni di Rodin.
Sul pavimento, una piastra reca incisa la celebre iscrizione dantesca «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate», tratta dalla porta dell’Inferno: un gesto che non è citazione decorativa, ma soglia concettuale. Il visitatore è chiamato a varcare un limite, a entrare consapevolmente in un territorio simbolico.
Galansino individua negli “eredi danteschi”, William Blake, John Milton, Mary Shelley, un’ulteriore costellazione di riferimenti che agiscono come presenze incorporate nella materia scultorea, non come illustrazioni letterarie.
A questi si aggiungono i Canti di Maldoror di Lautréamont, il poema in prosa del 1869 che Isidor Ducasse firmò sotto pseudonimo: un testo visionario e perturbante, rivendicato dal Surrealismo come testo fondativo, che offre ad Appriou il registro emotivo più oscuro e irriducibile della mostra.
Le opere: figure tra mito e materia
Dalle superfici in bronzo e acciaio fuoriescono figure che abitano un territorio ambiguo tra l’umano, l’animale e il vegetale.
Cavalli, serpenti, creature marine ed esseri ibridi: un universo iconografico che attinge alle mitologie arcaiche, alla cultura mediterranea ed egizia, ma anche alla fantascienza e all’immaginario contemporaneo.
Le figure di Appriou non illustrano storie: suggeriscono stati, evocano metamorfosi, incarnano il momento stesso del passaggio tra una forma e un’altra.
Tra le opere realizzate per la mostra figurano Apophis e Mandjet, nomi tratti dalla mitologia egizia, il serpente del caos primordiale e la barca solare che attraversa il cielo: una coppia simbolica che condensa il tema del ciclo, della lotta tra forze cosmiche opposte e della loro riconciliazione nella forma scultorea.
Particolarmente significativa è The Key, una stufa-scultura avviluppata in un nastro di Möbius, che introduce nella mostra la dimensione domestica e quotidiana senza abbandonare quella simbolica. Il nastro di Möbius è forse la figura geometrica più efficace per visualizzare il senso del titolo: un canto che non si chiude, una forma che si ritorce su se stessa all’infinito.
Il riferimento al Giambologna, maestro rinascimentale della figura serpentinata, non è casuale: la torsione come principio compositivo e come metafora del divenire.
Il dialogo con il contesto
La collocazione al piano terra di Palazzo Strozzi, mentre ai piani superiori si svolge la grande retrospettiva dedicata a Mark Rothko, crea una dialettica implicita tra astrazione e figurazione, tra la dissoluzione della forma nel colore e la sua ostinata incarnazione nella materia. Appriou occupa il territorio opposto a Rothko: le sue figure aggettano, emergono, pesano. Non si dissolvono, ma insistono.
Nonostante la perizia tecnica e la densità dei riferimenti culturali, il fare di Appriou rimane profondamente contemporaneo. La sua scultura non è antiquaria né nostalgica: usa l’eredità come materiale vivo, da piegare e trasformare. La capacità di fare coincidere piani apparentemente inconciliabili, il mito antico e la cultura pop, la citazione dantesca e l’estetica industriale, il grottesco e il sublime, in un linguaggio unitario è forse il tratto più originale e riconoscibile di questo artista.
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