AUTONOMIA E PREMIERATO: CONCLUSIVI, NON PRECIPITOSI

La presidente del consiglio Giorgia Meloni interviene all'inaugurazione della lapide commemorativa dei giornalisti ebrei perseguitati dalle leggi razziali. Roma 13 dicembre 2022 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

AUTONOMIA E PREMIERATO: CONCLUSIVI, NON PRECIPITOSI

OLTRE IL REGIONALISMO

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata a firma del Ministro Calderoli, dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri, sta per arrivare in Senato.

Si tratta di una questione di importanza cruciale per il futuro del paese: non di eventuali semplici modifiche agli assetti amministrativi, ma di un complessivo riassetto delle responsabilità su tutte le principali politiche economiche e sociali, a partire da istruzione e sanità.

A norma della Costituzione le regioni possono chiedere le competenze previste dall’articolo 116, ma sta al Parlamento, considerando l’interesse nazionale, decidere se e quali concedere;le competenze vengono concesse sulla base di una intesa fra stato e singola regione; ciò significa che qualsiasi decisione parlamentare di devoluzione di poteri è sostanzialmente irreversibile: cambiare l’intesa richiederebbe infatti il consenso regionale. Firmata l’intesa, tutti i fondamentali dettagli sul trasferimento di poteri, legislativi e amministrativi, materia per materia, verrebbero demandati a “commissioni paritetiche” stato-regione, fuori dal controllo parlamentare.

TUTTO IN UNA SCHEDA

Anche il testo del disegno di legge sulla riforma costituzionale relativa al premierato, approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri presieduto da Giorgia Meloni, sta per cominciare il proprio corso,che potrebbe terminare addirittura nel 2025 con un referendum popolare.

Anche in questo caso non si tratta di minuzie, ma di un cambiamento molto deciso. Rivoluziona, in pochi articoli, i rapporti tra elettori, presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e Parlamento.

Vediamo le novità previste più importanti. Viene introdotta l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri, che resta in carica cinque anni. Le votazioni per l’elezione del capo del governo e delle Camere avvengono tramite un’unica scheda elettorale. Per assicurare al presidente del Consiglio una maggioranza solida si prevede nuovo articolo che la legge elettorale debba assicurare “un premio, assegnato su base nazionale, [che] garantisca il 55 per cento dei seggi nelle Camere alle liste e ai candidati collegati al presidente del Consiglio dei ministri”.

Si prevede inoltre che il presidente del Consiglio sia un parlamentare.

Rimane il vincolo di fiducia tra governo e Parlamento. Nell’eventualità che il “presidente eletto” non ottenga la fiducia al primo tentativo, potrà tentare una seconda volta; dopo il secondo tentativo fallito, “il Presidente della Repubblica procede allo scioglimento delle Camere”. In caso di “cessazione dalla carica del presidente del Consiglio eletto, il Presidente delle Repubblica può conferire l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al presidente eletto”. Se questo tentativo non andasse in porto, al Presidente della Repubblica non resterebbe che procedere con lo scioglimento delle Camere.

QUELLE NECESSARIE RIFLESSIONI DA CENTRISTI

Necessarie a questo punto alcune riflessioni “aperte”.

La prima: è palese che il combinato disposto di queste due riforme non corregge soltanto, ma cambia in profondità i connotati della nostra Repubblica, come ad esempio la natura del regionalismo, facendo diventare di fatto tutte le regioni a “statuto speciale”.

E non si tratta di un enunciato di principio: non a caso nel dietro le quinte delle trattative tra governo e regioni (specialmente quelle storicamente più deboli) prorompe il tema della definizione e delle modalità di raggiungimento dei “livelli essenziali delle prestazioni” (LEP), previsti sempre dalla Costituzione.

Seconda riflessione: sul tema del premierato, posta davanti ad un bivio metodologico, la maggioranza non ha optato per la costituzione di una Commissione bi-camerale, ma per un’iniziativa partita dal ministero per le Riforme Istituzionali guidato dalla Casellati ed approdata già in Consiglio dei Ministri.

Come detto prima, non si tratta della via più breve, sicuramente di quella che vuole tenere il timone della “madre di tutte le riforme” in capo al governo, con tutti i rischi del caso (ricerca dei voti mancanti in parlamento e possibile referendum).

Terza considerazione: la governabilità è certo fondamentale; allo stesso modo è sempre da rispettare la “sovranità popolare”, ma non ci dimentichiamo che la nostra è una Repubblica parlamentare. Per la nota legge del garantismo liberale, che gli inglesi chiamano “check and balance” (controllo e bilanciamento tra poteri) giusto eleggere direttamente il premier contestualmente alla sua coalizione, ma perché prevedere l’eventualità di un “sostituto ombra” preconfezionato in caso di una sua caduta? Il parlamento sia libero di trovare le condizioni per una “sfiducia costruttiva”, che senza tradire gli elettori, possa rinsaldare il governo nel rispetto delle prerogative parlamentari.

Ultima riflessione: Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di inizio anno, ha giustamente parlato anche di voto di preferenza

È una nostra storica battaglia a tutti i livelli

È la strada maestra per restituire dignità ai parlamentari eletti.

Una scelta per tornare a ricollegare gli eletti agli elettori e non solo ai capi partito.

Questa ci sembra di sicuro una correzione da apportare.

A chi chiede e ci chiede quale sia il ruolo dei politici moderati e centristi in questa fase non certo banale per il futuro del nostro Paese, noi rispondiamo con tre parole: studio, discernimento, equilibrio. Essere certo conclusivi, non precipitosi.

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