Arte, a Roma ‘In Pop We Trust’

Apre a Roma da lunedì 21 ottobre alla Galleria Restelliartco di via Vittoria Colonna 9, ‘In Pop we trust’, l’esposizione dedicata alla Pop Art, nell’ambito della Rome Art Week, dove fino al 30 novembre sarà possibile ammirare opere di Banksy, Fairey-Obey, Ferrone Viola, Gekko, Haring, Hirst, Kelley, Indiana, Lichtenstein, Mapplethorpe, Pedersoli, Stein, Stern e Warhol.
Pop come ‘Popular’, per definire un movimento che rivoluziona il concetto di arte, con l’artista non più in una forma di espressione individuale, ma nel ruolo di osservatore di una società dei consumi che diventa a sua volta oggetto di espressione artistica. Con il suo mondo amplificato, fatto di colori pieni e vivaci, di superfici in plastica lucente, la Pop Art sceglie l’oggetto antiartistico per eccellenza: il bene di consumo prodotto in serie e creato dall’industria, rendendolo iconico.

“Con In Pop We Trust – spiegano i galleristi Raffaella Rossi e Filippo Restelli – abbiamo voluto sottolineare, in un’epoca che attraverso i social network e i mass media sembra bruciare ogni moda e ogni emozione a ritmo di like, l’importanza del ruolo di un soggetto narrante (l’artista) che ci mostri attraverso le sue opere come siamo davvero, quali sono i nostri miti e i nuovi feticci”.

E se in generale in Europa e negli Stati Uniti l’ondata Pop corrisponde ad una messa in discussione di società, cultura e stili di vita, tra le caratteristiche peculiari della Pop Art italiana emerge il rapporto irrinunciabile con la cultura, le tradizioni e la nostra storia artistica. “Un americano dipinge la Coca Cola come valore – diceva Tano Festa – per me Michelangelo è la stessa cosa, nel senso che viviamo in un paese dove invece di consumare cibi in scatola consumiamo la Gioconda sui cioccolatini”.

Ecco quindi le taniche di benzina di vecchi veicoli da guerra su cui l’artista romano Fabio Ferrone Viola dipinge un Cristo dal volto sofferente e straziato che si ispira al Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. In “Fuel of Love”, le taniche che hanno in passato raccolto la benzina cioè il liquido propulsore che avvia il motore, oggi accolgono sulla loro superficie un‘immagine sacra, che è passione intesa come il tramite attraverso cui evocare la partecipazione attiva ed emotiva dello spettatore.

“Un Cristo comunicatore e messaggero di una rivoluzione interiore che ogni individuo dovrebbe fare propria – spiega Fabio Ferrone Viola – Un lavoro che nasce dalla mia passione nel recuperare materiali di consumo e di scarto come lattine, bottiglie, tappi: ogni packaging ha la sua storia e non solo. E’ in qualche modo indissolubilmente legato alle sensazioni positive che ha suscitato nel suo primo utilizzatore: bere da una lattina provoca un senso di appagamento, di benessere, e tutto ciò in qualche modo rimane nell’oggetto, costituendo per me fonte primaria di ispirazione”.

Oggetti d’uso quotidiano che tornano a nuova vita sono anche i salvadanai di Cristiana Pedersoli. Figlia del celebre Bud Spencer, l’artista presenterà alla Galleria Restelliartco i suoi Pop Regrets, salvadanai in cotto, dipinti ad acrilico e smalto. Particolarmente interessante il pezzo che riporta l’immagine di Diabolik e quello con il volto di Bud Spencer.

“Tutto è iniziato da un salvadanaio che mi regalò mio padre – spiega – lui lo definì un Raccoglitore di Sogni poiché all’interno vi avremmo messo dei soldi con i quali poi si sarebbe realizzato un desiderio. Il Salvadanaio già per la sua forma ricorda il grembo materno ed evoca un’idea di accoglimento e di cura: ha la funzione di riportare in vita concetti ormai perduti, come l’attesa, la focalizzazione su un obiettivo e la procrastinabilità di ogni desiderio. Può essere una fabbrica di sogni, la possibilità di ottenere poi qualcosa che non puoi avere subito, è una scommessa positiva, un sasso lanciato nel futuro”.

E’ una narrazione temporale quella della Restelliartco che accompagna il visitatore in un viaggio all’interno di una generazione che ha fatto dell’immagine il tramite attraverso cui esprimere se stessi e la propria personalità. Dalle opere di Warhol dei primi anni ’70 agli arazzi di Robert Indiana, le fotografie di Robert Mapplethorpe, le serigrafie di Keith Haring, le opere di Roy Lichtenstein, di Mike Kelley, Obey-Shepard Fairey, e al contemporaneo Norman Gekko, che con le sue Louis Vuitton e Chanel, deformate e costruite in materiali riciclati, racconta l’egoistico esibizionismo di una società del finto benessere che va in scena ogni giorno sui social network.

Un artista dall’identità quasi sconosciuta. Norman Gekko è uno pseudonimo e al riguardo di lui/lei dicono “Il nome è la personificazione di un’idea. Norman potrebbe facilmente essere “no man”, “nessun uomo”, e Gekko può essere visto come un riferimento alla piccola lucertola che si nasconde in ogni piccola fessura, il geco.” Rimane immobile ed osserva, a parlare sono le sue opere.

 

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