Andrea Carnevale: “La donna non è proprieta dell’uomo”.
Una ferita di cinquant’anni fa.
Ci sono storie che il tempo non riesce a rendere lontane. Passano cinquant’anni, cambiano le leggi, le parole, la società, eppure alcune ferite continuano a interrogarci con una forza quasi intatta, perchè sono drammatiche attuali.
È il caso della vicenda raccontata da Andrea Carnevale, ex calciatore di Napoli, Roma e Udinese, oggi osservatore del club friulano
Carnevale aveva appena quattordici anni quando, il 25 settembre 1975, sua madre venne uccisa dal padre. Un epilogo terribile di una storia familiare che, secondo il suo racconto, era stata preceduta da anni di violenza.
Ma c’è un particolare che rende questa testimonianza ancora più dolorosa, quel ragazzo aveva cercato aiuto.
Aveva visto. Aveva capito. Aveva denunciato più volte ai carabinieri le aggressioni subite dalla madre
E poi, a quattordici anni, si è trovato davanti all’irreparabile.
Cinquant’anni dopo Carnevale ha deciso di raccontare pubblicamente quella tragedia e lo ha fatto consegnandoci una frase tanto semplice quanto definitiva:
“La donna non è proprietà dell’uomo”.
Dovrebbe essere una banalità
Non lo è.
Perché ancora oggi continuiamo troppo spesso a confondere l’amore con il possesso, la gelosia con il sentimento, il controllo con la premura.
Non sono la stessa cosa.
Chi ti ama non decide come devi vestirti. Non stabilisce chi puoi frequentare. Non pretende di conoscere ogni tuo movimento. Non ti allontana dagli amici, non controlla il telefono, non trasforma la tua libertà in qualcosa per cui devi continuamente giustificarti.
E soprattutto, la gelosia non può diventare un’attenuante culturale della violenza.
Dire che un uomo è “malato di gelosia” rischia persino, se non stiamo attenti alle parole, di spostare lo sguardo
La violenza non nasce da un eccesso d’amore. Il possesso non è amore portato all’estremo.
È negazione della libertà dell’altro.
C’è poi un’altra verità che la storia di Carnevale ci mette davanti con brutalità: quando la violenza entra in una famiglia, le vittime non sono soltanto quelle contro cui viene materialmente esercitata.
Ci sono i figli
Bambini e adolescenti che vedono, ascoltano, intuiscono, che imparano troppo presto la paura, che magari cercano aiuto senza avere neppure gli strumenti per sapere come farlo. E che possono portare con sé quelle immagini per una vita intera.
Pensare a un ragazzo di quattordici anni costretto a chiedere alle istituzioni di proteggere sua madre è già doloroso.
Pensare che, nonostante quelle richieste, abbia poi dovuto assistere alla tragedia significa fare i conti anche con un’altra domanda: allora, come oggi, quanto siamo capaci di ascoltare davvero chi chiede aiuto?
È una domanda che riguarda le istituzioni, certamente, ma riguarda anche ciascuno di noi.
Perché prima della violenza estrema possono esserci parole, minacce, umiliazioni, isolamento, controllo, tutti segnali che abbiamo il dovere di non considerare normali.
Per questo la testimonianza di Andrea Carnevale, cinquant’anni dopo, non appartiene soltanto al passato
Appartiene al presente.
E forse il modo più serio per rispettarla è non fermarsi all’orrore della sua storia, ma raccoglierne il significato.
Una donna non appartiene al marito, al compagno, all’ex compagno, all’uomo che dice di amarla.
Appartiene soltanto a se stessa
Non dovrebbe essere necessario scriverlo nel 2026.
Eppure, finché sarà necessario, continueremo a ripeterlo.
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