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Andata e ritorno tra Milano e Canton alla Fortezza Firmafede

di Jacqueline Facconti
31 Ottobre 2026
In Cultura
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Andata e ritorno tra Milano e Canton alla Fortezza Firmafede
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Andata e ritorno tra Milano e Canton alla Fortezza Firmafede

Marco Casentini e Liu Ke, due pittori astratti nati a novemila chilometri di distanza, si incontrano tra le mura della fortezza medicea. Un confronto serrato sul colore e sulla geometria, prorogato fino al 1° dicembre.

Si arriva alla Fortezza Firmafede costeggiando le mura di pietra, e lo stendardo appeso al bastione è già una piccola dichiarazione di poetica: una banda grigia tagliata in diagonale, un disco rosso, il titolo in caratteri asciutti. Milano-Canton A/R. Sotto le travi del sottotetto sono allestite cinquanta opere di Marco Casentini e Liu Ke. La mostra avrebbe dovuto concludersi a fine ottobre ma l’interesse del pubblico ha convinto a tenerla aperta fino al 1° dicembre.

È nata a settembre come appendice della quinta Summer School di Startè, curata da Paolo Asti con il contributo del gallerista Giovanni Bonelli. La genesi la racconta lo stesso Asti: lo scorso aprile lui e Casentini sono partiti per Canton, e lì, all’Accademia di Belle Arti, i due pittori si sono conosciuti. Bonelli, a marzo, aveva già portato per primo in Italia le opere di Liu Ke nella sua galleria. Da quell’incontro è venuta l’idea di un viaggio che non fosse soltanto di andata.

Lo stendardo sulle mura della Fortezza.

Due vite, due accademie

Casentini è nato alla Spezia nel 1961, si è formato tra il Liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti di Carrara e da anni divide la vita tra Los Angeles e Milano, dove insegna a Brera. Nel 2005 ha ottenuto la borsa della Pollock-Krasner Foundation, nel 2010 il Premio PEA di Lerici per la scrittura. Un pittore che scrive, e si vede: i suoi quadri hanno la sintassi controllata di una frase ben costruita. La California gli ha consegnato i riferimenti decisivi, l’astrazione Hard-Edge, le superfici levigate del Finish Fetish, un’attitudine pop verso il colore industriale. A Sarzana mancava da oltre dieci anni.

Liu Ke è nato nel 1976 a Ningxiang, nello Hunan, e vive tra la città natale e Guangzhou. All’Accademia di Belle Arti di Guangzhou è vicedirettore della Scuola di arti pittoriche e guida il dipartimento di pittura a olio; dirige il Songshan Lake Art Museum e il Boxes Art Museum e siede nel comitato per le tecniche miste dell’Associazione degli artisti cinesi. Un uomo di istituzioni; i quadri, però, rivelano un pittore irrequieto, che non si accontenta di una sola maniera.

Liu Ke, il paesaggio ridotto a fasce

La sorpresa più grande, almeno per chi arriva con un’idea preconfezionata di “astrazione orientale”, è che gran parte del rigore geometrico in mostra porta la firma di Liu Ke. La serie Starnberg See, dedicata al lago bavarese, comprime il paesaggio in campiture accostate. Nel No. 6 (2023) un quadrato blu oltremare sta in basso a sinistra come un’isola dentro un giallo caldo, mentre una cucitura verde, quasi spruzzata, attraversa la tela in verticale e incrina la quiete. Nel No. 12 il giallo torna in due versioni, una liscia e una granulosa, accanto a un azzurro acquoso e a un verde quasi nero. Del lago non resta l’immagine ma la temperatura: la luce sull’acqua, l’ombra della riva. Nel No. 8 compare invece una fascia rossa punteggiata da un retino tipografico, che fa pensare ai puntini di Lichtenstein. Liu Ke maneggia la cultura visiva occidentale senza timidezze.

Lo confermano i titoli. Leonardo Vanishing Line (2024-2025) prende la linea di fuga, cuore della prospettiva rinascimentale, e la capovolge: le fasce verticali di verde, nero, blu cobalto e rosso stanno tutte sullo stesso piano, frontali, senza profondità. Nel quarto episodio una banda grigia, sporcata da un pulviscolo rosso, rompe la perfezione delle stesure e introduce il tempo, la materia, l’imprevisto. In Kierkegaard Vanishing Line due tele quasi interamente rosse sono montate una sopra l’altra, appena sfalsate, e quella frattura minima tra un rosso e l’altro diventa il vero soggetto. Difficile non pensare al “salto” del filosofo danese: lo scarto tra due superfici che sembrano identiche e non lo sono.

Liu Ke, Leonardo Vanishing Line 4, 2025, tecnica mista su tela, 80 × 80 cm.

Poi c’è il Liu Ke gestuale. In Lunch on the Grass No. 2 (2022), titolo che rimanda a Manet, larghe pennellate bianche si avvolgono su sé stesse come un nastro sopra un fondo di verdi e di blu, mentre una striscia di rete in fibra applicata alla tela taglia la composizione in diagonale. Lo scandaloso picnic del 1863 diventa un groviglio di energia, il ricordo di un prato. La rete ritorna altrove, segno di una pittura che vuole farsi anche oggetto. Lo dimostra Fly (2018), il lavoro più spiazzante: la pittura è chiusa dentro un vero telaio di finestra a ghigliottina in alluminio, e il cartellino parla di proiezione video. In una mostra sul viaggio la finestra è una metafora quasi troppo esplicita, eppure funziona: il quadro si guarda come un paesaggio che scorre fuori da un vetro.

Liu Ke, Lunch on the Grass No. 2, 2022, tecnica mista su tela, 80 × 60 cm.

Casentini, la vibrazione della superficie

Accanto a questa esuberanza Casentini sceglie la concentrazione. Lullaby (2022), acrilico su alluminio, è una trama fittissima di linee sottili, verdi, azzurre, gialle, rosa, che si incrociano come in un tessuto scozzese. Da lontano emergono zone più calde o più fredde, rettangoli che sembrano galleggiare; da vicino l’occhio si perde nel reticolo. Il titolo è azzeccato: la ripetizione produce una pulsazione ottica lenta, quasi ipnotica. Il supporto metallico, eredità del Finish Fetish californiano, aggiunge una luminosità fredda che nessuna tela potrebbe dare. Qui però l’allestimento non aiuta: sotto i faretti l’alluminio si accende di riflessi che bruciano un angolo dell’opera, e conviene spostarsi di lato per vederla davvero.

Marco Casentini, Lullaby, 2022, acrilico su alluminio, 100 × 80 cm.

Dove i confini si confondono

Le grandi tele su fondo nero, con barre rosse verticali, piani verdi inclinati e colpi di pennello bianco che sembrano onde, sono il punto in cui il dialogo si avvicina alla fusione. In una di esse affiora perfino un volto disegnato con un tratto da fumetto, un occhio azzurro tra le campiture: un’incursione pop che spiazza. Davanti a questi quadri capita di andare a cercare il cartellino per capire di chi siano. Ed è forse la prova più convincente che la mostra regge la propria tesi.

Il giudizio

Il testo curatoriale insiste sulla diplomazia culturale e sull’immagine newtoniana delle “spalle dei giganti”, ma lascia al visitatore il compito di decifrare le differenze, che sono invece la parte più interessante. Casentini lavora per sottrazione e precisione; Liu Ke per accumulo, citazione e cambi di registro, con il rischio, in qualche lavoro minore, di disperdersi. Ed è proprio questo che il confronto mette in luce: l’italiano formato in California e il cinese che dipinge laghi bavaresi e cita Leonardo avevano già compiuto, ciascuno per conto proprio, un viaggio di andata e ritorno prima ancora di incontrarsi. Vale la pena salire alla Fortezza Firmafede prima del 1° dicembre.

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Tags: ARTEFirmafedeFortezzaPitturaPRIMO PIANO
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