Abbiamo un caso di razzismo di stampo Wokista a Firenze ? Sembrerebbe proprio così : “Uomo maschio bianco non pervenuto” la tramvia secondo il PD è un laboratorio sociale, non un mezzo di trasporto
L’Uomo maschio bianco da demonizzare
C’è un momento, nei consigli comunali fiorentini, in cui la maschera cade da sola, senza che nessuno debba strapparla.È successo con l’intervento della consigliera del PD Stefania Collesei, che sulla tramvia ha pronunciato una frase che meriterebbe di essere incorniciata e portata come prova nei dibattiti sulla deriva ideologica della sinistra italiana: “la tramvia è frequentata da donne e stranieri. Uomo maschio bianco non pervenuto. Allora ci sarà da lavorarci su!”
Fermiamoci un secondo su questa frase, perché va letta due volte per capire fino a che punto si possa arrivare. Collesei non dice che la tramvia è sporca, pericolosa o inefficiente. Non dice che bisogna renderla più sicura o più puntuale. Dice che chi la frequenta ha il “torto” demografico di non essere abbastanza simile al fantomatico “manager” europeo che lei vorrebbe vedere a bordo, e che su questo “ci sarà da lavorarci”. Lavorarci su cosa, esattamente? Sulla composizione sociale dei passeggeri?
È difficile non leggervi l’impalcatura tipica del pensiero woke applicato ai trasporti pubblici: non la qualità del servizio come fine, ma l’ingegneria sociale come fine
Non si tratta di portare la gente da un punto A a un punto B in sicurezza, si tratta di usare un mezzo pubblico come strumento di redistribuzione simbolica e comportamentale, di “rieducazione” delle abitudini di chi sta in alto, con la stessa logica paternalistica che da decenni la sinistra applica a tutto ciò che tocca: dal linguaggio al cibo, dalle automobili al riscaldamento.
Ed è qui che l’ecologia smette di essere ecologia e diventa quello che da tempo molti osservatori non progressisti denunciano: la foglia di fico del nuovo socialismo reale, il paravento verde dietro cui si nasconde un progetto che con la qualità dell’aria ha sempre meno a che fare e con il controllo dei comportamenti individuali sempre di più.
Non è un caso isolato fiorentino: a Parigi, Anne Hidalgo ha costruito la sua intera narrazione politica attorno all’idea esplicita di un “radicale mutamento delle abitudini dei cittadini”, che dovranno adottare nuove forme di spostamento volute dall’alto, con ZTL che vietano l’ingresso in centro a centinaia di migliaia di automobilisti al giorno e limiti di velocità imposti su tutta la capitale
A Bruxelles il governo regionale ha messo al bando diesel e benzina con scadenze fissate per decreto, e gli stessi operatori del settore hanno bollato la misura come “ideologica” e “unilaterale”, accusando l’amministrazione di voler imporre un modello senza un reale approccio scientifico condiviso.
Suona familiare? È lo stesso schema: si parte dall’aria pulita, salvo poi scoprire che l’obiettivo reale è cambiare chi può muoversi, come e quando, secondo un disegno valoriale che ha più a che fare con la morale che con i decibel o i PM10.
E allora arriva, puntuale e quasi commovente nella sua sobrietà, la risposta del consigliere Massimo Sabatini, che con poche parole ha smontato l’intera costruzione retorica della collega del consiglio comunale fiorentino del partito democratico: “non è certo con lo schieramento cieco ed ideologico che ci arriveremo. Guardiamo i fatti, guardiamo i dati.”
Una frase semplice, quasi minimalista ma efficace nella sua compostezza istituzionale
È la prova che la torsione ideologica woke non è più un’esclusiva della sinistra-sinistra, dei verdi o del campo giustizialista: ha attecchito nel cuore del partito che si considera “di governo”, quello che dovrebbe occuparsi di amministrare Firenze con pragmatismo e non di trasformare un consiglio comunale in un seminario di studi postcoloniali sulla mobilità urbana.
Se qualcuno pensava che la frase di Collesei fosse un’uscita isolata, ci ha pensato la consigliera di AVS-Ecolò Caterina Arciprete a smentirlo, intervenendo in soccorso della collega con un’arrampicata sugli specchi degna di nota: la disparità di genere tra chi prende il tram e chi prende l’auto sarebbe semplicemente “un dato di fatto”, “studiato in tutti gli studi di urbanistica di genere”, e quindi non ci sarebbe nulla di discriminatorio nell’osservazione di Collesei, solo scienza sociale travestita da intervento in consiglio comunale. Gli uomini, spiega Arciprete, useranno di più l’auto perché nei nuclei familiari c’è spesso un’unica vettura e “per la struttura che esiste all’interno delle norme sociali” è l’uomo a tenerla, essendo “di classe agiata” e “italiani” quelli con “più controllo sulle risorse”. Tradotto: il problema non è mai la tramvia, sono sempre gli uomini, italiani, e pure abbienti, che evidentemente vivono ancora nel patriarcato pur essendo loro a pagare il biglietto che gli altri evadono.
C’è poi un dettaglio che rende l’intervento di Arciprete ancora più stridente, ed è quello che non dice
Se il problema è davvero il patriarcato che “controlla le risorse” e decide chi sale in macchina e chi sul tram, ci si aspetterebbe che la stessa sensibilità si attivasse davanti a forme di patriarcato un po’ più tangibili del marito fiorentino che tiene le chiavi della Panda. Mutilazioni genitali femminili praticate su minori in alcune comunità presenti anche in Italia, matrimoni forzati e matrimoni di minorenni segnalati dai centri antiviolenza, donne private del diritto di guidare, di viaggiare o di scegliere il proprio abbigliamento per legge in interi paesi, la tutela legale del marito su moglie e figlie sancita da codici di famiglia tuttora in vigore altrove: di tutto questo, dai banchi di AVS, silenzio quasi assoluto. Il patriarcato esiste, evidentemente, solo quando è bianco, occidentale e si chiama Sabatini o l’anonimo manager che preferisce l’auto al tram; diventa invisibile, intoccabile, quasi un tabù culturale, quando si manifesta in forme infinitamente più violente e strutturali altrove o tra le comunità immigrate.
È una miopia selettiva che dice più sulla sinistra fiorentina di mille consigli comunali: pronta a costruire teoremi sociologici sulla composizione di genere dei passeggeri del tram, incapace di pronunciare una parola sulle ragazze che in città subiscono pressioni familiari per matrimoni decisi da altri. Il relativismo culturale, in questi casi, non è apertura: è abdicazione
È la prova che la torsione ideologica woke non si limita alla mobilità: è un sistema di pesi e misure che si applica, con straordinaria coerenza, sempre nella stessa direzione.
Ma torniamo alla realtà, quella fatta di dati e non di slogan, perché è lì che la posizione della consigliera Collesei (e il soccorso accademico di Arciprete) crolla definitivamente. Se i “manager fiorentini” non prendono la tramvia non è per pregiudizio ideologico verso un mezzo ecologico: è perché la tramvia, oggi, a Firenze, non è un servizio all’altezza di una città che si definisce a vocazione turistica internazionale.
Basta scorrere le cronache delle ultime settimane: un ventitreenne accoltellato alla fermata Strozzi Fallaci, un conducente aggredito a colpi di bottiglia al capolinea di Careggi con diversi punti di sutura, un passeggero che lo scorso 23 giugno ha aggredito l’autista pretendendo di essere portato altrove, scatenando il panico a bordo con tanto di spray al peperoncino respirato da mezza carrozza, una turista vittima di un borseggio mentre acquistava il biglietto a bordo.
Sul fronte spaccio, il bilancio del nucleo Pol-Tramvia parla chiaro: dall’ottobre 2024 sono state identificate oltre 1.800 persone, con denunce per furto, resistenza a pubblico ufficiale, possesso di chiavi e grimaldelli e violazione delle norme sugli stupefacenti, compreso l’arresto di una persona sorpresa con 95 grammi di hashish alle fermate della tramvia
Solo nel 2025 sono state registrate 45 aggressioni con infortuni ai danni del personale del trasporto pubblico fiorentino, un numero che ha costretto Comune, aziende di trasporto e sindacati a firmare un protocollo di sicurezza straordinario e la Questura a rafforzare ulteriormente i controlli sulle linee T1 e T2.
Sono questi i dati di cui parla Sabatini, non le sensazioni demografiche di chi guarda i passeggeri e li classifica per etnia e genere, né le letture sociologiche di chi soccorre quelle sensazioni con la letteratura accademica.
Se la consigliera Collesei vuole davvero che i manager in giacca e cravatta salgano sulla tramvia, allora smetta di occuparsi della composizione antropologica dei vagoni e cominci a occuparsi di quello che davvero allontana le persone da un mezzo pubblico: spaccio, borseggi, molestatori e occasionali violenti che negli ultimi mesi hanno reso alcune fermate e alcune fasce orarie un terreno di caccia per chi delinque, prima ancora che un problema di percezione.
Si proponga per un servizio di vigilanza dedicato e stabile, non sporadico; si batta per telecamere funzionanti e risposte rapide alle aggressioni; si occupi del decoro reale delle fermate, non del decoro ideologico di chi le frequenta.
Solo così la tramvia diventerà un mezzo scelto, e non subìto
Il resto, la storiella del manager bianco che disdegna il tram per snobismo automobilistico, è pura narrazione, costruita per individuare un colpevole simbolico ” l’uomo bianco in auto ” su cui scaricare un fallimento che ha responsabilità ben più concrete e meno ideologiche.
Semmai il razzismo è verso “l’uomo bianco”
È quanto accaduto nel Regno Unito ha portato alla caduta di Starmer, dopo l’omicidio di Henry Nowak e il tentativo di decapitazione a Belfast. Il PD fiorentino, evidentemente, segue con grande interesse e attenzione le cronache internazionali, ma solo quando sono quelle più confacenti alle proprie idee.
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