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L’Eternità dell’Istante

di Jacqueline Facconti
17 Ottobre 2026
In Cultura
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L’Eternità dell’Istante
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L’Eternità dell’Istante

Nei sotterranei della Fortezza Firmafede, Beatrice Taponecco e Piergiorgio Balocchi hanno portato il marmo a fare ciò che sembra impossibile: trattenere un attimo senza spegnerlo.

Scendere nella pietra

La Fortezza Firmafede, la cittadella che Lorenzo il Magnifico fece ricostruire tra il 1487 e il 1492, custodisce sotto le sue mura una rete di gallerie ombrose é qui che ha preso dimora L’Eternità dell’Istante, curata da Roberto Spinetta della HC Gallery di Pietrasanta.

Il titolo suona come un ossimoro e lo è con intenzione: «L’eternità non è il contrario dell’istante, ma la sua conseguenza più fedele. Non si raggiunge allungando il tempo, ma scavando abbastanza a fondo in un solo momento da renderlo inesauribile». Questo pensiero permea l’intero percorso espositivo. 

Due scultori, due generazioni, un solo materiale. Balocchi, senese classe 1954, professore emerito di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara, ha alle spalle la Biennale di Venezia del 1984 e opere monumentali sparse dalla Corea del Sud al Marocco. Taponecco, nata proprio a Sarzana nel 1987, lavora nel suo atelier di Torano, a Carrara, e scolpisce direttamente dal blocco. Per lei questa mostra è anche un ritorno a casa.

Le gallerie dei sotterranei della fortezza medievale 

Le gallerie dei sottenerranei della fortezza medievale non fanno da sfondo, ma partecipano attivamente ed accolgono i visitatori. Le volte, i mattoni scoperti, le finestre a grata da cui filtra la luce, compongono un paesaggio interno che già parla di tempo “lento”. In questa location d’altri tempi il bianco statuario delle sculture si accende come una brace fredda.

Gli allestimenti assecondano la natura del luogo invece di correggerla. Le opere poggiano su casse e pallet di legno grezzo, simili a quelli che accompagnano il marmo dalla cava alla bottega: un omaggio silenzioso al lavoro, alla polvere, al viaggio della materia. A terra, lungo un corridoio, un letto di scaglie di marmo accompagna il passo come un torrente pietrificato, e attraverso una finestra a grata la luce del giorno scivola fino a una piccola figura bianca, isolata come una parvenza.

In un’altra sala il pavimento è interamente ricoperto di schegge, i residui dello scalpello trasformati in terreno. Tra quei frammenti affiorano piccoli dischi rosati e chiari, fiori e corolle che sembrano appena germogliati dagli scarti: ciò che lo scultore toglie diventa il suolo da cui la forma rinasce. Altrove una grande corolla bianca si apre a ventaglio su un basamento cubico, i petali dispiegati a raggiera come se la pietra respirasse. Più avanti, un varco irregolare nella muratura lascia intravedere un candido parallelepipedo oltre lo spessore del muro come se fosse una scoperta archeologica.

Gli spazi angusti impongono opere di dimensioni raccolte. Ne nasce un rapporto ravvicinato, intimo: ci si china, si gira intorno, si trattiene il fiato. Non si contempla da lontano, si entra in confidenza con le sculture. 

Due mani sul marmo.Balocchi, il vento dentro la pietra

Nelle sculture di Piergiorgio Balocchi il marmo sembra aver catturato un movimento nel momento esatto in cui stava per sfuggire. I suoi Cipressi, quello di Fantiscritti, che svetta per quasi settanta centimetri, e quello di cava, non descrivono un albero: ne trattengono la vibrazione. La superficie è un fitto di solchi sinuosi, come fiamme o fronde piegate da una raffica, che si stringono verso la base. È il vento reso solido, la mobilità più effimera consegnata alla materia più ostinata.

Accanto ai cipressi torna, ostinato, il tema del cuscino: Cuscino privato, Cuscino di Spago, Cuscino piccolo, quest’ultimo con un innesto di ferro. Sono pieghe di stoffa scolpite con una morbidezza che inganna l’occhio, drappi che sembrano ancora conservare l’impronta di una testa appena sollevata. Il riposo, l’intimità domestica, diventano monumento senza perdere la loro tenerezza.

Poi c’è Torano, il borgo delle cave sopra Carrara, che dà il nome a più di un’opera: Alba a Torano, Venere a Torano, Rosa di Torano. Con quest’ultima, con Fiore rosa e Fiore bianco e con Frammento rosa entra in scena il marmo rosa del Portogallo, il cui calore accende il bianco apuano come un’aurora che sale dalla roccia. Completano il gruppo i due Cespugli: nel primo il ferro si insinua nel marmo come un ramo secco nella neve.

Taponecco, la natura colta mentre cambia

Beatrice Taponecco guarda la natura nell’attimo in cui si trasforma. Le sue forme partono da un dato organico, una foglia, un fiore, un ramo, e lo conducono verso un’eleganza essenziale, quasi astratta, senza mai recidere il legame con la vita. Già i titoli indicano la direzione: Foglia Madre; In Fiore, l’unica scolpita nel grigio bardiglio; Il canto delle cicale, che promette di dare corpo al suono stesso dell’estate.

La sua è anche una ricerca cromatica. In Geografia del vento il bianco statuario incontra il verde Guatemala; in Lontano, con me, del 2024, dialoga con il nero etrusco; in Corbezzolo delle Apuane si accosta al verde giada Ming, evocando le bacche e le foglie della macchia mediterranea che risale i versanti delle Alpi Apuane. Ogni accostamento è una piccola geografia emotiva.

Più intimi i titoli di Sospesa e Piccolo sogno, mentre Cercando l’eternità della Natura, del 2022, la più datata tra le opere in catalogo, sembra annunciare con quattro anni d’anticipo il tema dell’intera esposizione.

Luna sopra Sarzana, l’opera a quattro mani

Il cuore della mostra è però l’unica opera firmata insieme. Luna sopra Sarzana (2026) segna la prima collaborazione tra i due scultori: la falce lunare di Taponecco, eco della mezzaluna che compare nello stemma cittadino, riposa su un cuscino di Balocchi. L’oggetto più domestico del suo repertorio diventa basamento per un simbolo civico, e l’intimità del riposo si apre a una dimensione collettiva. Due linguaggi diversi trovano, in un’unica scultura, la stessa misura.

Il gesto minimo

Il curatore della mostra, Roberto Spinetta, individua un paradosso: per durare, un istante va fermato, ma fermarlo significa togliergli la sua natura passeggera. I due scultori accettano la scommessa e la vincono scegliendo soggetti umili. Niente miracoli né eroi: un guanciale appena schiacciato, una corolla che si dischiude, una chioma mossa da una folata.

Proprio l’umiltà del soggetto dà forza al risultato. Davanti a una piega di stoffa scolpita ci si accorge di quante pieghe si sono guardate senza vederle; davanti a un petalo di marmo, di quante primavere sono passate inosservate. La pietra non congela il movimento: lo tiene in sospeso, come una nota lunga che non si decide a finire.

Il luogo amplifica tutto. Sopra le gallerie, Sarzana vive le sue giornate di botteghe, antiquari e passeggio; sotto, le mura della fortezza raccontano una storia di generazioni. Uscendo, si ha l’impressione di aver attraversato non una serie di sale ma una stratificazione, dove ogni opera è un sedimento lasciato a posarsi.

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Tags: ARTEMOSTREPRIMO PIANORoberto SpinettaSarzana
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