IL GARANTISMO A GIORNI ALTERNI DELLA SINISTRA ITALIANA: PERCHÉ L’ASTENSIONE SU TORTORA PESA PIÙ DI UN VOTO CONTRARIO
Ci sono voti parlamentari che si possono liquidare come normale schermaglia politica. E poi ce ne sono altri che, proprio perché toccano un principio fondamentale, raccontano più di qualsiasi comunicato stampa.
Il 4 agosto la Camera ha approvato la proposta di legge che istituisce il 17 giugno come Giornata nazionale “Enzo Tortora”, in memoria delle vittime degli errori giudiziari: 178 sì e 97 astenuti. A votare a favore sono stati i gruppi di centrodestra, Italia Viva, Azione e +Europa. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno scelto l’astensione. Il testo passa ora al Senato
Nessuno ha votato contro. Ed è proprio questo il punto: davanti al simbolo italiano dell’errore giudiziario, l’opposizione non ha detto no, ma non ha nemmeno voluto dire sì fino in fondo.
Per capire perché quel simbolo pesi ancora così tanto, bisogna raccontare chi era Enzo Tortora, perché una parte consistente dell’elettorato, in particolare quello più giovane, oggi conosce quel nome solo di sfuggita, e certa opposizione lo sa benissimo, e su questa distanza ci marcia.
Tortora era il volto più elegante e amato della televisione italiana degli anni Settanta e Ottanta, il conduttore di Portobello, il programma del sabato sera capace di radunare davanti al video milioni di famiglie
Ma non era soltanto un intrattenitore: era considerato un uomo di rara correttezza professionale e personale, misurato nei modi, rigoroso nel linguaggio, mai sopra le righe, il contrario di ciò che siamo abituati a vedere in tv oggi, un vero Gentilman . Proprio quella reputazione di persona perbene rese ancora più devastante ciò che accadde il 17 giugno 1983, quando fu arrestato all’alba in un albergo di Roma con l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e di traffico di droga.
Le accuse nascevano dalle dichiarazioni di alcuni pentiti di camorra, in particolare Giovanni Pandico e Pasquale Barra, personaggi dal passato criminale gravissimo, e si appoggiavano su un’agendina sequestrata a un camorrista, dove accanto a un nome era annotato un numero di telefono
Solo in seguito emerse che quel nome non era Tortora ma un omonimo, un commerciante campano di nome Tortona, e che il numero apparteneva a un venditore di bibite. Sul conto di Tortora non furono mai disposti controlli bancari né intercettazioni telefoniche: l’impianto accusatorio si reggeva quasi interamente sulla parola di pentiti in cerca di sconti di pena.
Tortora scelse fin da subito la strada della correttezza istituzionale più che dello scontro: da deputato europeo eletto nelle liste radicali rinunciò all’immunità parlamentare pur di affrontare il processo come un cittadino qualunque., vi ricorda qualcosa?
Forse qualcuno con un po’ di Salis in testa afferrerà la distanza della politica odierna dalla realtà che regala candidature come fossero grazie popplari
Comunque Tortora fu condannato in primo grado a dieci anni nel 1985, non smise mai di proclamarsi innocente, senza mai scivolare nel rancore pubblico verso i suoi accusatori. Il 15 settembre 1986 la Corte d’appello di Napoli lo assolse con formula piena, riconoscendo che i pentiti che lo avevano accusato non erano credibili: “È la fine di un incubo”, disse allora. L’assoluzione fu confermata in via definitiva dalla Cassazione il 13 giugno 1987. In totale aveva subito circa un anno e dieci mesi tra carcere e arresti domiciliari, per un reato mai commesso.
Il 20 febbraio 1987, ancora prima della sentenza definitiva, era tornato alla conduzione di Portobello. Aprì la puntata con una frase diventata proverbiale, chiedendo ironicamente al pubblico dove fossero rimasti, come se nulla fosse accaduto: un gesto di dignità e leggerezza insieme, che raccontava più di mille discorsi la sua tempra umana
Ma il fisico, nel frattempo, aveva ceduto: si ammalò di tumore e morì il 18 maggio 1988, a cinquantanove anni, meno di un anno dopo aver riconquistato pienamente la libertà e l’onore.
Ricordarlo non significa fare la guerra alla magistratura. Significa ricordare che anche lo Stato sbaglia, e che quando sbaglia dall’altra parte c’è una persona a cui nessuna sentenza restituirà il tempo perduto, né, come nel caso di Tortora, la salute e gli anni di vita che restavano.
Il tema non è ideologico. Dal 1991 al 2023 si contano oltre 31mila casi di riparazione per ingiusta detenzione, più le centinaia di casi di errore giudiziario in senso stretto, per centinaia di milioni di euro di indennizzi
In aula lo ha ricordato anche Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, citando quasi 950 innocenti privati della libertà ogni anno dal 1992. Un innocente in carcere non è di destra né di sinistra: è un cittadino a cui lo Stato ha tolto la libertà.
Basta guardare a Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo per la strage di Sinnai del 1991 e assolto in revisione nel gennaio 2024, dopo circa 33 anni di carcere: non trentatré giorni, non trentatré mesi, trentatré anni di vita.
Ed è qui che l’astensione di Pd, M5S e Avs diventa difficile da giustificare
Le motivazioni ufficiali riguardano il metodo, non il merito. La deputata dem Rachele Scarpa ha parlato di una legge giusta ma portata avanti con modalità sbagliate. La cinquestelle Valentina D’Orso ha detto che la memoria da sola non basta, che servono verità, responsabilità e giustizia. Legittimo, ma resta una domanda semplice: se i principi sono giusti, perché non votarli? Si può contestare il metodo, proporre un emendamento, chiedere una modifica. Ma davanti a una giornata dedicata alle vittime degli errori giudiziari, l’astensione resta un segnale politicamente ambiguo, e stride con la retorica garantista che certi ambienti politici sfoderano ogni volta che a essere indagato è qualcuno che considerano “dei loro”.
Non è un caso che la reazione più dura sia arrivata da Gaia Tortora, figlia di Enzo e vicedirettrice del Tg La7, che su X ha bollato l’astensione dei tre partiti con parole durissime, parlando apertamente di una scelta incommentabile e di una “bella combriccola” riferendosi a Pd, M5S e Avs
C’è poi un’altra pagina della vicenda che merita rigore, non superficialità: chi paga quando un errore giudiziario devasta una vita? Non è corretto sostenere genericamente che nessuno abbia mai pagato, ma è un fatto che alcuni protagonisti dell’accusa fecero carriera: Diego Marmo, pm del processo, divenne procuratore aggiunto a Napoli e poi procuratore capo di Torre Annunziata, prima di essere nominato nel 2014 assessore alla Legalità del Comune di Pompei, lo stesso anno in cui chiese scusa pubblicamente alla famiglia Tortora.
In Aula, lo scorso 4 agosto, lo ha ribadito anche la deputata leghista ed ex magistrata Simonetta Matone, sottolineando che i tre magistrati dell’accusa non furono mai censurati né radiati, e fecero anzi una carriera piena di incarichi apicali. Parole pesanti, pronunciate da chi la magistratura la conosce dall’interno
Non è rimasta solo polemica. Durante la discussione degli ordini del giorno è stato approvato un odg di Italia Viva che impegna il governo sulla responsabilità giuridica dei magistrati, e Enrico Costa ha annunciato una proposta di legge di Forza Italia per garantire ai cittadini il risarcimento dei danni nei casi di malagiustizia. Il presidente dell’Unione delle Camere penali, Giandomenico Caiazza, ha parlato apertamente di un’astensione che sembra una cambiale pagata all’Anm.
La Giornata nazionale, se completerà l’iter al Senato, diventerà realtà dal prossimo 17 giugno
E allora assisteremo probabilmente al solito rito: bandiere, slogan sulla libertà, forse qualche riferimento a cause lontanissime da quella specifica. Ma resterà sospesa una domanda: dov’era questo garantismo quando si trattava semplicemente di ricordare Enzo Tortora?
Il vero garantismo non può essere una clava da usare contro le forze dell’ordine e una carezza riservata alla magistratura. Non sceglie le vittime in base al colore politico, non guarda il cognome, non guarda se l’accusato è potente o sconosciuto. Difende l’innocente, sempre. È questa la lezione di Tortora, ed è una lezione profondamente liberale: lo Stato è forte non quando non ammette mai di sbagliare, ma quando riconosce i propri errori, tutela chi li subisce e costruisce gli strumenti perché non si ripetano.
Per questo il 17 giugno non dovrebbe appartenere né alla destra né alla sinistra
Dovrebbe appartenere agli italiani, soprattutto a quelli che davanti a un innocente privato della libertà non hanno bisogno di sapere prima da che parte sta.
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