Franco Baresi immagine plastica della parabola economica/sociale (e calcistica) dell’Italia
Ci sono personaggi che trascendono la semplice cronaca sportiva per diventare icone culturali e metafore viventi di un’epoca. Franco Baresi, il “Kaiser Franz” della difesa, il “Piscinìn” cresciuto nel rigore e diventato gigante, è senza dubbio uno di questi.
La sua parabola con la maglia della Nazionale italiana non si limita a raccontare vittorie, infortuni prodigiosi e rigori amarissimi, ma offre uno specchio fedele delle mutazioni profonde che l’Italia ha vissuto negli ultimi quarant’anni
Dalla spinta propulsiva degli anni ’80 alle contraddizioni degli anni 2000, fino allo smarrimento contemporaneo, ripercorrere la vita sportiva di Baresi significa rileggere la storia di una nazione.
Nel 1982, un ventiduenne Franco Baresi viene convocato da Enzo Bearzot per i Mondiali in Spagna. In quella spedizione gloriosa non giocherà nemmeno un minuto, chiuso dalla classe cristallina di Gaetano Scirea. Eppure, Baresi era lì, a respirare l’aria di un trionfo entrato nella leggenda.
Quel Mondiale fu il simbolo di un’Italia precisa
Era un Paese in piena espansione economica e industriale, conscio della propria sovranità politica e culturale. Era l’Italia del Presidente Sandro Pertini in tribuna ad esultare, dell’orgoglio manifatturiero, di una società coesa che guardava al futuro con ottimismo. Il calcio rispecchiava quell’identità, solido, tatticamente impeccabile, fondato sul talento e sul senso del dovere. Baresi, pur in panchina, assorbì la lezione di quella generazione che sapeva soffrire e vincere con dignità.
Ventiquattro anni dopo, nel 2006, l’Italia torna sul tetto del mondo a Berlino
Baresi ha ormai appeso gli scarpini al chiodo da tempo ed è impegnato nel percorso da allenatore del settore giovanile del Milan. Il suo spirito guida ancora idealmente la difesa azzurra, ereditato da uomini cresciuti nel suo mito come Cannavaro e Nesta.
Ma l’Italia del 2006 è già diversa da quella del 1982. È un Paese che vince il Mondiale nel mezzo dello scandalo di Calciopoli, dimostrando una capacità tutta italiana di compattarsi nelle grandi emergenze, ma lasciando intravedere le prime crepe istituzionali e sociali. In ambito politico ed economico, l’Italia comincia a perdere pezzi della propria sovranità e competitività internazionale. Il trionfo di Berlino appare oggi come l’ultimo grande colpo di coda di una scuola calcistica e culturale straordinaria, prima dell’inizio di una lunga fase di declino.
Fino ai giorno odierni, dove Franco Baresi ha ricoperto il ruolo di Vicepresidente Onorario e storico Brand Ambassador del Milan, figura rispettata worldwide per stile e rigore
La Nazionale italiana, invece, vive il periodo più buio della sua storia moderna. La clamorosa e ripetuta mancata qualificazione ai Mondiali di calcio ha segnato una ferita profonda per milioni di tifosi.
Questo fallimento sportivo è l’esatto riflesso della crisi strutturale del Paese. L’Italia odierna appare schiacciata da fragilità politiche, instabilità culturale, calo demografico e smarrimento identitario.
Laddove un tempo si programmava e si coltivavano i talenti nostrani, oggi dominano l’improvvisazione e la frammentazione.
La mancanza della maglia azzurra ai Mondiali non è solo una sconfitta calcistica, ma il sintomo di una nazione che ha perso la capacità di proiettarsi ai vertici mondiali con autorevolezza
Rileggere la storia sportiva di Franco Baresi significa ricordarsi di cosa sia fatta la vera eccellenza italiana, espressione del lavoro silenzioso, della ferrea disciplina, della visione e fantasia tattica e dell’attaccamento alle proprie radici. Dalla Spagna ’82 all’Italia di oggi, la lezione di Baresi resta intatta. Per tornare grandi, nello sport come nella società, non servono scorciatoie o proclami, ma la ricostruzione di un’identità forte, fondata sul merito, sulla creatività, sulle capacità di fare squadra e sul sacrificio.
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