Quasi Picturae, l’alfabeto sospeso di Lorenzo D’Anteo al CAMeC
Nella Project Room del museo spezzino, fino al 30 agosto, un percorso che intreccia pittura, scultura e disegno in un territorio deliberatamente ibrido
C’è un momento, entrando nella Project Room del CAMeC, in cui la classificazione delle opere smette di funzionare: non si sa più se ci si trovi davanti a un dipinto, a un oggetto, a una lettera dell’alfabeto o alla sua ombra. È esattamente in questa zona grigia che Lorenzo D’Anteo costruisce il senso del proprio lavoro.
Uno spazio pensato per la ricerca
Quasi Picturae occupa la Project Room, l’ambiente che il museo della Spezia dedica agli approfondimenti monografici sugli artisti contemporanei. Non è un dettaglio secondario: si tratta del primo spazio che il visitatore incontra entrando al piano terra del CAMeC, pensato come luogo di accoglienza, sperimentazione e ricerca, distinto dal percorso delle mostre temporanee vere e proprie. Collocare qui il lavoro di D’Anteo significa dichiarare fin dalla soglia che ci troviamo davanti a un cantiere aperto, non a una retrospettiva consolidata.
La mostra, inaugurata il 10 luglio con un deejay set, resta visitabile fino al 30 agosto 2026.
L’alfabeto come rifugio e come indagine
Il nucleo pulsante del progetto è la serie Alfabeto ad Olio: piccole tele nate durante la clausura pandemica, quando l’isolamento forzato ha spinto l’artista a interrogare uno dei sistemi di segni più elementari e insieme più fondativi della cultura umana. Ogni lettera diventa pretesto per una libera trascrizione pittorica, costruita attraverso oggetti domestici, frammenti di figure e suggestioni tratte da un immaginario personale, a tratti grottesco ed inquietante.
È un gesto che si iscrive in una tradizione ben riconoscibile della modernità: quella dell’artista che, privato del mondo esterno, si volge verso ciò che ha più a portata di mano, la propria stanza, i propri oggetti, il proprio linguaggio, trasformando la costrizione in metodo.

Ma D’Anteo non cede alla nostalgia del diario visivo: l’alfabeto, nella sua serie, non racconta il tempo della reclusione, lo usa come struttura, come griglia attraverso cui filtrare un immaginario più ampio, fatto di storia dell’arte, ironia e memoria domestica.
Un linguaggio che rifiuta la disciplina unica
Ciò che colpisce, scorrendo le opere esposte, è la coerenza con cui D’Anteo rifiuta la specializzazione. Diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara, l’artista spezzino (classe 1973) si dedica alla pittura, scultura e disegno senza mai lasciare che una disciplina prevalga sulle altre in modo definitivo. Si tratta di un artista che lavora sulla soglia tra media differenti, senza risolverne le contraddizioni, e questa è forse la chiave critica più utile per accostarsi al suo lavoro: la contraddizione non è un problema da superare, ma il motore stesso della ricerca.
Quasi Picturae raccoglie immagini che sono pitture e insieme si comportano quasi come oggetti; lettere che si comportano quasi come figure; frammenti di un sistema linguistico che si comportano quasi come presenze narrative autonome. Questa instabilità categoriale — che potrebbe sembrare debolezza concettuale in mani meno controllate — diventa qui il vero soggetto dell’esposizione: un’indagine sulla soglia stessa tra le arti, più che sull’uno o sull’altro linguaggio.
Le radici in una scena indipendente
Per comprendere la portata culturale di questo lavoro è utile guardare al percorso di D’Anteo prima del CAMeC. È stato tra i fondatori, nel 2011, del Btomic, spazio alternativo spezzino attivo fino al 2016, che ha ospitato concerti, mostre, performance e produzioni teatrali, diventando un piccolo laboratorio di cultura indipendente nella città. Da quell’esperienza — condivisa, tra gli altri, con il fotografo Jacopo Benassi — porta con sé un’attitudine ibrida e insofferente alle gerarchie tra “arte alta” e cultura underground, che si riflette ancora oggi nella libertà con cui accosta materiali e registri diversi.

Non è un caso che D’Anteo sia anche uno degli artisti spezzini coinvolti in progetti collettivi recenti del museo, segno di un rapporto di lunga data tra l’artista e le istituzioni culturali del territorio — un rapporto che con Quasi Picturae si fa più intimo e monografico, uscendo dalla dimensione corale della mostra collettiva per concentrarsi su un unico percorso di ricerca.
Un dialogo (involontario) con il resto del museo
Non va dimenticato che la Project Room dialoga fisicamente, nello stesso periodo, con le altre sale del CAMeC che ospitano Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea, mostra che invita a rileggere la sensibilità romantica attraverso lo sguardo di artisti di oggi. L’accostamento, per quanto non programmato come confronto diretto, produce comunque una risonanza interessante: se il Romanticismo cercava nell’io interiore e nel frammento la via d’accesso a un assoluto, l’Alfabeto ad Olio di D’Anteo compie un percorso per certi versi analogo su scala domestica — dalla clausura pandemica a un sistema di segni universali, dalla stanza privata alla grammatica condivisa della comunicazione.
Nella sala: appunti dal vivo
Viste da vicino, nell’allestimento della Project Room, le tele di Alfabeto ad Olio confermano quanto il formato ridotto sia parte integrante della strategia dell’opera, non un limite tecnico imposto dalla clausura in cui sono nate. Appese in sequenza sulla parete bianca, le piccole tele funzionano quasi come una fila di caratteri tipografici scomposti: l’occhio è costretto a un movimento ravvicinato, quasi di lettura, che ricalca fisicamente il gesto dello sfogliare o del compitare — un’esperienza percettiva coerente con il soggetto stesso della serie, l’alfabeto come sistema di segni da decifrare uno a uno.
Accanto ai dipinti, alcuni elementi più oggettuali e scultorei rompono la continuità della fila pittorica, introducendo una terza dimensione che spinge lo sguardo a uscire dal piano della tela per confrontarsi con lo spazio reale della sala. È qui che si vede meglio, dal vivo, quella “soglia tra media differenti”: pittura e scultura non si limitano a essere accostate nello stesso ambiente, ma sembrano contaminarsi anche nel linguaggio formale, come se lo stesso vocabolario di segni — geometrie elementari, tracce di oggetti riconoscibili, superfici volutamente grezze — passasse da un medium all’altro senza soluzione di continuità.
Il bianco neutro delle pareti della Project Room, spazio pensato apposta per accogliere ricerche in corso più che opere già canonizzate, lascia alle opere tutto lo spazio percettivo necessario: non c’è arredo scenografico a distrarre, e questo mette in evidenza quanto il lavoro di D’Anteo giochi sulla piccola scala e sul dettaglio ravvicinato, in netto contrasto con la retorica del grande formato spesso associata alla pittura contemporanea “da museo”.
Un progetto che non chiude, ma apre
Quasi Picturae non si offre come bilancio di una carriera, ma come istantanea di un processo ancora in corso. È coerente con la vocazione della Project Room, pensata proprio per accogliere percorsi espositivi autonomi e sperimentali piuttosto che retrospettive consolidate. Il visitatore che esce dalla sala porta con sé non tanto delle risposte, quanto un metodo di visione: imparare a guardare ogni segno — una lettera, un oggetto, un gesto pittorico — come qualcosa che è sempre “quasi” qualcos’altro, mai del tutto fissato in una sola identità.
In un momento in cui il sistema dell’arte tende spesso a premiare la leggibilità immediata e la coerenza di marchio, la scommessa di D’Anteo — restare nella zona ambigua tra i linguaggi, rifiutare la sintesi facile — è una scelta che ha il coraggio della lentezza.
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