LA TOSCANA IN PREDA ALLA FEBBRE IDEOLOGICA OLTRE ALLE QUOTE ROSA, ORA ANCHE QUOTE “GENDER”: MA IL MERITO CHE FINE HA FATTO?
Per anni ci è stato detto che le quote rosa erano una misura eccezionale per correggere uno squilibrio storico. Si poteva essere d’accordo o meno, ma almeno il principio dichiarato era quello di favorire pari opportunità.
Oggi, però, il confine si è spostato ancora.
Si chiama “C’è stoffa per tutti”, ed è un corso di formazione per tecnico delle attività di progettazione del tessuto e industrializzazione del prodotto, finanziato dalla Regione Toscana con 128mila euro di fondi pubblici, promosso dall’Agenzia Formativa Ambiente Impresa insieme al Centro Don Giulio Facibeni, Proforma e Alessandro Bini Srl
Un progetto nato per valorizzare una filiera storica dell’economia toscana. Ma nelle modalità di selezione, qualora le domande superino i posti disponibili, è prevista una riserva del 50% per donne, persone non binarie e transgender, con tanto di “supporto personalizzato, qualora lo necessitino”. Una scelta che ha suscitato le critiche di Fratelli d’Italia, e non senza motivo.
La domanda è semplice: perché un giovane uomo che possiede gli stessi requisiti dovrebbe avere meno possibilità di accedere a un percorso finanziato con le tasse di tutti semplicemente perché appartiene alla categoria “sbagliata”?
Il principio costituzionale dovrebbe essere quello dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Se esiste uno svantaggio oggettivo nell’accesso a un determinato settore, è legittimo discutere strumenti per ridurlo. Ma la soluzione non può diventare una moltiplicazione infinita di categorie privilegiate. E qui il bando toscano si tradisce da solo: la categoria “non binario” non ha alcun riconoscimento giuridico nel nostro ordinamento.
È una definizione puramente autoassegnataIl che significa, banalmente, che chiunque può dichiararsi tale al momento della domanda, senza che nessuno possa o debba verificarlo. Il risultato pratico è che la riserva pensata per “donne, persone non binarie e transgender” rischia di essere accessibile a tutti tranne che proprio alle donne.
L’unica categoria delle tre che si fonda su un dato oggettivo e non su un’autodichiarazione
Non a caso, anche dentro Fratelli d’Italia c’è chi distingue i due piani. La senatrice toscana Susanna Donatella Campione lo dice senza giri di parole: se un intervento pubblico nasce per favorire l’occupazione femminile, le destinatarie dovrebbero essere solo le donne, senza accorpare categorie diverse, perché inclusione e tutela delle specificità femminili sono due cose distinte, e sovrapporle nelle politiche pubbliche non aiuta nessuno.
I consiglieri Alessandro Draghi e Jacopo Cellai vanno dritti al punto politico: la misura rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato, ampliando discriminazione ed emarginazione invece di combatterle
Il rischio è quello di sostituire il merito con l’appartenenza identitaria
Non conta più cosa sai fare, ma chi sei, come ti definisci o a quale gruppo appartieni.
È una logica che divide invece di unire e che alimenta inevitabilmente un senso di ingiustizia
Colpisce inoltre che tutto questo avvenga utilizzando fondi pubblici, non una somma simbolica, ma 128mila euro di risorse regionali.
Risorse che dovrebbero servire a offrire opportunità a tutti i cittadini, non a introdurre criteri selettivi basati sull’identità di genere, criteri che per giunta si rivelano tecnicamente inapplicabili nel momento stesso in cui si scrivono.
La polemica sollevata da Fratelli d’Italia pone quindi una questione di principio, prima ancora che politica: lo Stato deve garantire pari opportunità oppure distribuire opportunità diverse a seconda dell’identità, auto-dichiarata e non verificabile, delle persone?
L’inclusione è un obiettivo condivisibile quando elimina gli ostacoli. Diventa invece discutibile quando crea nuove disparità, e francamente assurda quando il criterio scelto per applicarla è strutturalmente privo di qualsiasi base verificabile.
Perché se per aiutare qualcuno si finisce per discriminare qualcun altro e per renderlo persino aggirabile da chiunque il rischio è di tradire proprio quel principio di uguaglianza che si dichiara di voler difendere
In una democrazia liberale il criterio guida dovrebbe rimanere uno solo: le opportunità si conquistano in base alle capacità e ai requisiti, non all’identità tanto meno a un’identità che, per definizione, non è dato a nessuno controllare.
Quando questo principio viene meno, il confine tra inclusione e discriminazione inversa diventa sempre più sottile.
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