Due talenti straordinari per due sontuosi capolavori. Un appuntamento da tutto esaurito quello di domenica 3 maggio al teatro del Maggio Musicale Fiorentino (sala Mehta) ed infatti così è stato.
E non poteva essere diversamente: sono stati il direttore d’orchestra Michele Mariotti e il pianista Andrea Lucchesini a cimentarsi nel Concerto n. 1 in si bemolle minore op. 23 per pianoforte e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal nuovo mondo” di Antonín Dvořák: due capolavori molto noti e molto amati dal pubblico.
In questi casi, il rischio di esecuzioni più o meno “di routine” o mirate all’effetto più scontato è spesso dietro l’angolo. Non al Maggio, però, e non con interpreti di questa levatura.
Il concerto di Čajkovskij composto tra il 1874 e il 1875, fu giudicato ineseguibile e pesantemente stroncato dal celebre pianista Nikolaj Rubinštejn, direttore del conservatorio di Mosca con cui il compositore aveva a lungo collaborato. Čajkovskij rifiutò recisamente di modificare il suo lavoro: “ Non ne rivedrò neppure una nota, — gli ho risposto — e lo pubblicherò così com’è! E così ho fatto”, scrisse orgogliosamente in una lettera del 21 gennaio 1878 . Alla fine il concerto trovò un interprete entusiasta in Hans von Bulow, che lo eseguì per la prima volta a Boston il 25 ottobre 1875 con grande successo.
Ottima l’intesa, nello spettacolo di domenica scorsa, tra solista e direttore: elegante ed equilibrato Lucchesini, senza rinunciare ai momenti appassionati e a rendere in modo magistrale i vuoti, le impennate che caratterizzano soprattutto – ma non solo – il primo movimento, in un dialogo perfettamente calibrato con l’orchestra ora protagonista, ora invece comprimaria. Gli arpeggi del solista i momenti più lirici e sognanti come l’Andantino semplice del secondo movimento, i rimandi al folclore russo e ucraino emergono in tutto il loro fascino e bellezza.
La Sinfonia del Nuovo Mondo ebbe la sua prima esecuzione alla Carnegie Hall di New York il 16 dicembre 1893 e rappresentò il culmine dei tre anni trascorsi dal compositore negli Stati Uniti: era stato invitato ne giugno del 1891 a recarsi a New York per assumervi la direzione del locale conservatorio. Il successo della sinfonia fu trionfale; durante la composizione, Dvorak aveva parlato nelle sue lettere del suo interesse per le tradizioni musicali locali, come gli spirituals e alcune melodie indiane ed ebbe a dichiarare che l’influenza dell’America può essere avvertita da chiunque abbia “fiuto”. Se comunque la presenza di influenze “locali” è innegabile, vi sono anche chiari rimandi al folclore boemo e la logica della costruzione della sinfonia resta quella del sinfonismo europeo. Ed è proprio in questa direzione che sembra andare la lettura di Mariotti; solenne ed entusiasmante, con grande attenzione ai colori, al suono specifico di ogni famiglia strumentale, assecondato da una orchestra del Maggio come sempre in grande forma. Grandissimo e successo e entusiasmo dal pubblico.
