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Home Economia

L’anatomia del declino italiano tra dirigismo e miopia politica

di Silvia Castellani
28 Aprile 2026
In Economia
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L’anatomia del declino italiano tra dirigismo e miopia politica

L’Italia non è un Paese povero, ma è un Paese che ha smesso di arricchirsi

Se oggi guardiamo con preoccupazione allo “zero virgola” del PIL e ai ritardi del PNRR, non possiamo ignorare che questa paralisi è il risultato di trent’anni di scelte politiche che hanno sistematicamente privilegiato la spesa pubblica improduttiva rispetto agli investimenti, la tassazione rispetto al profitto e la burocrazia rispetto all’impresa.

​Mentre il resto d’Europa, pur tra mille difficoltà, ha saputo adattarsi alla globalizzazione e alla rivoluzione digitale, l’Italia è rimasta prigioniera di un modello novecentesco, zavorrata da una politica che ha usato il bilancio dello Stato come un ammortizzatore sociale infinito anziché come un volano per la crescita

​La rottura inizia degli anni ’90, l’epoca della “decrescita infelice”. Il vero spartiacque del declino italiano non è la pandemia, né la crisi del 2008, ma la metà degli anni Novanta. Fino al 1980, il reddito pro capite italiano era quasi al 100% della media europea; oggi è scivolato sotto il 97%. Cosa è successo?

​Con l’ingresso nell’era dell’Euro e i vincoli di Maastricht, l’Italia ha perso lo strumento della svalutazione competitiva della Lira, che per decenni aveva mascherato le inefficienze del sistema produttivo

Senza la “droga” della moneta debole, il Paese avrebbe dovuto puntare tutto sulle riforme strutturali, come giustizia, liberalizzazioni, riduzione del cuneo fiscale. Invece, la classe politica ha scelto la via del rigore fiscale cieco senza mai tagliare la spesa pubblica corrente.

​Lo Stato gestisce o redistribuisce oltre il 50% del PIL

In un’economia sana, lo Stato dovrebbe essere l’arbitro e il fornitore di infrastrutture; in Italia è diventato il giocatore principale, spesso ingombrante e inefficiente.

​Nel periodo pandemico l’Italia è caduta nella trappola dei Bonus

La politica economica si è ridotta a una sequela di sussidi, dal Bonus facciate al Reddito di Cittadinanza, che hanno drogato la domanda interna senza creare un solo posto di lavoro strutturale o aumentare la produttività.

​Ogni tentativo di fare impresa si scontra con una pubblica amministrazione che, nonostante i miliardi spesi in “digitalizzazione”, resta lenta e ostile. La giustizia civile, con quasi 3 milioni di procedimenti aperti nel 2025, è il principale deterrente per gli investitori esteri.

Il PNRR da 194 miliardi, ereditato dai governi a trazione “giallorossa” è l’emblema di questa impostazione. Si è pensato che bastasse “spendere tanto” per tornare a crescere

Ma i risultati, almeno ad oggi, sono impalpabili. Come non produttivo è stato Il programma GOL (Garanzia occupabilita’ lavoratori). Si spendono miliardi ma non si riesce a certificare le competenze di metà dei disoccupati coinvolti.
​Inutili poisono risultate le clausole per giovani e donne che vengono regolarmente derogate nel 64% dei casi, dimostrando che il mercato non si cambia con i decreti ma con gli incentivi fiscali.

​Ultimo ma non meno importante la tecnologia

Mentre il mondo corre verso l’intelligenza artificiale e l’energia pulita pragmatica, noi togliamo fondi alle rinnovabili per le imprese (1,4 miliardi tagliati) per inseguire progetti fumosi.

​Il confronto verso gli altri Paesi europei fa male. Spagna e Germania ci sorpassano. Mentre l’Italia celebra lo 0,2% di crescita annua dal 2005, la Spagna, che partiva da condizioni molto più difficili, è cresciuta del 132% dal 1985 al 2022. .

La differenza?

Una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e una capacità di attrarre capitali che l’Italia ha smarrito.
Il centrodestra oggi si trova a gestire una situazione di “emergenza nazionale ignorata” fatta soprattutto di una pressione fiscale che resta al 47,7% del PIL, la più alta tra i grandi Paesi UE insieme alla Germania, ma senza i servizi tedeschi. È la tempesta perfetta, tasse da Scandinavia e servizi da Paesi arretrati.

​Perché dunque serve una svolta liberale?

Il declino non è un destino cinico e baro, ma la conseguenza di trent’anni di egemonia culturale dello statalismo. Per invertire la rotta non servono bonus, serve ridurre l’aliquota fiscale per chi assume e investe.

L’Italia ha una vitalità imprenditoriale che resiste nonostante lo Stato, non grazie ad esso

Il PNRR sta fallendo perché è l’ennesima trasfusione di denaro in un corpo che ha le arterie ostruite dalla burocrazia. Se la politica non avrà il coraggio di tagliare la spesa pubblica e restituire i soldi ai cittadini e alle imprese, l’anomalia italiana diventerà un declino irreversibile.

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Tags: Classe dirigenteCRISIDECLINOIN EVIDENZAITALIA
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