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Essere donna nell’Iran di oggi: le parole di Leila Farahbakhshp

di Silvia Castellani
14 Aprile 2026
In Attualità
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Essere donna nell’Iran di oggi: le parole di Leila Farahbakhshp
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Essere donna nell’Iran di oggi: le parole di Leila Farahbakhsh

Abbiamo incontrato e intervistato Leila Farahbakhsh, attivista iraniana. Nessun commento, pubblichiamo solo le sue parole, senza alcun filtro, e lasciamo al lettore ogni commento.

“Leila, il tuo incontro a Barberino di Mugello era stato inizialmente sospeso dopo le tue proteste al corteo pacifista di Firenze. Molti hanno interpretato quel gesto come una ‘provocazione’. Cosa rispondi a chi pensa che la tua posizione sia troppo radicale e perché ritieni che il pacifismo occidentale, a volte, non capisca la reale situazione del popolo iraniano?”

Innanzitutto, non definirei quel corteo “pacifista”. Il 28 febbraio, la mattina successiva alla morte di Khamenei a seguito di bombardamenti mirati, mentre il popolo iraniano all’interno del Paese, rischiando la vita, celebrava la sua morte ed era felice di aver finalmente ricevuto l’aiuto militare che da anni chiedeva alle istituzioni internazionali, ho ricevuto una chiamata da ARCI che mi informava dell’organizzazione di un corteo per condannare quei bombardamenti contro il regime.
Mi sono opposta, spiegando la realtà di ciò che sta accadendo in Iran, come facciamo da anni, ovunque possibile. La risposta dell’ARCI è stata quella di ignorare la nostra voce, dicendo che a loro queste informazioni non risultavano. Ho provato a inviare video dei festeggiamenti in Iran, ma senza successo: volevano portare avanti la loro posizione ideologica e il loro atteggiamento ostile verso gli Stati Uniti, nonostante la storia dimostri come anche l’Italia abbia ottenuto la libertà grazie all’aiuto degli americani, che hanno sostenuto i partigiani nella lotta.
Non hanno voluto ascoltare la voce del mio popolo, che oggi si trova sotto il massacro di un regime dittatoriale e sanguinario. Per questo motivo, ritengo che la vera provocazione sia partita da loro. Nei giorni successivi, inoltre, sono state organizzate altre manifestazioni in diverse città, anche da Landini, con la presenza dell’imam di Torino, Baya, e con bandiere legate al regime degli ayatollah, in cui si condannava la morte di Khamenei.
Noi non permettiamo a nessuno, soprattutto agli islamisti, di parlare a nome del nostro popolo. Abbiamo già pagato, e continuiamo a pagare, le conseguenze della presenza dell’islam politico nel nostro Paese. CGIL e ARCI possono decidere per l’Italia e anche scegliere di accogliere certe figure, ma noi iraniani non permettiamo a nessuno di rappresentarci.
Se per anni, in tutta Italia, abbiamo dedicato tempo ed energie per informare gli italiani sulla realtà della sofferenza del popolo iraniano e sulla natura del regime islamico, e continuiamo a vedere questi atteggiamenti, allora significa che dobbiamo lottare non solo contro il regime, ma anche contro chi nega la nostra verità.

“Il titolo del tuo incontro organizzato dall’Università dell’Età libera del Mugello e patrocinato anche dal Comune Barberino a Palazzo Pretorio era proprio ‘Essere donna nell’Iran di oggi’. Per chi non ha potuto partecipare, quali sono i pilastri della resistenza femminile che hai voluto trasmettere? C’è un aspetto della condizione delle donne iraniane che ritieni venga sistematicamente ignorato dai media italiani?”

Nel febbraio 1979, quando Khomeini, dopo essere stato custodito a lungo dai francesi e con l’appoggio degli inglesi e di Carter, Presidente degli Stati Uniti in quel periodo, arrivò in Iran con la rivoluzione islamica per governare il Paese, la prima cosa che fece fu dare ordine di introdurre la legge obbligatoria dell’hijab per le donne in Iran, il 7 marzo.
A quel punto, la lotta delle donne iraniane iniziò subito: già il giorno dopo, in occasione dell’8 marzo, le donne iraniane, sia quelle che portavano l’hijab sia quelle che non lo portavano, scesero in piazza per condannare ed opporsi a questa decisione. Subito dopo la fatwa di Khomeini, i fanatici islamisti andavano in giro con cutter e ferivano il volto delle donne senza hijab.
Successivamente, tutta la costituzione e le regole del Paese sono state basate sulla legge islamica, dove l’Islam stabilisce che la donna vale metà di un uomo: la testimonianza di due donne equivale a quella di un uomo, e la donna riceve nell’eredità metà rispetto ai suoi fratelli. La donna ha perso il diritto di chiedere il divorzio e l’affidamento dei figli e, senza il permesso degli uomini di casa — che possono essere il padre o il marito — non può viaggiare. Tantissime nostre atlete hanno perso opportunità di partecipare a gare internazionali per non aver ricevuto il permesso di mariti problematici, influenzati dall’educazione religiosa islamica. Se succede un incidente a una donna, l’assicurazione paga la metà rispetto a un uomo. Sono avvenuti tantissimi omicidi di donne da parte di uomini della famiglia senza alcuna condanna, quindi dipende dalla famiglia in cui si nasce. Nelle università era vietato per le donne studiare certe materie, perché secondo questo pensiero non sarebbero capaci di comprenderle, e per esempio non possono essere giudici.
Con il passare del tempo le donne sono state sempre più oppresse e, di conseguenza, la lotta femminile è aumentata: molte hanno iniziato a non indossare l’hijab, rischiando arresti, violenze e torture. Gli ayatollah hanno emesso un’altra fatwa e i fanatici Basiji hanno sfregiato il volto delle donne con l’acido.
Fino a quando, educando in parte la nuova generazione di uomini, abbiamo visto una sorta di rivoluzione culturale: oggi molti uomini accompagnano le donne che manifestano in prima linea contro la repressione di genere e non solo, soprattutto dal 2022 con il movimento “Donna, Vita, Libertà” e l’uccisione di Mahsa Amini, giovane ragazza curda arrestata dalla polizia morale con l’accusa di essere malvelata e uccisa a Teheran. Le giornaliste come Elahe Mohammadi e Nilufar Hamedi, che hanno diffuso la notizia, sono state arrestate per anni. Più il regime è diventato aggressivo, più le lotte sono diventate forti e unite tra i generi, contro l’apartheid di genere.
Atlete come Elnaz Rekabi, arrampicatrice, hanno partecipato senza hijab a gare internazionali e, al ritorno, hanno trovato la casa della famiglia distrutta dal regime e sono state minacciate. Nasim Eshghi, arrampicatrice outdoor, è stata costretta a rifugiarsi in Italia. Le nostre calciatrici della nazionale, rifiutando di cantare l’inno del regime prima di una partita in Australia, sono state minacciate; chi ha chiesto esilio per salvarsi la vita è stata minacciata attraverso le proprie famiglie prese in ostaggio in Iran. Sono tornate tutte tranne due, ma hanno confiscato le proprietà del capitano della nazionale di calcio, Zahra Qanbari.
Durante le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio 2026, tra migliaia di persone massacrate, ci sono stati tantissimi atleti, donne e uomini, arrestati insieme ad altri. I medici che hanno curato i feriti sono stati arrestati; le infermiere sono state rapite con violenze, stupri di gruppo e con oggetti, e sono stati rimossi loro utero e intestino.
Per fortuna in Italia molte donne, dopo aver conquistato i propri diritti, non ignorano le donne iraniane, tranne un caso assurdo di quest’anno: l’8 marzo a Roma, le donne di “Non Una Di Meno” hanno cacciato via le donne iraniane dal corteo. Ho mandato documenti e video per chiedere spiegazioni anche a “Non Una Di Meno” di Firenze, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Forse, oltre ad aver fallito umanamente rifiutando il popolo iraniano che ha chiesto aiuto militare dall’esterno, stiamo fallendo anche nel femminismo.

“Vivi a Firenze da 15 anni e da tempo non puoi rientrare nel tuo Paese. Come si concilia il dolore dell’esilio con il dovere di essere una ‘voce’ per chi è rimasto lì? Senti addosso la responsabilità di rappresentare un intero movimento o parli principalmente a titolo personale?”

Sì, io nei confronti del regime islamico sono sempre stata rivoluzionaria e non riformista. Sono attiva come attivista dal 2022 con il movimento globale “Donna, Vita, Libertà”, mentre anche alcuni riformisti a Firenze hanno poi deciso di assumere una posizione rivoluzionaria.

Il dolore è un dolore condiviso da tutti noi iraniani fuori dall’Iran, in tutto il mondo. Siamo una grande nazione e ogni cittadino non smette mai di parlare del nostro popolo, indipendentemente dalle diverse posizioni politiche, perché il nostro nemico comune è il regime islamo-fascista che ha occupato la nostra patria.
Io mi sento la voce di una grande parte della popolazione, soprattutto dei giovani, e ogni giorno ricevo messaggi di ringraziamento anche da persone che non conosco direttamente, per il fatto di non fermarmi, di non avere paura dei pregiudizi e di avere il coraggio di dire la verità senza filtri. Ognuno di noi all’estero si sente in colpa per non essere accanto a chi, in Iran, ha perso la vita, sacrificandosi anche per dare libertà a tutti. Non vogliamo che la loro voce e la loro luce, che ci hanno dato coraggio, si spengano.

“L’accoglienza a Barberino di Mugello, dopo le polemiche iniziali, è stata un segnale importante. Qual è stata la reazione del pubblico del Mugello alle tue parole? Credi che i piccoli centri italiani possano essere un terreno fertile per una consapevolezza politica più profonda rispetto alle grandi piazze?”

Anche a Barberino ci sono state persone che non hanno avuto paura dei pregiudizi degli altri nei confronti della mia presenza, dopo che il video del mio intervento del primo marzo era diventato virale. Nel pubblico, la maggioranza — anche molte donne — è rimasta ad ascoltare, ma ci sono state anche poche persone che se ne sono andate: è normale.

Alla fine dell’evento, però, alcuni hanno cercato di definirmi “radicale” e ho letto comunicati in cui venivo accusata di essere filo-USA o filo-americana, e altri mi hanno addirittura definita “fascista”, come è già successo anche a Firenze, nonostante la mia attività sociale e la mia posizione politica in Toscana fossero abbastanza conosciute. Ma poiché la verità è amara, oggi cercano di etichettarmi in questo modo. Questo però non mi ferma assolutamente nel continuare a essere la voce di chi è dentro e non ha voce, perché sappiamo benissimo che da 45 giorni in Iran c’è un totale silenzio e assenza di internet, ma noi riceviamo telefonate dall’interno e siamo costantemente informati sulla realtà e sulle richieste del nostro popolo.

Penso che ormai non ci sia più differenza tra le piazze e le sale: dopo anni ho capito che chi vuole davvero ricevere il messaggio lo ascolta e usa il proprio giudizio, mentre chi resta legato a un’ideologia non può essere cambiato in alcun modo. La consapevolezza politica nasce dalla volontà: non importa dove venga dato il messaggio, ma se il pubblico davanti a te è aperto e disposto ad ascoltare la verità.

“Durante le tue proteste hai spesso citato cifre drammatiche sulla repressione del regime. Oltre alla testimonianza e alla denuncia, cosa chiedi concretamente alle istituzioni italiane ed europee per supportare il movimento ‘Donna, Vita, Libertà’?”

Noi abbiamo cercato, attraverso diverse testimonianze, documentazioni e numerose conferme che avete ricevuto anche voi, di mostrare gli atti aggressivi del regime, come la detenzione illegale di cittadini stranieri o con doppia cittadinanza in Iran e il loro utilizzo come leva nelle relazioni diplomatiche con l’Europa, per far capire che questo regime non è solo una minaccia per il popolo iraniano, ma anche un pericolo per il resto del mondo, attraverso atti terroristici e il finanziamento del terrorismo in tutto il Medio Oriente.

La nostra principale richiesta è un aiuto concreto, anche in termini di supporto militare, da parte degli Stati Uniti, per rimuovere questa minaccia il prima possibile, insieme all’espulsione degli ambasciatori del regime, dimostrando che questo regime non ha più legittimità né verso il proprio popolo né verso la comunità internazionale, e che i diritti umani hanno più importanza del petrolio. Noi in questo momento storico abbiamo bisogno di tutti. Tuttavia, abbiamo visto che l’Europa ha detto a Trump che “questa guerra non è la nostra”.

Non si può negoziare sul sangue dei nostri giovani, mentre il regime guadagna tempo per produrre più missili, minacciare il mondo, impiccare i giovani e arrestarli.
Il regime iraniano ha portato miliziani iracheni e afghani per reprimere ulteriormente il popolo e ha il supporto della Cina e della Russia nella guerra, mentre gli europei invece ci hanno lasciati soli. Abbiamo bisogno di maggiore comprensione, empatia e atti concreti da parte delle istituzioni europee.

Un tuo commento libero su un tuo argomento che ti sta a cuore.

Mettetevi un attimo al nostro posto, al posto dei genitori con l’ansia che i figli escano di casa e non facciano più ritorno, senza nemmeno riavere indietro le salme una volta uccisi, e se vengono restituite vi viene chiesto anche il costo delle munizioni di guerra con cui hanno ucciso i vostri cari.

Mettetevi al posto di una madre che ha dovuto seppellire sua figlia nel giardino di casa per paura di non poter nemmeno riavere il suo corpo, o di chi ha dovuto tenere i propri cari feriti fino alla morte in casa, perché gli agenti del Pasdaran e del regime attaccavano anche gli ospedali e sparavano il colpo finale sui feriti.

Mettetevi al posto di quel padre che, dopo aver aperto e chiuso duecento bare per riconoscere il corpo di suo figlio, ha trovato un ragazzo ferito e vivo che cercava da tre giorni di non tremare e di respirare perché sentiva che sparavano ai feriti, e quel padre ha pagato il costo delle munizioni per salvare chi era ancora vivo, fingendo di aver trovato suo figlio.

Mettetevi al posto delle ragazze vergini che sono state violentate prima di essere impiccate, perché secondo la legge della sharia non potevano morire vergini.
Immaginate le nostre famiglie che vi chiamano dall’altra parte del mondo per dirvi: pregate per noi, perché se i bombardamenti finiscono senza la caduta del regime, noi rimarremo soli con questi fanatici e con questa violenza.

Amico mio, non capirai mai cosa è stato di noi quando quelle bombe israeliane e americane sono cadute sulla nostra terra, l’Iran. Con ogni missile, un altro capello diventava bianco. Con ogni esplosione sopra Teheran, i nostri corpi si riducevano in cenere. Non capirai mai il terrore di vedere le bombe cadere sulla tua stessa casa e di pregare che ne arrivino ancora di più…

Amico mio, non capirai mai il tormento che abbiamo sopportato per restare saldi e resistere in questa guerra. E ora vieni davanti a noi a parlare di patriottismo?

Abbiamo sacrificato le nostre vite e la nostra giovinezza per questa terra, e tu osi farci la morale sull’amore per la patria?
Amico mio, abbiamo dato tutto ciò che avevamo a questo Paese. Non sai quale tortura sia vedere le ferite impresse nel cielo dell’Iran. Eppure, nonostante tutto, siamo solo noi, così follemente innamorati di questa terra, pronti a sopportare questa sofferenza nella sola speranza di rivederla diventare la patria che era un tempo.

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Tags: AyatollahDonna vita e libertàIN EVIDENZAIRANMEDIO ORIENTE
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