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Home Cultura

Tra nevrosi e solitudine: Bartok e Poulenc trionfano al Maggio

Il Castello di Babablù e la Voix Humaine riscuotono un buon successo di pubblico e di critica

di Domenico Del Nero
22 Marzo 2026
In Cultura
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Tra nevrosi e solitudine: Bartok e Poulenc trionfano al Maggio

foto di Michele Monasta (fonte: ufficio stampa MMF)

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Un altro dittico di grande fascino ed efficacia, sia sul piano registico che strettamente musicale. Anche se il collegamento tra il Castello di Barbablù di Bela Bartok e la Voix humaine di Francis Poulenc appare alquanto arbitrario, non si può negare comunque che il regista Claus Guth abbia costruito uno spettacolo forte e di grande impatto: “ Ho quindi cercato di sviluppare una nuova storia, unendo queste due opere, dove troveremo una vendetta nei confronti di questa spaventosa figura che è Barbablù che alla fine verrà uccisa dalla donna protagonista de La voix humaine: questa trovata mi ha dato modo di unire le due storie come se fossimo all’interno di una vera e propria ‘storia criminale’ ma, allo stesso tempo, di sviluppare l’evoluzione psicologica della vicenda”, aveva dichiarato il regista.[1]

Nel concreto, l’incipit dell’opera di Bartok vede Barbablù e Judith felici e contenti davanti al sipario, freschi di nozze. La donna appare molto felice, ma dall’altro lato del proscenio una figura femminile con impermeabile e valigia la osserva angosciata: è il personaggio che sarà la protagonista della Voix Humaine. È lei il trait d’union tra le due opere: è infatti la quinta moglie di Barbablù, che alla fine della seconda opera lo uccide. Nella Voix humaine infatti c’è solo una donna in scena, che parla al telefono con un personaggio che si comprende essere stato il suo compagno che l’ha abbandonata; alla fine si suicida per la disperazione. Per rafforzare il collegamento, all’inizio della Voix Humaine viene eseguito come preludio l’elegia del concerto per orchestra di Bartok: accompagna la misteriosa figura con impermeabile e valigia che si reca in un albergo e prende una stanza, dalla quale telefona all’amante.

Nell’opera di Bartok, il castello si svela progressivamente; il buio da cui è avvolto si dissipa via via che Judith lo attraversa e chiede a Barbablù l’apertura di una porta; ma l’interno che si rivela appare sempre di uno squallore agghiacciante: un interno/ inferno borghese che rivela dolore e solitudine. In ogni ambiente compare una figura femminile in rosa che sembra una sorta di marionetta spezzata. Sono le mogli precedenti di Barbablù, che alla fine ricompaiono tutte insieme quando Judith apre la settima porta. Anche lei si vestirà di rosa ed entrerà a far parte del segreto del castello, creatura evanescente e misteriosa. Le luci di Michael Bauer e la perfetta recitazione dei protagonisti rendono lo spettacolo un climax di angoscia e di tensione, insieme alle scene di Monika Pormale e ai costumi di Anna Sofia Tuma.

La Voix Humaine è sicuramente un ‘opera difficile perché si regge sulle spalle di un’unica interprete: elle (lei) e il telefono, unico filo di contatto con un’amante che – lo si capisce progressivamente – deve averla abbandonata. Le chiamate sono sempre più disperate e deliranti, fino al Je t’aime finale che sembra presagire un suicidio, ma non certo la soluzione escogitata da Guth che fa ricomparire Barbablù su un divanetto della stanza; per cui Elle si rivela essere la quinta moglie di Barbablù che dopo aver cantato tutta la sua angoscia invece di uccidersi spara al consorte. Ma quel gesto, a parte l’accostamento forzato con l’opera precedente, è del tutto incoerente con il carattere e il comportamento di Elle.

Incoerenza dell’accostamento a parte, i punti di forza dello spettacolo sono l’ambientazione, le luci e il lavoro sui personaggi, ottimi attori e ottimi cantanti. Il baritono austriaco Florian Boesch è stato un Barbablù complesso, cupo e misterioso ma non monolitico, dotato di una vocalità robusta e profonda  che si schiarisce nel registro acuto; Il mezzosoprano Christel Loetzsch dà vita a un personaggio entusiasta e appassionato, che viene però trascinato nel vortice del dubbio e della rivelazione della realtà “di sangue” che la circonda e che circonda e il consorte Una interpretazione forte e convincente anche sul piano vocale che non ha mancato di entusiasmare il pubblico. Infine il soprano Anna Caterina Antonacci, veterana nel ruolo di Elle, ha dato vita a un personaggio straordinario, dimesso e drammatico insieme, in un vero e proprio crescendo che esplode con Je t’aime finale; un crescendo anche nella vocalità, dal declamato iniziale allo straziante acuto finale, con un fraseggio veramente esemplare.

Il giovane direttore Martin Rajna si rivela ottimo interprete di entrambe le opere, sia di Bartok di cui sottolinea le asprezze e le dissonanze che di Poulenc, con il suo carattere più morbido e sensuale, perfettamente assecondato da un’orchestra del Maggio sempre in forma smagliante.

Grande successo di pubblico anche se purtroppo il teatro non era pieno, con grandi applausi sia al direttore che agli interpreti.

La recensione si riferisce alla recita di mercoledì  18 marzo

 

 

 

[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr https://www.adhocnews.it/un-dittico-novecentesco-al-maggio-musicale-fiorentino-tra-bartok-e-poulenc/

Tags: Béla BartókClaus GuthFrancis PoulencIN EVIDENZAMAGGIO MUSICALE FIORENTINOMartin Rajna
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