PERCHÉ VOTARE SÌ AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: LO SGUARDO DI CHI HA FATTO INDAGINI
Quando fai attività investigativa impari presto una regola non scritta: un’ipotesi è utile solo se sei disposto a metterla in crisi. Un verbale, una foto, una chat, una testimonianza: ogni elemento può
reggere l’accusa, ma può anche aprire una pista alternativa.
Se ti “innamori” della tesi, smetti di cercare riscontri e inizi a cercare conferme
E lì, prima ancora che nel processo, si consuma il rischio più serio: che la ricostruzione dei fatti si trasformi in una convinzione.
Per questo, nel referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale (separazione delle carriere, due CSM, Alta Corte disciplinare), io vedo una domanda molto concreta: quanto vogliamo proteggere – in modo strutturale – la terzietà del giudice tra accusa e difesa?
La Costituzione è chiarissima: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale” (art. 111 Cost.)
La terzietà del giudice, quindi, non è un valore “a fine partita”, è la garanzia che deve reggere già durante
le indagini.
Chi ha investigato sa che la terzietà non è solo una questione “da dibattimento”.
Nella fase preliminare si assumono decisioni che incidono sulla vita delle persone: misure cautelari, perquisizioni, sequestri, intercettazioni
E lì, anche solo sul piano della percezione, è decisivo che il cittadino senta che il giudice è davvero un terzo, non qualcuno che condivide — per formazione, percorsi, autogoverno — la stessa “casa” dell’accusa.
È questo il primo pilastro delle ragioni del Sì: rendere più nitida e riconoscibile la distanza tra chi giudica e chi accusa, non per sfiducia verso le persone, ma per rafforzare l’architettura delle garanzie.
Il PM non è (solo) “l’avvocato dell’accusa”: nelle indagini deve cercare anche ciò che scagiona.
Da investigatore, questa è la parte che sento più mia: la qualità di un’indagine si vede anche da ciò che non ti conviene
E nel nostro sistema questa idea è scritta nero su bianco: l’art. 358 c.p.p. impone al
pubblico ministero non solo di compiere gli atti necessari, ma anche di svolgere accertamenti “a favore della persona sottoposta alle indagini”.
Non è una formula retorica: significa che la fase delle indagini dovrebbe essere il luogo in cui si chiarisce, il prima possibile, quali elementi sono davvero sostenibili in giudizio su basi fattuali, e quali invece sono solo suggestioni, intuizioni, ricostruzioni ancora fragili
E allora la domanda diventa: un sistema che separa ordinamentalmente accusa e giudizio aiuta o no a tenere “pulita” questa impostazione?
I magistrati favorevoli al Sì rispondono: aiuta, perché rende più coerente il modello accusatorio e rafforza — anche culturalmente — l’idea che il PM debba restare “magistrato della prova”, non “magistrato della tesi”
C’è poi un argomento che, nelle posizioni dei magistrati schierati per il Sì, ricorre come una linea di fondo: non basta dire “il giudice è indipendente” se poi lo lasci solo a reggere pressioni, aspettative,
dinamiche interne.
Il documento firmato da 29 magistrati a favore del Sì insiste proprio su questo punto: il tema non è la bontà individuale, ma l’assetto dell’autogoverno e le sue ricadute sulla percezione di condizionamenti.
In quella cornice compare una frase-chiave: “il sistema deve proteggere il giudice”.
È un modo sobrio, ma netto, per dire: la terzietà non si tutela solo con l’etica personale (che resta indispensabile), si tutela anche riducendo le occasioni in cui qualcuno possa pensare — a torto o a
ragione — che una carriera, un incarico, una valutazione possano risentire di “appartenenze” o equilibri.
La riforma prevede due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, e introduce meccanismi di composizione che includono quote estratte a sorte
Chi, nella magistratura, sostiene il Sì vede qui un obiettivo preciso: ridurre la “competizione interna” e il peso delle correnti nella selezione degli organi di autogoverno, così da tagliare — o almeno
assottigliare — quel circuito di aspettative e scambi percepiti che negli anni ha logorato credibilità e fiducia.
È un terreno delicato, e nessuno può garantire effetti miracolosi, ma la logica è comprensibile: meno “macchine elettorali” interne, più spazio a valutazioni percepite come terze
Un’altra scelta strutturale è l’istituzione di una Corte disciplinare dedicata. Anche qui, l’idea non è “punire di più”, ma rendere più credibile e separata la giustizia disciplinare, sottraendola alla
percezione di essere un affare gestito dentro lo stesso circuito ordinario dell’autogoverno.
Per il cittadino — e per chi indaga sapendo quanto conti la fiducia nelle istituzioni — la credibilità non è
un tema astratto: è ciò che permette alle regole di essere accettate anche quando fanno male
Sostenere il Sì, dunque, non richiede toni polemici. Richiede una scelta di metodo: rafforzare la terzietà.con l’architettura normativa, non affidarla solo alla virtù dei singoli.
Da ex investigatore, la vedo così: un sistema è solido quando aiuta tutti — polizia giudiziaria, PM, difesa, giudice — a restare agganciati ai fatti, e quando, soprattutto nelle indagini preliminari, impedisce che l’accusa diventi una “strada a senso unico”, ricordando che cercare anche ciò che scagiona non è debolezza, ma il modo più serio di avvicinarsi alla verità
È su questa idea — terzietà visibile, ruoli più distinti, autogoverno meno esposto a logiche associative, disciplina più credibile — che molti magistrati schierati per il Sì hanno costruito le loro ragioni… e non solo loro!
Vice questore aggiunto della Polizia di Stato in quiescenza, responsabile del Dipartimento sicurezza e legalità Fratelli d’Italia Provinciale Firenze
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