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Home Economia

Se il “Posto Fisso” diventa il prompt di un computer

di Silvia Castellani
28 Febbraio 2026
In Economia
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Se il “Posto Fisso” diventa il prompt di un computer
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Se il “Posto Fisso” diventa il prompt di un computer

​La notizia arriva dal Tribunale di Roma (sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025) e ha il sapore di un futuro che non bussa più alla porta, ma è già entrato prepotentemente nelle nostre vite.

Per la prima volta in Italia, un giudice ha messo il timbro della legittimità su un licenziamento dove l’Intelligenza Artificiale non è l’imputato, ma il “complice” perfetto

​Il caso è quasi banale nella sua spietata modernità. Un’azienda di cybersecurity decide di riorganizzarsi. Tra un aggiornamento software e l’altro, si accorge che le mansioni del graphic designer possono essere assorbite dai nuovi strumenti di IA.

Risultato?

Giustificato motivo oggettivo di licenziamento del dipendente. Tradotto dalla lingua del buon manuale giuridico, “caro/a sei bravissimo/a, ma l’algoritmo non chiede ferie, non va in burnout e non discute sulla tonalità di blu del logo”.

​La sottigliezza della sentenza è degna di un sofista greco. Il giudice chiarisce nelle motovazioni della sentenza, che l’IA non è una causa autonoma di licenziamento.

Non è che il robot cattivo ti caccia via

È l’azienda che, nel legittimo diritto di massimizzare i profitti (o se preferite di “riorganizzarsi”), decide che il tuo ruolo è diventato superfluo perché ora c’è un software che svolge
il tuo lavoro.

​Insomma, l’IA è come quel collega stagista molto zelante che lavora gratis 24 ore su 24. Non ha colpe, ma è maledettamente efficiente nel renderti inutile.

Il tanto famigerato momento denominato prosaicamente “progresso” ha ufficialmente ricevuto la licenza di cancellare le vecchie posizioni lavorative

Se oggi tocca al grafico, domani a chi spetta? Al copywriter? Al contabile? Al giornalista? Speriamo in questo ultimo caso di no, almeno finché l’IA non imparerà a scrivere con il sarcasmo un po’ amaro di questo articolo.

Il tribunale di Roma ha tracciato il solco.

La tecnologia non è più solo uno strumento di supporto, ma un pezzo dell’ingranaggio organizzativo che può legalmente sostituire una scrivania.

​Mentre aspettiamo che il Garante della Privacy o qualche sindacato di algoritmi si faccia vivo, un consiglio agli amici creativi: non imparate solo a usare l’IA, imparate a diventarne indispensabili. O, male che vada, assicuratevi che il computer dell’ufficio non abbia il tasto “Licenzia Umano” troppo a portata di click

Andando nel dettaglio della sentenza del 19 novembre 2025, non è stato creato un nuovo diritto, ma vengono applicati elementi giuridici classici ad una tecnologia inedita. Il punto nodale è che il Giudice non ha giudicato l’Intelligenza Artificiale, ma la libertà di iniziativa economica (art. 41 Costituzione).

​Il licenziamento del graphic designer è stato ricondotto nell’alveo dell’art. 3 della Legge 604/1966. Secondo il Tribunale, l’IA non è la causa del licenziamento, ma lo strumento che rende effettiva la riorganizzazione

Se un’azienda dimostra che una funzione non è più necessaria perché i processi sono stati resi efficienti grazie all’uso di software generativi, il tribunale non può sindacare la scelta di merito dell’imprenditore. Certo, il giudice ha avuto il compito di verificare che la riorganizzazione non fosse pretestuosa.

Nel caso di specie, l’azienda, attiva nella cybersecurity, ha documentato una reale contrazione del business e una necessità di ridurre i costi

Nella sentenza si legge che le mansioni del designer sono state “assorbite” da altri reparti che utilizzano strumenti di IA. Il punto tecnico/ giuridico è stato dimostrare che non ha importanza che il software faccia tutto ciò che faceva l’umano; essenzialmente basta che renda le restanti attività così residuali da poter essere redistribuite tra il personale rimanente, rendendo superflua la posizione specifica.

Prima di licenziare, il datore di lavoro deve dimostrare l’impossibilità di impiegare il lavoratore in altre mansioni

Nella fattispecie, il Tribunale ha ritenuto che le competenze della lavoratrice fossero troppo distanti dalle necessità residue dell’azienda. Qui sorge il problema del futuro. Se l’IA alza l’asticella delle competenze richieste, il repêchage diventa quasi impossibile per chi svolge mansioni esecutive o creative standardizzabili.

​Sebbene la sentenza sia italiana, si muove nel solco del nuovo AI Act europeo

La normativa richiede trasparenza nell’uso di sistemi IA ad alto rischio ma non vieta l’efficientamento tecnologico. La sentenza di Roma conferma che l’innovazione tecnologica è, a tutti gli effetti, una scelta organizzativa insindacabile, purché reale e provata.
La sentenza 9135/2025 dimostra che orama l’IA non è più un’entità aliena, ma un fattore di produzione come lo fu il tornio meccanico o il personal computer.

Il rischio legale per i lavoratori non è l’Intelligenza Artificiale in sé, ma l’obsolescenza delle mansioni

Se l’IA rende il tuo output riproducibile a costi inferiori, la legge italiana , al momento, protegge l’efficienza dell’impresa, non la staticità del ruolo.

E non è un cambiamento di visione di poco conto.

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Tags: INTELLIGENZA ARTIFICIALELAVOROPRIMO PIANOSINDACATITRIBUNALE
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