Dal libro
“Seta e Cenere nel vento”
Capitolo I
Il colore della pioggia nel Kent
La pioggia picchiettava contro i vetri della biblioteca con una monotonia che Julia trovava quasi insopportabile.
Il Kent, in quel tardo autunno del 1810, sembrava essersi tinto di un grigio perenne, un colore che rifletteva perfettamente lo stato d’animo della ragazza
Seduta su una poltrona di velluto verde bosco, teneva un libro di poesie aperto sulle ginocchia, ma le sue dita non voltavano pagina da oltre mezz’ora. I suoi occhi chiari erano fissi sul viale di ghiaia che conduceva alla maestosa dimora dei suoi padri: una struttura di pietra calcarea che trasudava orgoglio e rigidità. Julia sentiva il peso dei secoli gravare sulle sue spalle sottili, un’eredità di nomi e decoro che non aveva mai chiesto di portare.
Suo padre, Bartholomew Monterose, era un uomo la cui presenza poteva gelare l’aria in una stanza riscaldata. Per lui, Julia non era una figlia, ma un pezzo pregiato sulla scacchiera delle alleanze sociali. Ogni suo gesto, ogni parola pronunciata a tavola, doveva essere misurata, levigata come un sasso di fiume
Quella mattina l’attesa era per il nuovo precettore.
Dopo il licenziamento del precedente insegnante, accusato di essere troppo permissivo, Bartholomew aveva promesso un uomo di rigida morale e vasta erudizione. Julia immaginava un vecchio curvo, con la polvere dei tomi antichi incastrata nelle rughe della pelle, pronto a tediarla con declinazioni latine e precetti morali.
Improvvisamente, il suono degli zoccoli sulla ghiaia interruppe il silenzio della stanza. Una carrozza scura, priva di stemmi nobiliari ma impeccabilmente pulita, si fermò davanti al portone principale. Julia si sporse leggermente, il cuore che accelerava senza un motivo apparente. Dalla carrozza scese un uomo
Non era il vecchio che aveva immaginato.
Era alto, vestito con un abito di taglio semplice ma elegante, e i capelli scuri apparivano leggermente scompigliati dal vento umido. Si muoveva con una grazia che non apparteneva alla nobiltà affettata che Julia era abituata a frequentare: c’era una forza contenuta nel modo in cui poggiava i piedi a terra.
«È arrivato», sussurrò Florence alle sue spalle, facendola sussultare.
La cameriera, sua unica vera amica in quella prigione dorata, stava sistemando alcuni cuscini con un sorriso complice.
«Dicono che venga dal nord, signorina. Un uomo di grande cultura… ma con occhi che sembrano aver visto troppo del mondo.»
«Gli occhi non insegnano la grammatica, Florence», rispose Julia, cercando di darsi un tono di indifferenza che non provava affatto.
Si alzò, lisciandosi le pieghe dell’abito di seta azzurra. Sapeva che entro pochi minuti sarebbe stata chiamata nel salone per le presentazioni ufficiali. Sentiva una strana tensione alla base del collo, un formicolio che non riusciva a spiegare.
Poco dopo, il maggiordomo annunciò l’ospite.
Julia entrò nel salone principale, dove Bartholomew stava già parlando con lo straniero. Il padre si voltò, lo sguardo severo che la passò al setaccio per assicurarsi che fosse impeccabile.
«Julia, ti presento il signor Caleb
Sarà lui a guidare i tuoi studi d’ora in avanti. Mi aspetto da te la massima dedizione. Il signor Caleb ha referenze eccellenti e una conoscenza della filosofia che spero possa correggere le tue inclinazioni troppo romantiche.»
Julia fece una riverenza perfetta, ma quando rialzò lo sguardo, i suoi occhi incontrarono quelli di Caleb.
Erano di un grigio profondo, quasi metallico, e in essi non vi era la sottomissione tipica di chi serve una grande casata
C’era una scintilla di sfida — o forse di comprensione.
L’uomo inclinò leggermente il capo, un gesto che era solo formalmente un inchino.
«È un onore, signorina», disse Caleb.
La sua voce era profonda, con una vibrazione che sembrò risuonare nelle ossa di Julia. Non era la voce di un accademico polveroso, ma quella di un uomo che conosceva il peso delle parole.
«Spero che la mia biblioteca sia di vostro gradimento, signore», rispose lei, cercando di mantenere la voce ferma.
Si accorse che lui la stava osservando con una curiosità che andava oltre il dovere professionale
Non guardava solo il suo viso: sembrava cercare di leggere i pensieri che lei cercava disperatamente di nascondere.
Bartholomew, soddisfatto della freddezza dell’incontro, li congedò con un gesto secco della mano. Aveva affari da sbrigare, terre da gestire e un matrimonio da organizzare — anche se Julia non sapeva ancora quanto fosse vicina quella minaccia.
Rimasti soli nel grande salone, il silenzio tra Julia e Caleb divenne denso, quasi solido
«Vostro padre mi ha detto che amate la pittura», esordì Caleb, rompendo l’incantesimo.
Si avvicinò a un cavalletto posto in un angolo, dove Julia aveva lasciato un bozzetto incompiuto del bosco circostante.
«Ma vedo che preferite i colori scuri. Il grigio della tempesta, il marrone della terra bagnata. È insolito per una ragazza della vostra posizione.»
«La bellezza non è fatta solo di colori pastello, signor Caleb», ribatté lei, sentendosi improvvisamente sulla difensiva.
«C’è una verità nel grigio che la rosa non potrà mai catturare.»
Lui sorrise.
Un movimento appena accennato delle labbra che però trasformò completamente il suo volto.
In quel momento, Julia sentì una crepa aprirsi nella sua corazza
C’era qualcosa in quell’uomo — un’aura di mistero e di pericolo — che la attirava come una falena verso una fiamma.
Non era solo un precettore.
Era un elemento estraneo inserito in un meccanismo perfetto.
E Julia comprese, con un brivido sottile, che nulla sarebbe più stato lo stesso.

