La sinistra Fiorentina dei diritti umani a giorni alterni: quando la sinistra scende in piazza solo col meteo ideologico favorevole
In Iran si muore per chiedere libertà. In Italia si tace per non disturbare l’equilibrio interno di coalizione.
È una differenza sottile, ma istruttiva.
Novantadue milioni di abitanti, sessantacinque milioni sotto i trentacinque anni
Ragazze e ragazzi che ascoltano la stessa musica dei loro coetanei europei, che si vestono allo stesso modo, che sognano le stesse cose. Con una piccola differenza: a Teheran, Isfahan o Mashhad, se scendi in piazza per chiedere democrazia rischi di essere ucciso.
Non metaforicamente, ma con proiettili veri, sparati da un regime teocratico che ha trasformato la religione in un’arma e lo Stato in una caserma
Da noi se scendi a protestare per la Palestina e mandi 45 poliziotti in ospedale al massimo ti prendi un riproverò.
Da giorni — come già altre volte negli ultimi anni — l’Iran è attraversato da proteste di massa. Non minoranze organizzate, non élite occidentali travestite da popolo, ma un’intera generazione che non ne può più. Il regime degli ayatollah risponde come sempre: repressione brutale, migliaia di arresti, centinaia di morti, Internet oscurato.
La democrazia, secondo Teheran, è un malware da disinstallare
A questo punto la domanda, quella vera, non è nemmeno più geopolitica. È morale. Un intervento militare occidentale che fermi il regime sarebbe una violazione del diritto internazionale o un atto dovuto in nome dei diritti umani?
È una domanda scomoda, perché obbliga a scegliere tra principi giuridici e vite umane. Ed è una domanda che molti, soprattutto a sinistra, preferiscono non sentire.
Il copione è noto. Si condanna “con fermezza”. Si esprime “profonda preoccupazione”
Si chiede “moderazione a tutte le parti”, come se tra studenti disarmati e Guardie Rivoluzionarie ci fosse una simmetria morale. Poi si passa oltre. È successo con l’Ucraina, dove una parte consistente della sinistra italiana ha balbettato per mesi, oscillando tra il pacifismo astratto e il sospetto che la colpa, in fondo, fosse dell’Occidente.
Sta succedendo di nuovo con l’Iran: silenzio, imbarazzo, dichiarazioni di forma che non impegnano nessuno
E qui il paradosso diventa grottesco se lo si guarda da Firenze e dalla Toscana, governate e presidiate politicamente dalla sinistra di Eugenio Giani che pure formalmente ha condannato gli ayatollah e della sindaca Sara Funaro. Un territorio dove, fino a pochi mesi fa, le piazze erano un continuo fiorire di manifestazioni pro-Palestina, flottiglie morali e cortei rituali. Poi sono arrivati gli arresti di alcuni leader, le inchieste sui finanziamenti, la scoperta dei milioni di euro dirottati verso Hamas.
E improvvisamente quelle piazze si sono svuotate
Il silenzio è tornato virtuoso.
Non solo. Il giorno dopo l’arresto di Nicolás Maduro, mentre migliaia di venezuelani nel mondo festeggiavano la fine di un dittatore, la CGIL di Maurizio Landini — con la partecipazione della sindaca Funaro — è riuscita nell’impresa di scendere in piazza nel momento peggiore possibile, offrendo al mondo libero uno spettacolo che oscillava tra l’anacronistico e il ridicolo.
Una manifestazione che sembrava dire tutto e il contrario di tutto, tranne una cosa semplice: le dittature vanno combattute, non giustificate
E allora la domanda finale è inevitabile, ed è più politica che diplomatica. Perché la sindaca di Firenze, così pronta a scendere in piazza per cause selezionate, non organizza una grande manifestazione contro gli ayatollah? Perché non un corteo per le donne iraniane, per gli studenti uccisi, per una generazione che chiede ciò che noi diamo per scontato?
Forse perché l’Iran non rientra nel catalogo delle cause “sicure”, quelle che non creano imbarazzi ideologici, quelle che non costringono a prendere posizione contro un regime che, da anni, una parte della sinistra tratta con indulgente ambiguità
Il punto non è invocare bombardamenti come soluzione automatica ai mali del mondo. Il punto è la coerenza. Se la libertà è un valore universale, allora lo è anche quando a chiederla sono giovani iraniani e non attivisti più spendibili mediaticamente. Se i diritti umani sono la bussola, non possono diventare una bandiera a geometria variabile.
Perché alla fine il messaggio che passa è semplice e devastante: alcune vittime meritano piazze, altre solo comunicati stampa
E in questo silenzio selettivo, più che il diritto internazionale, a essere violata è la credibilità morale di chi, a parole, dice di difendere la libertà.

