Il tramonto del Capitano e lo sbarco del Generale: la Lega rischia il ritorno al passato

Il tramonto del Capitano e lo sbarco del Generale: la Lega rischia il ritorno al passato

Sette anni in politica possono essere un’era geologica. Nel giugno del 2019, forte di un monumentale 36,5% nei sondaggi, la Lega di Matteo Salvini sembrava destinata a inaugurare una lunghissima stagione di egemonia.

Oggi, quel capitale politico appare quasi interamente dissipato, consumato da promesse rimaste sulla carta e da una strisciante crisi d’identità

Il Carroccio assomiglia sempre più a un paziente in condizioni critiche, stretto tra la subalternità politica a Fratelli d’Italia e l’offensiva frontale di un nuovo e agguerrito concorrente a destra: Roberto Vannacci.

L’emorragia verso Futuro Nazionale

La contesa per la leadership dell’elettorato di destra non è più un’ipotesi da politologi, ma una realtà certificata dai fatti.

Il movimento del Generale, Futuro Nazionale, continua a registrare un trend positivo nei sondaggi e a drenare consensi e quadri dirigenti dal partito di via Bellerio

Il malcontento interno alla Lega è esploso in uno stillicidio di addii eccellenti. Figure dal forte peso elettorale come le eurodeputate Anna Cisint e Silvia Sardone (capaci di raccogliere rispettivamente 42.000 e 75.000 preferenze) guardano con sempre maggiore insistenza al progetto di Vannacci.

A dare un colpo durissimo al gruppo parlamentare del Carroccio è stata la recente formalizzazione del passaggio a Futuro Nazionale di deputati storici ed ex leghisti come Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof, seguiti dall’economista ed ex europarlamentare Antonio Maria Rinaldi.

Più che di “tradimenti”, si tratta del risultato di una totale assenza di dialogo interno: una leadership che non parla più con la propria base e che finisce per accompagnare i propri pezzi pregiati alla porta.

Il bivio strategico: il ritorno al Nord

Di fronte a prospettive di crescita nazionale ormai azzerate, per la Lega l’ipotesi di un rilancio come semplice “partito-tessera” all’ombra di Giorgia Meloni rischia di rivelarsi una scommessa a perdere. Per sopravvivere, la via d’uscita rimasta potrebbe essere una sola:  un profondo processo di ri-regionalizzazione.

Mentre figure storiche come Luca Zaia cercano di tenere in piedi le macerie di una struttura nazionale in bilico, il Carroccio potrebbe essere costretto a ripiegare sulla sua storica fortezza identitaria: il Nord. Una ritirata strategica che farebbe perno sull’ottima reputazione e sulla concretezza della sua classe di amministratori locali (governatori, sindaci e consiglieri), da sempre il vero motore pragmatico del movimento.

Il nodo della leadership: Salvini è delegittimato?

Questo potenziale ritorno alle origini apre tuttavia un cortocircuito politico istituzionale sulla figura del Segretario.

Il merito principale riconosciuto a Matteo Salvini negli anni d’oro è stato proprio quello di aver compiuto la transizione storica dal “partito del Nord” al “partito nazionale”, sdoganando la Lega in tutto il Paese.

Se per non scomparire il movimento sarà costretto a fare marcia indietro, tornando allo schema territoriale precedente, la leadership di Salvini perderebbe la sua stessa ragione d’essere.

Continuare a difendere una segreteria che va avanti per pura inerzia diventerebbe impossibile: nel momento stesso in cui il progetto nazionale fallisce ufficialmente, il suo artefice si ritroverebbe delegittimato a prescindere. Adesso, per salvare il salvabile, potrebbe essere davvero troppo tardi.

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