W il 25 aprile. Contro tutti i fascismi, anche quelli che si travestono da partigiani

W il 25 aprile. Contro tutti i fascismi, anche quelli che si travestono da partigiani.

C’è un modo onesto di festeggiare il 25 aprile, e uno disonesto. Il modo disonesto è quello che conosciamo meglio: farne una bandiera di partito, una proprietà privata della sinistra, uno strumento per dividere gli italiani tra chi “sta dalla parte giusta della storia” e chi no. Il modo onesto è più faticoso, meno comodo, e richiede una cosa rara in Italia: la memoria lunga.

La Resistenza non fu il trionfo di un’ideologia. Fu qualcosa di più grande e più disordinato: fu la scelta di migliaia di italiani — comunisti, liberali, cattolici, monarchici, militari, contadini, intellettuali — di dire no a una doppia occupazione, quella nazista e quella della Repubblica di Salò

Chi racconta la Resistenza come l’alba del socialismo mente. Chi la nega o la ridimensiona mente altrettanto. La verità è che in quelle montagne e in quelle città si combatté per la libertà, non per un futuro regime.

Si dimentica troppo facilmente, e forse non per caso, che il Partito Liberale Italiano aveva una presenza attiva nella Resistenza. Che Benedetto Croce e Luigi Einaudi erano l’anima di un antifascismo che non aveva nulla di rivoluzionario e tutto di civile.

Che le formazioni autonome, quelle cattoliche, quelle monarchiche, combatterono con lo stesso sangue delle Brigate Garibaldi. Si dimentica, soprattutto, il sacrificio dell’Arma dei Carabinieri: decimata dopo l’8 settembre, deportata nei lager tedeschi, con migliaia di uomini che scelsero la prigionia piuttosto che collaborare con l’occupante

Salvo D’Acquisto è il simbolo più noto, ma dietro di lui c’è una storia di resistenza silenziosa e quotidiana che non entra nei cortei e non compare sugli striscioni.

Questa rimozione non è innocente. Riconoscere la complessità ideologica della Resistenza significherebbe smontare una narrazione in cui l’antifascismo è sinonimo di progressismo, e il 25 aprile è proprietà esclusiva di chi oggi si autoproclama erede morale dei partigiani. È un’operazione politica, non storiografica. Gli storici seri — da Claudio Pavone a Gianni Oliva — hanno restituito da tempo questa complessità. Ma la memoria pubblica ha fatto scelte diverse, e le piazze raccontano un’altra storia.

Gli italiani del 1946, però, avevano la memoria più fresca e l’istinto più lucido. Al momento di scegliere, diedero la maggioranza alla Democrazia Cristiana, non ai partiti che avrebbero voluto trasformare una liberazione in una rivoluzione

Sapevano bene cosa significava vivere sotto una dittatura, e non avevano nessuna intenzione di scambiarne una con un’altra. I cosacchi in piazza San Pietro rimasero un’ipotesi, e fu una fortuna per tutti.

In quel voto del 1946 c’era però già un seme inquieto: il sei per cento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, il primo populismo di massa italiano, antipolitico e risentito. Fiammata breve, dissoluzione rapida. Ma i semi non muoiono, aspettano.

Molti decenni dopo sono rifioriti, con nomi diversi, con una grammatica aggiornata ai tempi dei social, con la stessa insofferenza per la complessità e la stessa vocazione alla scorciatoia. Il filo che unisce quella protesta qualunquista a certe esperienze più recenti non è difficile da trovare, per chi vuole cercarlo

Ecco perché il 25 aprile va festeggiato, eccome. Ma festeggiato davvero, non in modo rituale e tribale. Va festeggiato come giornata della libertà contro ogni autoritarismo — dichiarato o mascherato, nero o rosso o di qualunque altro colore si dipinga. Va festeggiato ricordando tutti quelli che combatterono, non solo quelli che fanno comodo ricordare.

Va festeggiato con la consapevolezza che il fascismo non è un fantasma del passato ma una tentazione permanente, e che si traveste volentieri: a volte con la camicia nera, a volte con la giacca del compagno, a volte con il like sul post del leader carismatico di turno

Viva il 25 aprile. Viva la libertà. Abbasso tutti i fascismi, soprattutto quelli che hanno l’impudenza di sfilare con la bandiera dei partigiani.

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