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Home RIFLESSIONE

La fine di un tiranno: Khamenei ucciso, l’Iran può finalmente respirare

di Alessandro Scipioni
1 Marzo 2026
In RIFLESSIONE
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La fine di un tiranno: Khamenei ucciso, l’Iran può finalmente respirare
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La fine di un tiranno: Khamenei ucciso, l’Iran può finalmente respirare

La morte di Ali Khamenei non è una tragedia. È un atto di giustizia tardiva, atteso da decenni da un popolo massacrato dal proprio regime

Era un uomo con le mani intrise del sangue dei suoi stessi cittadini, in particolare di migliaia di giovani che osavano sognare un futuro diverso da quello imposto dalla teocrazia. La morte è sempre dolorosa, ma quando muore un tiranno, un popolo rinasce. Sic semper tyrannis. Iran libero.

Un popolo massacrato nel silenzio

Negli ultimi mesi ho incontrato di persona decine di iraniani: ragazzi e ragazze brillanti, determinati, con gli occhi lucidi mentre mi mostravano video e testimonianze di amici impiccati, parenti desaparecidos, proteste soffocate nel sangue.

Mi hanno parlato di 40.000 giovani uccisi dal regime negli ultimi anni. E mentre il mondo si indigna – giustamente – per altri conflitti, su questo genocidio silenzioso si continua a tacere o a minimizzare. Gaza riceve attenzioni planetarie; l’Iran no. Eppure il confronto è schiacciante: un regime che impicca adolescenti per un post su Instagram o per aver ballato in strada non può essere equiparato a nient’altro.

Non è solo guerra, è anche giustizia

Non sono un guerrafondaio. Ho sempre condannato le guerre preventive, le invasioni, le avventure militari.

Ma di fronte a un popolo che implora di non essere lasciato solo a morire sotto le forche e le torture degli ayatollah, il silenzio diventa complicità. Il regime va cancellato

Non con un’invasione di terra, nessuno la vuole, ma con il sostegno deciso alle forze interne sane, con la pressione internazionale, con il riconoscimento che la teocrazia non è “sovranità nazionale”, è un crimine contro l’umanità.

La sinistra che non vuole vedere

Una parte della sinistra occidentale – quella più ideologica, quella che ancora rimpiange il ’68 – continua a non voler vedere. Si scandalizza per l’eliminazione di un dittatore, ma tace sulle fosse comuni, sulle impiccagioni di massa, sulle ragazze lapidate per un foulard.

Peggio: alcuni all’estero, per ingenuità o indottrinamento, finiscono ancora per simpatizzare con movimenti marxisti-leninisti, dimenticando che proprio Khomeini, dopo aver usato la sinistra come stampella per prendere il potere, la fece massacrare. I comunisti iraniani del 1979 finirono impiccati, fucilati o costretti all’esilio. La storia è lì, sotto gli occhi di tutti.

Balli di liberazione, non di vendetta

Ho visto una ragazza iraniana, attivista per i diritti civili qui in Italia, ballare in un video dopo la notizia della morte di Khamenei. Non era gioia per un omicidio: era liberazione.

Era il gesto di chi, dopo anni di terrore, vede una crepa nella prigione

La stessa emozione l’ho letta in un messaggio di una mia amica iraniana, donna di sinistra, pacifista convinta: “Bellissimo! Vedremo il futuro, per ora godiamoci il momento”.

Il Ruolo Decisivo di Israele e Trump
Israele, in questo dramma, ha svolto un ruolo decisivo.

Non perché ami la guerra, ma perché sa che Hamas, Hezbollah e le milizie sciite sono rami dello stesso albero velenoso: l’espansionismo teocratico iraniano.

Tagliare quei rami indebolisce il tronco

L’intervento diretto di Trump ha accelerato il processo: non è stata una “guerra infinita”, è stato un colpo chirurgico alla testa del serpente. E ora il serpente sanguina.

La responsabilità storica dell’Occidente

L’Occidente ha una responsabilità storica enorme. Fu proprio l’Occidente – con le sue ambiguità, i suoi calcoli, i suoi errori – a favorire l’ascesa di Khomeini nel 1979. Oggi ha il dovere morale di non voltarsi dall’altra parte. Non si tratta di esportare la democrazia con le bombe, ma di non lasciare che un popolo venga strangolato mentre noi discutiamo di “sovranità” e “non ingerenza”. La non ingerenza, quando si parla di impiccagioni di massa, diventa indifferenza criminale.

L’ora della liberazione è vicina

Reza Pahlavi ha ragione: l’ora della liberazione è vicina. Non sarà facile. Ci saranno mesi duri, vendette, caos. Ma per la prima volta dopo 46 anni il cuore del regime è stato spezzato. Khamenei non era un “leader spirituale”. Era un assassino di massa. La sua morte non è una perdita: è un’opportunità.

Che nessuno osi piangere il tiranno

Piangiamo invece i ragazzi iraniani che non ce l’hanno fatta a vedere questo giorno. E impegniamoci perché i loro figli non debbano più vivere sotto lo stesso incubo.

Iran libero.

Subito.

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