2026 Iran, stretto tra l’economia della guerra permanente e la rivolta contro l’annientamento dell’individuo
È vero che lo scandalo e gli arresti di Genova stanno in questi giorni catalizzando una parte rilevante dell’attenzione della stampa italiana, ma ridurre il silenzio sul caso iraniano alla contingenza dell’agenda interna sarebbe un’analisi superficiale
Ciò che sta avvenendo a Teheran e in molte città iraniane è il frutto di una crisi economica profonda, strutturale e politica, che ha radici non solo nelle sanzioni e nella geopolitica, ma soprattutto nella gestione ideologica dell’economia da parte di un regime che ha trasformato lo Stato in apparato di potere e guerra permanente.
La crisi economica iraniana è oggi caratterizzata da tassi di inflazione che raggiungono e superano il 40-48 % su base annua, con picchi nella componente dei beni alimentari e di prima necessità che rendono sempre più difficile la vita quotidiana di milioni di cittadini e comprimono il potere d’acquisto reale
La valuta nazionale, il rial, ha perso più di 90 % del suo valore rispetto al dollaro negli ultimi anni, e continua a crollare, con impatti diretti sul costo dei beni essenziali.
Trading Economics +1
Questa situazione non è solo il risultato delle sanzioni internazionali o dell’isolamento diplomatico, per quanto questi fattori pesino. Essa è l’effetto combinato di anni di gestione economica autoritaria e di investimenti di risorse pubbliche in spese di guerra e in alleanze regionali costose, che hanno trasformato l’economia iraniana in un’economia di guerra permanente, pur non essendo in guerra diretta sul proprio territorio.
Secondo dati recentemente raccolti, l’Iran ha continuato a finanziare gruppi armati e milizie proxy come Hezbollah (circa $700 milioni all’anno) e Hamas ($80-100 milioni all’anno), mentre il ramo internazionale dei Guardiani della Rivoluzione trasferisce ogni mese cifre significative anche in piena crisi, oltre $100 milioni al mese verso Hezbollah nonostante i tagli ai sussidi e le misure di austerità interne
This is Beirut +1
Queste spese, sommate alle spese militari ordinarie e ai costi indotti da conflitti per procura nella regione – stimati in decine di miliardi nel corso degli ultimi anni – gravano su un’economia già compressa da sanzioni e inefficienze. Oltre $20 miliardi sono stati spesi dal 2012 in avanti per sostenere milizie e conflitti regionali, mentre l’economia del Paese subisce perdite di reddito da esportazioni petrolifere comprese tra $300 e $450 miliardi nell’ultimo decennio a causa delle restrizioni internazionali sul settore dell’energia.
Wikipedia
In termini concreti, questo significa che le risorse potenzialmente disponibili per infrastrutture, servizi sociali, investimenti produttivi e crescita reale vengono in gran parte dirottate verso spese che non producono valore interno, ma alimentano una strategia geopolitica orientata alla proiezione di potere.
È una dinamica che, se trasferita all’interno di uno Stato che non vede conflitti diretti sul proprio territorio, porta inesorabilmente all’aumento dei costi di vita, alla diminuzione dei salari reali e alla crisi del potere d’acquisto di famiglie e lavoratori.
Questa dinamica si inserisce nel quadro teorico di una relazione tra islam politico e comunismo, due concezioni ideologiche che, pur partendo da tradizioni diverse, condividono una visione totalizzante dell’economia e della società
Entrambe subordinano l’iniziativa individuale e la logica del mercato a una volontà collettiva – che sia religiosa o rivoluzionaria – con l’effetto di annientare l’individuo come soggetto economico autonomo e creativo. Nell’economia comunista, lo Stato pianifica e controlla i mezzi di produzione; nell’islamismo politico iraniano, lo Stato teocratico – attraverso apparati come i Guardiani della Rivoluzione – inserisce le imprese e i mercati dentro reti di potere, clientele e distribuzione di rendite, soffocando iniziativa privata e dinamismo economico.
La conseguenza è sempre la stessa: scarsità, inefficienze, inflazione e insoddisfazione diffusa
Nel caso iraniano questo legame tra economia e ideologia si traduce in un annientamento delle libertà individuali: non solo la libertà politica è negata, ma anche l’autonomia economica è compressa sotto il peso di un apparato che decide chi può prosperare e chi no.
Le proteste che stiamo osservando non sono dunque un fenomeno casuale, né semplicemente una richiesta di “più sussidi” o di misure emergenziali. Esse sono il prodotto di anni di crisi economica che si è trasformata in crisi di legittimità politica, perché quando la vita quotidiana diventa insostenibile, il contratto implicito tra Stato e cittadini si spezza.
La consapevolezza economica di chi manifesta è un elemento chiave per capire se queste proteste potranno produrre un cambiamento strutturale o essere presto neutralizzate
Se i manifestanti comprendono che è proprio il modello di Stato ideologico, che ha privilegiato spese di guerra e di proiezione geopolitica rispetto allo sviluppo interno, a essere alla radice della loro miseria quotidiana, allora le proteste potrebbero trasformarsi in un movimento con richieste politiche di ampia portata, potenzialmente in grado di sfidare il regime nel suo insieme.
Se invece prevalesse una richiesta circoscritta a migliori sussidi, controlli dei prezzi o qualche misura tampone, senza mettere in discussione la logica economica e politica che ha prodotto questa crisi, il rischio è che l’apparato di potere sfrutti la domanda di soluzioni “tecniche” per mantenere il controllo, evitando riforme reali. In uno scenario del genere, la repressione potrebbe intensificarsi, portando non alla riforma ma alla crisi profonda del regime e a conseguenze imprevedibili e potenzialmente drammatiche per la regione.
In definitiva, la situazione iraniana non è solo un capitolo della cronaca internazionale ma un laboratorio storico in cui si intrecciano economia, ideologia, libertà individuale e geopolitica
Capire le cause economiche profonde delle proteste è il primo passo per comprendere non solo ciò che sta accadendo in Iran, ma ciò che accade quando un regime totalizzante esaurisce la propria capacità di legittimarsi nella vita reale delle persone.
Forse è anche per questa complessità, e per la consapevolezza dei rischi di una lettura affrettata, che una parte della stampa italiana specializzata in politica estera continua a mantenere una posizione prudente, se non attendista
Non solo per l’effetto calamita esercitato da scandali interni come quello di Genova, ma per il timore di commettere un errore già visto: legare troppo rapidamente la propria analisi, e talvolta la propria credibilità, a movimenti che in un primo momento appaiono portatori di istanze di liberazione ma che presentano lati grigi, ambiguità ideologiche o sviluppi successivi difficili da difendere. Il riferimento implicito è all’esperienza delle opposizioni italiane che si sono affrettate a sposare la causa pro-Pal senza interrogarsi a fondo sulla natura di Hamas, sulle sue responsabilità politiche e sul carattere profondamente illiberale del progetto islamista, pagando poi un prezzo in termini di coerenza e credibilità.
Nel caso iraniano, il nodo è ancora più delicato
Le proteste nascono da una crisi economica reale e devastante, alimentata da decenni di spese militari, guerre per procura e finanziamenti a movimenti armati all’estero che hanno trasformato il Paese in un’economia di guerra senza guerra, scaricando i costi su una popolazione sempre più impoverita. Ma l’esito di questa mobilitazione dipenderà dalla sua maturazione politica: se resterà una domanda di sussidi e correttivi, il regime potrà assorbirla.
È forse proprio questa incertezza sull’approdo finale a spiegare il silenzio prudente dei media: l’Iran è una partita troppo grande, troppo carica di implicazioni economiche, ideologiche e geopolitiche, per essere raccontata con slogan o tifoserie
Ma il rischio opposto è che l’eccesso di cautela si trasformi in miopia, lasciando senza voce una società che sta pagando il prezzo più alto di un sistema che ha fatto della negazione delle libertà individuali – politiche ed economiche – la propria ragion d’essere.
E quando l’economia crolla e il pane manca, la storia insegna che la prudenza, prima o poi, viene travolta dai fatti.
