VANNACCI NON È UN ALLEATO, È UN CAVALLO DI TROIA: MELONI HA RAGIONE A DIRGLI NO 

VANNACCI NON È UN ALLEATO, È UN CAVALLO DI TROIA: MELONI HA RAGIONE A DIRGLI NO

C’è una frase, nell’intervento di Francesco Filini, che merita di essere presa sul serio: «Non dobbiamo vincere snaturando la nostra linea politica».
È esattamente questo il punto. E forse è arrivato il momento di dirlo con chiarezza, anche dentro il centrodestra: una coalizione non è un autobus sul quale far salire chiunque pur di raggiungere il 42 per cento. È un progetto politico. E se per vincere le elezioni si deve rinunciare alle proprie idee, la vittoria rischia di trasformarsi nella premessa della sconfitta successiva.
Giorgia Meloni fa quindi bene a non inseguire Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale. Non perché Vannacci non abbia diritto di rappresentare le proprie idee, né perché i suoi elettori siano cittadini di serie B: una democrazia liberale rispetta ogni consenso ottenuto nelle urne. Ma avere elettori non significa essere compatibili con una maggioranza di governo. E la storia recente di Vannacci racconta esattamente perché.
Una domenica che chiarisce molte cose
Domenica 20 settembre i tre leader della destra hanno parlato quasi in contemporanea: Meloni a Roma, alla festa dei giovani di Fratelli d’Italia, Salvini a Pontida, Vannacci a Orvieto. Tre palchi, tre messaggi, e un filo comune: la parola «affidabilità».
Il giorno prima era esplosa la polemica su Antonio Tajani. Dal palco di Itaca, a Formello, il vicepremier aveva consigliato a un figlio di scegliere la ragazza seria e affidabile e non quella più appariscente, e aveva poi paragonato il centrodestra proprio a quella donna affidabile. Un’immagine infelice, e le opposizioni, con Italia Viva in prima fila, non hanno perso tempo: Renzi ha parlato di una visione ottocentesca, Valeria Valente di parole non adatte a un ministro, e Italia Viva ha bollato l’uscita come «patriarcato mediterraneo vannacciano».
Meloni ha chiuso la questione con il buon senso che si richiede a chi guida un governo: una frase uscita male, ha detto, da non ingigantire. Ha ragione, e onestà intellettuale impone di dirlo: Tajani intendeva costruire una metafora sulla stabilità della coalizione, non teorizzare una gerarchia tra le donne, e l’esempio non è riuscito. Un errore di comunicazione, riconosciuto come tale dalla premier, senza cavalcarlo e senza difenderlo a oltranza.
Ma l’episodio va letto fino in fondo, perché mostra la differenza tra un alleato che sbaglia e un alleato che rivendica. Poche ore dopo, chiudendo il forum di Orvieto, Vannacci ha raccontato Ulisse che resiste alle lusinghe e torna dalla moglie, e ha citato Enea con il padre sulle spalle come «un altro esempio di patriarcato mediterraneo». Lì dove Tajani ha inciampato, Vannacci ha piantato una bandiera. Sia chiaro: l’etichetta «vannacciano» è di Italia Viva, e la gaffe è tutta di Tajani. Ma è proprio questo il punto politico: già oggi, con Vannacci fuori dalla coalizione, ogni scivolone del centrodestra viene letto dagli avversari attraverso la sua lente. Con Vannacci dentro, quella lettura diventerebbe la norma, e ogni errore un programma.
E la parola scelta da Tajani, «affidabile», è precisamente il criterio su cui Vannacci non regge.
Un’affidabilità già bocciata sul campo: il precedente Lega
Chi oggi propone di allargare il centrodestra a Vannacci dimentica che l’esperimento è già stato fatto, e non più tardi di un anno e mezzo fa. Nell’aprile 2025 Matteo Salvini gli aveva consegnato la tessera della Lega al congresso federale di Firenze, promuovendolo poco dopo vicesegretario. Un matrimonio politico che dopo meno di un anno si è concluso con una rottura totale: il 3 febbraio 2026 Vannacci ha lasciato il Carroccio per fondare Futuro Nazionale, portandosi dietro alcuni parlamentari, tra cui due eletti proprio con la Lega.
Salvini ha parlato di lealtà tradita e ha persino rilanciato la proposta di un vincolo di mandato per impedire in futuro comportamenti simili. Vannacci, dal canto suo, ha respinto ogni richiesta di dimissioni sostenendo che i voti fossero “suoi” e non del partito che lo aveva candidato e promosso.
Gli effetti si vedono ancora oggi. Sul pratone di Pontida Salvini ha annunciato per ottobre un congresso straordinario della Lega, chiedendo ai militanti se ha ancora la loro fiducia. Nel frattempo l’emorragia non si ferma: in Lombardia il consigliere regionale Riccardo Vitari ha lasciato la Lega per Futuro Nazionale, che ora ha un proprio gruppo nel Consiglio regionale. Il precedente dice una cosa semplice: chi accoglie Vannacci in una coalizione non acquista un alleato, rischia di allevare la propria futura scissione interna. Perché pretendere che il centrodestra ripeta oggi, su scala più ampia, lo stesso errore che è già costato caro alla Lega?
Il sospetto del cavallo di Troia: non è propaganda, è cronaca
Il termine “cavallo di Troia” applicato a Vannacci non è un’invenzione polemica della politica italiana. È la stessa definizione emersa da un’analisi del luglio 2026 del Consiglio europeo per le relazioni estere, poi ripresa dal Financial Times, che ha acceso un confronto diretto con Palazzo Chigi sulla linea da tenere verso Mosca e Kiev.
Le sue stesse dichiarazioni pubbliche alimentano quel sospetto. Vannacci ha sostenuto che l’espansione della Nato a est abbia spinto la Russia verso una guerra che definisce “esistenziale”, ha invitato l’Occidente ad accettare le condizioni poste da Mosca (neutralità dell’Ucraina, rinuncia ai territori riconquistati, niente sistemi Nato sul territorio ucraino) e si è espresso a favore della ripresa degli scambi commerciali con la Russia di Putin, in aperta controtendenza con la linea del governo di cui pure fa parte la sua area politica di provenienza. Ha anche proposto di interrompere l’invio di armi e fondi a Kiev, mettendo in discussione uno dei pilastri della politica estera italiana degli ultimi quattro anni. Sull’AfD, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, ha detto che si tratta di una forza simile alla sua: una collocazione difficile da conciliare con quella di un partito, Forza Italia, che rivendica con orgoglio l’appartenenza al Partito popolare europeo.
Vannacci respinge l’etichetta, definendosi “filo italiano” e non un cavallo di Troia di nessuno. È giusto darne conto. Ma il punto politico resta: un partito che aspira a entrare in una maggioranza di governo occidentale e atlantista non può farlo mentre chiede, contemporaneamente, di rivedere il sostegno all’Ucraina e di riaprire gli affari con il Cremlino. Non è “essere troppo a destra”. È avere una collocazione internazionale diversa, per certi versi opposta, rispetto a quella su cui l’Italia ha costruito credibilità a Bruxelles e Washington. Lo ha detto la stessa Meloni: lo stop alle armi è incompatibile con l’alleanza.
E non è solo politica estera. A Orvieto Vannacci ha annunciato che Futuro Nazionale voterà contro la legge sull’antisemitismo attesa in Parlamento, sostenendo di non accettare il principio per cui offendere un ebreo sarebbe più grave che offendere un musulmano o un cristiano. Si può discutere nel merito, ed è legittimo farlo, ma resta il fatto che si tratta di un altro voto in cui Futuro Nazionale si schiererebbe contro il resto del centrodestra.
E qui sta il vero rischio del “cavallo di Troia”: non un’infiltrazione romanzesca, ma la possibilità molto concreta che un pugno di voti in più in Parlamento diventi leva per bloccare rinnovi di sanzioni, invii di aiuti militari o impegni Nato nel momento più delicato, cioè quando la maggioranza ne avesse più bisogno. Meloni lo ha ricordato con una frase lapidaria: Futuro Nazionale è composto da parlamentari eletti nel centrodestra per votare provvedimenti del centrodestra, e finora ha fatto altro.
L’obiezione dell’aritmetica, e perché non regge
L’argomento di chi vorrebbe aprire a Vannacci è uno solo, ed è numerico. I sondaggi lo danno tra il 6 e il 7,5 per cento, in alcune rilevazioni davanti alla Lega. Un sondaggio di metà settembre colloca il centrodestra al 42,5 per cento e ipotizza che, sommando tutto il consenso di Futuro Nazionale, la coalizione arriverebbe al 50, contro il 43 del campo largo. Qualche simulazione sulla nuova legge elettorale arriva a dire che Meloni potrebbe vincere solo con Vannacci.
Sono calcoli, non previsioni, e lo stesso sondaggio lo ammette: un’alleanza non significa che tutti gli elettori di una forza politica seguano il nuovo schieramento. Ma soprattutto l’aritmetica presuppone che Vannacci sia in vendita, e non lo è. Il generale dice che le alleanze si fanno a ridosso del voto, che i suoi principi non saranno traditi e che le sue «linee rosse» restano non negoziabili. Tradotto: si tratta alle sue condizioni, e le sue condizioni comprendono proprio i punti che Meloni ha dichiarato incompatibili. Non mancano nemmeno le lusinghe, come quando ha detto che la premier sarebbe un ottimo presidente della Repubblica. Vannacci stesso ha appena raccontato a Orvieto la storia di Ulisse che non cede alle lusinghe: Meloni faccia lo stesso con le sue.
I numeri che Vannacci non può cancellare: i conti pubblici
Chi accusa il governo Meloni di inconcludenza dovrebbe fare i conti con chi i conti li fa di mestiere. Carlo Cottarelli, che di certo non è un editorialista di area, ha riconosciuto in più occasioni il rigore mostrato dall’esecutivo: ha parlato apertamente di un governo “promosso per il rigore nei conti pubblici”, sottolineando il coraggio nel mantenere basso il deficit in manovra, la discesa dello spread e le promozioni arrivate dalle agenzie di rating, tra cui Fitch, DBRS e Moody’s.
Va detto con onestà, perché altrimenti non sarebbe un’analisi ma propaganda: lo stesso Cottarelli non ha mai nascosto che la crescita italiana resta debole e che il debito pubblico, appesantito anche dall’eredità del superbonus, è ancora un problema aperto. Ma proprio per questo il merito politico è ancora più significativo: un Paese uscito dalla pandemia con un debito fuori controllo e con l’esperimento del superbonus da smaltire è comunque riuscito, sotto questo governo, a diventare un riferimento di stabilità agli occhi dei mercati e delle cancellerie europee. Non è un dettaglio da poco per chi, come Vannacci, prospetta rotture ideologiche con l’Unione europea proprio nel momento in cui l’Italia ha riconquistato credibilità al suo interno.
Confini e rimpatri: risultati concreti, non slogan
Sul fronte dell’immigrazione i numeri, quelli veri, parlano da soli e non hanno bisogno delle ricette miracolistiche di chi promette soluzioni sapendo di non poterle attuare.
Gli sbarchi, che nel 2023 avevano toccato il picco di 157.651 arrivi, si sono più che dimezzati già nel 2024 (66.317) restando sostanzialmente stabili nel 2025. Ma è nel 2026 che il calo è diventato strutturale: al 30 giugno risultavano sbarcati in Italia 14.372 migranti, contro i 30.060 dello stesso periodo del 2025, un calo del 52 per cento; il trend si è confermato ad agosto, con 16.666 arrivi da inizio anno contro i 36.935 dell’anno precedente. Parallelamente i rimpatri sono cresciuti in modo costante, arrivando a circa 7mila nel 2025, il 55 per cento in più rispetto al 2022.
A questi risultati si è aggiunto un successo diplomatico che va oltre i confini nazionali: il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il nuovo regolamento sui rimpatri, che introduce l’obbligo di collaborazione per chi deve lasciare il territorio Ue, la lista comune dei Paesi di origine sicuri e la possibilità di aprire “return hub” nei Paesi terzi, ricalcando esplicitamente il modello sperimentato dal governo italiano con il protocollo Albania. Lo ha rivendicato la stessa Meloni come “provvedimento storico”, frutto in larga parte del lavoro negoziale italiano in Europa. È bene ricordare che a votare a favore, insieme a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, c’era anche l’area politica da cui proviene lo stesso Vannacci: il che rende ancora più stridente la sua pretesa di rappresentare una discontinuità radicale, quando sui risultati concreti della linea Meloni sui flussi migratori nemmeno lui ha avuto nulla da ridire.
La domanda che un elettore di centrodestra dovrebbe porsi
Chi oggi guarda a Vannacci pensando di rafforzare il centrodestra dovrebbe fermarsi a ragionare su un solo punto: quale beneficio concreto porterebbe alla coalizione un alleato che ha già dimostrato, con la Lega, di non rispettare i patti quando smette di convenirgli, e che sui dossier più delicati della politica estera si colloca su posizioni difficilmente conciliabili con quelle di un governo che ha riportato l’Italia dentro il fronte occidentale con credibilità?
Frammentare oggi il centrodestra intorno a Futuro Nazionale non indebolisce la sinistra: la rafforza, offrendole in regalo esattamente ciò che da sola non riuscirebbe a ottenere, cioè la divisione dei voti moderati e conservatori. E offre un assist, non richiesto ma comunque reale, a chi in Europa remerebbe volentieri contro la linea di fermezza verso Mosca.
Meloni non deve avere paura del voto di Vannacci. Deve avere paura, semmai, di perdere la propria identità e la propria credibilità internazionale per inseguirlo. Il centrodestra non deve vincere sommando tutto ciò che trova alla propria destra: deve vincere convincendo che il proprio progetto, quello già in campo da quasi quattro anni, che ha appena battuto il record di longevità dei governi repubblicani e che è verificabile nei numeri, è quello giusto per continuare a governare il Paese.

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