Umberto II: il Re dimenticato

Umberto II esiliato nella vita e nella memoria del paese

umberto

È ricorso, contornato dal solito silenzio, l’anniversario della morte di Umberto di Savoia. Umberto II ultimo Re d’Italia definito da molti il Re di Maggio, con chiaro riferimento al breve periodo di regno. Anche se in effetti già dopo la svolta di Salerno aveva esercitato le prerogative reali, tramite la nomina a luogotenente generale del regno.

Vittorio Emanuele III era ormai compromesso dalla coabitazione con il regime fascista e della firma delle leggi razziali. Ma anche dalla fuga da Roma, con la mancata difesa della città.

Per tutta la vita Umberto II continuò ad affermare che il padre era andato a Brindisi per garantire continuità al governo e lui concordava. Ma la stragrande maggioranza dei testimoni, smentì questa dichiarazione che celava una grandissima dimostrazione di amor filiale.

Umberto aveva pregato più volte il padre di lasciarlo a difendere la città.

Contro le leggi razziali

Non aveva colpe per il conflitto, aveva svolto il suo compito di militare in maniera corretta e leale. Non voleva le leggi razziali, che fu felicissimo di abrogare, e neppure l’alleanza con la Germania. Fu sotto il suo regno che venne per la prima volta concesso il voto alle donne, ed alle autonomie locali dopo il periodo fascista.

In un tardivo tentativo di salvare l’istituzione monarchica, il 9 maggio del 1946 Vittorio Emanuele III abdicò lasciando il regno definitivamente a suo figlio.

Umberto II affrontò la difficile campagna elettorale referendaria praticamente abbandonato da tutti i partiti. Salvo quello monarchico e riuscì quasi nell’intento di salvare un’istituzione che era screditata agli occhi di milioni di italiani.

I risultati lasciarono adito a molti dubbi, ed il paese tornò sull’orlo della guerra civile con molti fedeli alla monarchia che richiesero l’intervento delle forze armate, che avevano formalmente giurato fedeltà al Re.
Ma Umberto l’Italia l’amava, e poteva accettare più volentieri di perdere la corona che di vedere il paese dilaniato da un’altra guerra civile.

Il suo ultimo proclama reale

Dimostrò un grande senso del dovere nel suo ultimo proclama reale affermando:

“Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto. Confido che la magistratura potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori.

Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della corona e di tutto il popolo, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni sospetto.

A tutti coloro che ancora conservano la fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia, io ricordo il mio esempio e rivolgo l’esortazione di voler evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace.

Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria.

Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.

Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia, e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli”.

Andò volontariamente all’estero

Fu ripagato dalle istituzioni repubblicane che aveva aiutato a nascere, con la sua responsabilità, con trentasette anni di esilio che trascorse in maniera frugale e dignitosa a Cascais in Portogallo.

L’ultimo spregio avvenne al suo funerale. Venne mandato solo un rappresentante diplomatico, senza alcun rispetto per una memoria storica che avrebbe unito ulteriormente il paese. Fu una scelta incosciente perché a tutti gli effetti Umberto II era stato Capo di Stato del nostro paese.

Addirittura in Sudafrica, furono messe le bandiere a mezz’asta per espresso ordine del presidente Thabo Mbeki, successore di Mandela, alla morte di Botha. Che era un ex presidente estremo difensore dell’apartheid.

Qualche anno prima che l’ultimo re d’Italia venisse a mancare Aldo Fabrizi gli dedicò una poesia dialettale che denunciava l’ingiustizia di un esilio così iniquo.

 

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