Trump ko, Haley il rimpianto. E la sinistra italiana brinda sul nulla
Macchissenefrega di Trump e compagnia. Non l’ho mai stimato e da sempre l’ho contestato proprio perchè ne prevedevo il disastro annunciato dal suo complesso narcisistico unito ad un evidente invecchiamento rapido che sembrava evidente anche da osservatori esterni. Personalmente da osservatore europeo avrei preferito Nikki Haley : Una donna, più preparata, più credibile a livello internazionale, meno ego. Il volto pragmatico e responsabile di una destra conservatrice, ma istituzionale e affidabile non Maga.
Il Partito repubblicano non l’ha nemmeno guardata. Ha scelto il Tycoon il caos fatto persona
Siamo in pochi a chiedersi “Chissà come sarebbe andata con lei alla Casa Bianca”. Probabilmente niente show indecoroso con Zelensky, niente politica estera fatta di improvvisazioni, minacce agli alleati, dazi a isole abitate solo da pinguini, minacce a Groenlandia e Canada e dichiarazioni che si smentiscono a vicenda. E forse un rapporto con l’Europa molto più solido e pragmatico.
A Trump va riconosciuto un solo merito, e pure involontario: ha spiegato al Canada, meglio di qualsiasi trattato, quanto sia rischioso dipendere da un vicino imprevedibile. Risultato: Ottawa guarda a Bruxelles.
Chi ne esce bene? Giorgia Meloni, che in più di un’occasione ha mostrato una statura diplomatica che Trump avrebbe fatto meglio a rispettare
Ma veniamo ai midterm.
I democratici conquistano Camera e Senato. Vittoria importante, certo. Ma chi la legge come il trionfo delle idee democratiche sbaglia.
Non hanno vinto perché sono bravi. Hanno vinto perché Trump e i repubblicani hanno fatto il possibile per perdere: costo della vita, malcontento economico, una politica estera schizofrenica e un presidente che stanca. Il conto è arrivato.
Non è una conversione al progressismo. È una bocciatura di chi governa
E la domanda resta lì, scomoda: con Haley candidata nel 2024, saremmo qui? Non lo sapremo mai. Ma è legittima. Vincere le primarie non significa saper governare, figuriamoci guidare il mondo libero.
E adesso la parte più divertente: l’Italia.
Una certa sinistra nostrana festeggia come se avesse espugnato Palazzo Chigi. Ogni colpo a Trump diventa una vittoria personale, un’investitura internazionale delle proprie idee.
Peccato che l’America sia l’America e l’Italia sia l’Italia. E che vincere un’elezione non renda sacre le idee di chi vince.
Prendiamo Abdul El-Sayed, nuovo senatore democratico del Michigan, e il coro di entusiasmo che lo ha accompagnato. Sui social qualcuno ha ironizzato sul suo “patriarcato progressista”
Immaginiamo la scena a parti invertite: un uomo di centrodestra, ovunque nel mondo, si permette la stessa battuta su un esponente progressista. Processo mediatico immediato: sessismo, razzismo, islamofobia e chi più ne ha più ne metta.
Il punto non è giudicare una donna per come si veste, né contestare il diritto di un politico musulmano a farsi eleggere. Ci mancherebbe. Il punto è la selettività: libertà, emancipazione e autodeterminazione sono valori assoluti quando servono a colpire l’avversario, e diventano “questioni delicate” quando mettono in imbarazzo il proprio campo.
Il doppio standard è sempre in agguato.
Intanto, c’è un’Europa che vota. La Spagna va alle urne il 29 novembre, la Francia sceglie il presidente nella primavera del 2027. In entrambi i casi la destra parte competitiva, trainata anche dalle debolezze delle sinistre, al governo o all’opposizione.
Non è un caso. Una parte della sinistra europea ha perso il contatto con la vita quotidiana dei cittadini: battaglie identitarie, parole d’ordine ideologiche, un multiculturalismo raccontato come se non avesse un solo lato problematico
Nel frattempo sicurezza, immigrazione, costo della vita, energia, lavoro e competitività aspettano risposte. Concrete.
Non basta dirsi progressisti per esserlo. E non basta gridare “populisti” per coprire i propri fallimenti.
La lezione americana è semplice: gli elettori non sono proprietà di nessuno. Premiano, ma soprattutto puniscono.
Trump l’ha appena scoperto. La sinistra europea farebbe bene a non stappare troppo presto: le prossime urne potrebbero avere qualche sorpresa.
La politica non si vince con le etichette, né con i brindisi ideologici, né con le foto dei vincitori d’oltreoceano. Si vince convincendo i cittadini che hai soluzioni migliori ai loro problemi.
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