The death of Klinghoffer di John Adams: un titolo contemporaneo per l’inaugurazione del Festival del Maggio

L'opera, mai rappresentata a Firenze, mette in scena la tragedia dell'Achille Lauro. Regia di Luca Guadagnino, al suo debutto come regista d'opera.

foto di scena di Michele Monasta (fonte: ufficio Stampa MMF)

Un titolo che raccoglie diversi debutti. Così  Paolo Klun, capo ufficio stampa del teatro del Maggio Musicale Fiorentino, apre la presentazione dell’opera The death of  Klinghoffer  del musicista americano contemporaneo John Adams: un debutto per il compositore e per il titolo, mai eseguiti a Firenze, per il direttore d’orchestra maestro Lawrence Renes, un vero specialista, esecutore e profondo conoscitore delle composizioni di Adams e infine per Luca Guadagnino, uno tra i più affermati registi cinematografici a livello mondiale che per la prima volta firma la regia di uno spettacolo al Teatro del Maggio. Il maestro del Coro del Maggio è Lorenzo Fratini, la coreografia è curata da Ella Rothschild. I costumi sono di Marta Solari, le luci di Peter van Praet, Mark Grey è il sound designer.  Tre le recite in programma nella Sala Grande: il 19 aprile alle ore 17, il 22 aprile alle ore 20 e il 26 aprile alle ore 15:30. “Un titolo che non è facile vedere in Italia – ha proseguito Klun – dove sinora è stato messo in scena  solo due volte, nel 200e a Ferrara e a Modena.”  Lo spettacolo inaugura l’88° festival del Maggio Musicale Fiorentino che si apre dunque con una novità assoluta per Firenze.

L’opera nasce da un noto e controverso fatto di cronaca: la nave da crociera italiana dirottata nel primo pomeriggio del 7 ottobre del 1985 da un commando di quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina, una fazione dissidente della ben più nota OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Nel corso delle concitate e frenetiche ore che seguirono il sequestro – che portò, come è noto, all’uccisione di Leon Klinghoffer, un cittadino americano di religione ebraica, costretto in sedia a rotelle che si trovava in crociera per festeggiare il suo anniversario di matrimonio – gli equilibri internazionali vissero momenti molto delicati che portarono la relazione diplomatica fra l’Italia e gli Stati Uniti a una situazione complessa che ebbe il suo culmine nella cosiddetta ‘Crisi di Sigonella’.The Death of Klinghoffer si struttura in un prologo e due atti e si basa sul libretto, in questo caso un’opera d’arte poetica, scritto dalla poetessa Alice Goodman ed è andata in scena per la prima volta a Bruxelles al Teatro de la Monnaie nel 1991.

Il sovrintendente del Maggio Carlo Fuortes si dichiara particolarmente lieto di inaugurare il Festival del Maggio con The Death of Klinghoffer di John Adams ( “uno dei più grandi compositori viventi che però non era mai stato eseguito al Maggio”)  in una nuova produzione affidata alla regia di Luca Guadagnino e alla direzione di Lawrence Renes:  “Si tratta di un’opera straordinariamente ricca, complessa e profonda, su libretto di Alice Goodman, che considero tra i testi più intensi, duri e poetici del secondo dopoguerra. È un’opera estremamente ricca, complessa, profonda, un testo che credo sia uno degli esempi più belli di libretti dal secondo dopoguerra a oggi, con riferimenti al sacro, alla storia dei popoli e alla cultura, ebraica, cristiana, musulmana. Quindi è veramente un libretto che si offre a differenti letture, anche molto profonde. In passato ha avuto anche critiche molto profonde, ma a parer mio molto sbagliate. Il difetto principale di quest’opera, che è invece uno  straordinario pregio, è che il testo e la musica corrispondente danno voce a tutti i protagonisti in un modo autentico: ad esempio. i terroristi parlano da terroristi. L’errore peggiore che si può fare quando si vede un’opera o si legge un romanzo è immaginare che l’autore che fa parlare i personaggi – Palestinesi, Ebrei, etc – in qualche modo giustifichi o assolva le loro parole o azioni, mentre c’è una grande differenza tra quello che viene detto in scena e ciò che pensano gli autori. La grande forza di questo testo è proprio che riesce a rappresentare una delle grandi tragedie dei nostri tempi, cioè appunto il rapporto tra questi due popoli che sono costretti dalla storia a vivere in uno spazio ristretto e che purtroppo, come stiamo vedendo anche nei recenti fatti di cronaca, si odiano. E questo nell’opera viene detto in modo molto chiaro, senza assolutamente dare giudizio di valore; ed è ciò che la rende straordinaria”, ha dichiarato Fuortes e ha aggiunto: “Quando, due anni fa, con Guadagnino abbiamo iniziato a immaginare questo progetto, non era prevedibile l’attualità che oggi circonda quest’opera. E tuttavia la sua lettura scenica rifugge ogni forma di speculazione o di riferimento diretto al presente. Proprio per questo, la scelta di inaugurare il Festival con questo titolo incarna pienamente la nostra idea di teatro d’opera: un teatro che sappia parlare all’oggi, alle questioni che riguardano tutti noi, senza trasformarsi in un trattato di geopolitica, ma elevando il discorso attraverso la forza del linguaggio artistico.  Il libretto,  di Alice Goodman, lo considero tra i testi più intensi, duri e poetici del secondo dopoguerra; Ccè un equilibrio tra libretto e musica veramente raro da trovare. E devo ringraziare Luca Guadagnino, Lawrence Renes e tutta la squadra per il lavoro e per il rispetto che hanno avuto di questa impostazione data da John Adams e da Alice Goodman. ”

“Affrontare The Death of Klinghoffer significa confrontarsi con una delle partiture più complesse e profonde del nostro tempo”  – dichiara  il direttore Lawrence Renes,  che continua: “La musica di John Adams che è un compositore che ammiro e del quale posso dirmi amico, possiede una bellezza straordinaria, ma richiede anche uno sforzo enorme da parte di tutti: orchestra, coro, cantanti e direttore. È, per certi versi, un Everest musicale, una sfida che mette alla prova ogni livello dell’esecuzione. Non ho già avuto occasione di dirigerla, questo per me è un debutto, e perciò sono particolarmente felice di essere coinvolto in questa produzione fiorentina anche perché ho l’occasione di lavorare con Luca Guadagnino del quale conosco l’amore verso la musica di Adams e che portato sempre con sé nel proprio cinema. In quest’opera, parola e musica sono indissolubilmente legate. Ogni scelta ritmica, ogni inflessione melodica nasce direttamente dal testo di Alice Goodman: non esistono forme tradizionali come aria o recitativo, ma un flusso continuo in cui la musica si modella sulla lingua, sul ritmo e sul significato delle parole. È una scrittura che chiede precisione assoluta, ma che allo stesso tempo riesce a raggiungere momenti di intensa emozione e persino di trascendenza. Anche dal punto di vista sonoro, Klinghoffer è un’opera profondamente contemporanea: l’uso dell’elettronica, dei sintetizzatori e dell’amplificazione non ha lo scopo di aumentare il volume, ma di dialogare con il nostro modo attuale di ascoltare, creando un’esperienza immersiva e diretta. Ma al di là degli aspetti tecnici, ciò che rende quest’opera davvero necessaria è la sua dimensione umana. Klinghoffer ci invita a entrare nella complessità delle vite e delle esperienze dei personaggi, senza semplificazioni, senza giudizi immediati. Ci chiede di ascoltare, di comprendere, di accogliere punti di vista diversi, anche quando risultano difficili o scomodi. È un’opera che parla al nostro presente con una forza sorprendente e che, proprio per questo, richiede da parte di chi ascolta un’apertura profonda, libera da pregiudizi.”

Infine il regista Luca Guadagnino: “Ho desiderato portare in scena The Death of Klinghoffer perché è un’opera che conosco e amo da molto tempo, ma che raramente si ha l’occasione di vedere rappresentata. Per questo sono riconoscente a Carlo Fuortes per aver accettato la mia proposta che mi porta qui al Maggio per la prima volta, con Lawrence Renes sul podio, direttore che avevo avuto modo di apprezzare anni fa a Londra sempre in un’opera di Adams Doctor Atomic. Klinghoffer è un’opera che considero, insieme a Nixon in China, uno dei grandi capolavori del nostro tempo: un’opera che nasce da una collaborazione artistica radicale tra John Adams, Peter Sellars e Alice Goodman e che possiede una forza capace di agire in profondità nello spettatore di andargli sottopelle. Il cosiddetto scandalo che ha accompagnato Klinghoffer non è, a mio avviso, di natura politica, ma umana. Questa opera ci mette di fronte alla complessità dell’anima e ci chiede di confrontarci con essa senza rifugiarci in letture semplicistiche. Non esiste un bianco e un nero, non esistono categorie nette di bene e di male: pensare in questi termini significa tradire la natura stessa dell’opera. Il cuore del lavoro sta nella sua capacità di chiederci un atto profondo di immedesimazione. Tutti i personaggi, e noi con loro, siamo chiamati a entrare nell’esperienza dell’altro, anche quando è distante, anche quando è difficile da accettare. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: di riconoscere che l’umanità è fatta di relazioni, di tensioni, di fragilità condivise. In questo senso, Klinghoffer è un teatro profondamente psicologico, quasi una confessione collettiva. Il mio lavoro è stato quello di cercare di restituirne la verità, liberandola dalle incrostazioni ideologiche che nel tempo ne hanno condizionato la ricezione, e riportandola alla sua dimensione più pura: quella di un’indagine sull’interiorità umana. La musica di John Adams è intimamente legata a questa visione e sotto questo punto di vista desidero sottolineare la perfetta sintonia con Lawrence Renes: è una musica che non accompagna semplicemente la scena, ma che è carne viva del racconto, profondamente connessa alla storia e alla Storia. In alcuni momenti raggiunge una dimensione quasi trascendente esattamente come dice Renes, come se fosse un oratorio e su questo sono d’accordo con Fuortes, dando forma alla vita interiore dei personaggi, anche nei suoi aspetti più contraddittori. Nel mio approccio registico ho cercato di rispettare la specificità del linguaggio operistico, senza sovrapporre a esso logiche cinematografiche. Il teatro musicale richiede un processo creativo autonomo, e proprio in questo confronto ho trovato la possibilità di rimettermi in discussione e di cercare nuove forme espressive. Credo che oggi, più che mai, quest’opera abbia qualcosa di urgente da dire: ci invita a sospendere il giudizio e a esercitare uno sguardo più profondo, più complesso, più umano sul mondo e sull’Altro.”

Il cast è formato da Daniel Okulitch come The Captain; da Laurent Naouri che interpreta la parte di Leon Klinghoffer; da Susan Bullock nelle vesti di sua moglie, Marylin Klinghoffer; Marina Comparato nei panni sia di Swiss Grandmother che di Austrian Woman e da Joshua Bloom nella parte di Rambo, il leader dei terroristi. Completano la compagnia di canto Andreas Mattersberger come The first Officer; Roy Cornelius Smith nella parte di Molqi; Mamoud è Levent Bakirci; Janetka Hoșco è la British dancing girl e Marvic Monreal interpreta la parte di Yazmir.

 

 

 

 

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