Sparatoria contro due membri dell’ANPI: tra condanna della violenza e necessità di equilibrio

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Sparatoria contro due membri dell’ANPI: tra condanna della violenza e necessità di equilibrio

La sparatoria – se così si può chiamare, dal momento che l’arma utilizzata parrebbe essere una pistola da soft air ad aria compressa – che a Roma ha ferito due esponenti dell’ANPI ha scosso profondamente l’opinione pubblica, riaccendendo tensioni già vive nel dibattito politico e sociale, tensioni peraltro mai sopite ed anzi sovente alimentate ad arte da una certa “vulgata”

A scanso di equivoci, diciamo subito che si tratta di un episodio grave, che impone certamente una ferma e inequivocabile condanna della violenza, quale che ne sia la matrice.
Ma, limitarsi alla condanna del gesto – seppur doverosa – senza porsi il problema del contesto, senza indagare approfonditamente i fatti, le cause e le specifiche vicende che hanno contribuito a determinarlo, non aiuta né la verità, né invero, la giustizia. E da questo punto di vista, sappiamo ancora troppo poco.
Partiamo da ciò che è noto! Un giovane 21 enne, Eithan Bondi, è stato fermato, a seguito delle prime indagini condotte mediante visualizzazione dei filmati delle telecamere presenti in loco delictis.

La fotografia della targa dello scooter guidato dall’aggressore ha condotto gli inquirenti a Eithan Bondi, il quale avrebbe immediatamente confessato il reato. In un primo momento quest’ultimo era stato qualificato come “tentato omicidio”

Ma, ovvie ragioni di diritto inducono a pensare che, trattandosi di una pistola da soft air ad aria compressa del tutto inidonea a uccidere, l’imputazione potrebbe essere destinata a cambiare e probabilmente ad alleggerirsi. Le autorità stanno lavorando per chiarire ogni aspetto della dinamica e, soprattutto del movente. In questo quadro, ogni giudizio affrettato rischia di risultare non solo impreciso, ma anche pericoloso.

Giudizio che, tuttavia, viene espresso da parte di taluni interessati osservatori immediatamente pronti a piombare sopra la vicenda sciacallando senza vergogna e pudore

In primo luogo, come ha giustamente sottolineato il Ministro Piantedosi, occorre vedere “che personalità si cela” dietro questo ragazzo. In altre parole, uno dei primi nodi da sciogliere è capire se Bondi è o meno sano di mente.

Il gesto di un “pazzo” è molto diverso da un gesto “politico”, sotto il profilo proprio del movente e del contesto

Conoscere questo dato è fondamentale per ogni tipo di valutazione e analisi (ad eccezione di quella processual-penalistica, naturalmente appannaggio in questa fase della magistratura).

Pertanto, la reazione di una parte dell’opinione pubblica, che sembra già orientata verso una sorta di “giustizia sommaria” nei confronti del giovane, è nient’altro che l’ennesima strumentalizzazione che rischia di avere effetti deflagranti .

Non solo con riferimento al sacrosanto principio di non colpevolezza sancito a chiare lettere dalla “Costituzione più bella del mondo”, ma anche e soprattutto per la volontà di qualcuno- nemmeno tanto nascosta – di estendere la responsabilità personale a una comunità intera e persino agli ebrei nella loro totalità

Quanto alla appartenenza del giovane alla Brigata Ebraica, dallo stesso Bondi rivendicata, il Presidente del Museo della Brigata Ebraica, Romano, smentisce integralmente la circostanza.

Con una nota, fa sapere che mai si è avuto alcun contatto con il ragazzo, si ignora chi sia e se ne condanna senza appello il gesto folle

E, in ogni caso, quand’anche Bondi fosse parte della Brigata Ebraica non si potrebbe estendere a quest’ultima la responsabilità dell’occorso.
Ancor più demenziale, l’estensione della responsabilità individuale a tutti gli ebrei. Trattasi di un riflesso inconscio sempre di quella parte di opinione pubblica, ormai allenato da anni a cercar colpa nell’ebreo secondo il consueto stereotipo del “perfido giudeo”.

In questi casi, la colpa di uno ricade inesorabilmente su tutti, i principi dello Stato di Diritto vanno a farsi benedire, la semplificazione diviene la chiave di lettura prediletta e la conseguente sete di giustizia sommaria assurge a logica (si fa per dire) conseguenza

Due notazioni, però, sono doverose. Pensare che questo episodio possa spiegarsi senza considerare il clima maturato negli ultimi 3 anni in danno degli ebrei è un insulto alla logica e all’intelligenza delle persone (almeno di quelle non invasate). Pensare che i relativi attori siano esenti da responsabilità morale è talmente ingenuo da far provare vergogna solo a pensarlo.

Il contesto in cui si inserisce la sparatoria è segnato da anni di forte polarizzazione, legata e causata prevalentemente dalle manifestazioni e alle tensioni connesse al conflitto israelo-palestinese, tensioni costantemente alimentate da una propaganda vergognosa e antisemita e che hanno generato diversi episodi di violenza ai danni di ebrei (che, tuttavia, nelle attuali anime candide che adesso si indignano per l’episodio di Roma, mai hanno suscitato alcun clamore o condanna (né individuale per gli autori di questi episodi né collettiva per la matrice culturale da cui originano questi stessi episodi)

Stranamente, gli attuali Torquemada al tempo erano stati colti da afasia gravis.
Il clima dunque è esplosivo e assai pericoloso! Va certamente stemperato. E, cavalcare la collettivizzazione della colpa, oltre a essere un absurdum logico e giuridico, non serve alla causa. Anzi, rischia di sfociare nell’ennesima campagna antisemita che qualcuno evidentemente cerca e insegue con particolare tenacia.

Condannare la violenza di un gesto non significa avallare la retorica antiebraica secondo un meccanismo già ampiamente noto e che ha condotto nella storia a esiti tragici.

La responsabilità penale è personale, pertanto non è accettabile né giustificabile attribuire le azioni di un singolo a un’intera comunità, in questo caso quella ebraica

Farlo, appunto, significherebbe non voler capire, e soffiare sul fuoco dell’odio che non può che generare, ahimé, ulteriore violenza.

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